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Intervista a Giulio Scarpati “Il Fulgore di Dony racconta un sacrificio d’amore. Lele Martini nel mio cuore, ma nella mia carriera non c’è solo lui”

Martedì 29 maggio va in onda su Rai Uno “Il fulgore di Dony”, il film tv di Pupi Avati che racconta la storia d’amore tra Dony (Greta Zuccheri Montanari) e Marco (Saul Nanni). A causa di un incidente che sconvolge la vita di Marco, la ragazza dovrà fare delle scelte difficili per la sua giovane età e dimostrerà una devozione fuori dal comune nei confronti del ragazzo. Nel cast Giulio Scarpati, Ambra Angiolini, Andrea Roncato, Lunetta Savino e Alessandro Haber. E’proprio Giulio Scarpati, amatissimo Lele Martini di “Un medico in famiglia”, a presentarci il film tv e a raccontarsi in un’intervista esclusiva da non perdere.
L’attore ha raccontato gli aspetti più interessanti dell’essere diretto da un regista come Pupi Avati, annunciato la sua partecipazione al nuovo film di Virzì, ricordato il suo personaggio più amato dal pubblico, Lele Martini di “Un medico in famiglia”, e ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera, fatta di grandi nomi come Lino Banfi, Ettore Scola, Marco Tullio Giordana, Valeria Valeri e Sergio Fantoni.

Salve Giulio, benvenuto a “La voce dello schermo”. Partiamo da “Il fulgore di Dony” presentaci un po’ questo film tv.
Salve a tutti. “Il fulgore di Dony” è un film molto particolare. Sono molto contento di averne fatto parte. E’ un prodotto diverso rispetto alla normalità della televisione. E’ una storia molto bella, molto toccante e molto coinvolgente. I protagonisti sono questi due ragazzi, Marco e Greta, interpretati dai bravissimi Saul Nanni e Greta Zuccheri Montanari. Il film, diretto splendidamente da Pupi Avati, racconta la storia di un sacrificio, un tema non proprio all’ordine del giorno visto che, di questi tempi, si parla poco di sacrificarsi per gli altri. E’ la storia di un amore che implica un sacrificio. Marco è un ragazzo molto bello e desiderato a scuola. Dony, mia figlia, si innamora di lui però, in seguito ad un incidente, le cose cambiano radicalmente.

Cosa ti è piaciuto di più del personaggio che interpreti?
Interpreto un genitore che non comprende bene il sacrificio d’amore della figlia e non riesce a convincersi del fatto che, in realtà, sia una cosa bella. E’ preoccupato, come tutti i padri, del benessere della figlia, che vada avanti nella vita, che abbia sempre degli obiettivi. L’idea che Dony, a causa del suo amore e dedizione per Marco, non vada più molto bene a scuola e stia vivendo una fase particolare della sua vita, destabilizza me e mia moglie, interpretata da Ambra Angiolini. Racconta, quindi, di un padre che non capisce, non di un padre comprensivo. E’ una bella sfida, una storia molto emozionante e che va vissuta da dentro. Pupi Avati riesce a farti entrare benissimo all’interno di questa vicenda personale. Ci sono anche tantissimi altri attori di spessore come Lunetta Savino, Andrea Roncato e Alessandro Haber, che interpretano rispettivamente la madre, il padre di Marco e uno psicanalista.
La sapienza di Pupi Avati, a mio parere, sta nel raccontare gli aspetti difficili di questa storia in maniera diretta, senza filtri, senza ipocrisia e senza trascurare, però, il senso d’amore dei due ragazzi e le loro scelte.

Com’è stato per te essere diretto da Pupi Avati?
Pupi è un regista particolarmente sensibile e nei confronti degli attori è sempre molto generoso. Con lui diventa tutto più semplice. Ti segue, ti sta vicino, ti sta addosso. E’ piacevole per un attore trovare un regista così vicino e attento anche alle piccole cose che fai. E’ stato un grandissimo piacere e spero, in futuro, di continuare a lavorare con lui in tante altre occasioni. Trovo questo film molto riuscito dal punto di vista emotivo. Mi ha emozionato tantissimo vederlo in proiezione. Lui è stato molto bravo ad unire questo gruppo di attori e a farlo partecipare a questa vicenda con uno sguardo commosso. Eravamo tutti dentro questa storia.

Quali sono state per te le scene più difficili da interpretare in questo film?
La scene più difficili da interpretare sono state due. Nella prima assistiamo ad un rimprovero molto violento tra padre e figlia, che avviene in macchina. E’ un momento in cui il padre si comporta in maniera molto dura. Però, in certi casi, è giusto anche raccontare questa diversità di paternità. La seconda è uno scontro che ho con lo psicanalista, a cui, come spesso si fa, attribuisco tutte le colpe delle scelte di Dony. In realtà, le sue sono scelte autonome, ma spesso c’è la tendenza a trovare un capro espiatorio nelle decisioni dei figli.

Ci sono altri aspetti che vorresti ricordare di questa esperienza?
Sì, non dobbiamo trascurare le location.“Il fulgore di Dony” è ambientato a Bologna e a Roma. E’ stata una bella opportunità girare a Bologna perché è una città che vede meno cinema e meno set rispetto a Roma e ci siamo trovati di fronte tantissime persone molto carine e pazienti, come ad esempio quando si bloccava una strada per girare. Si è creato un rapporto molto bello e un clima molto autentico con le persone che assistevano alle riprese. Spero che i telespettatori, nonostante ci sia già aria di vacanza, si fermino a guardare questo film tv perché merita davvero.

Presto ti vedremo in “Notti Magiche”, il nuovo film di Virzì. Puoi svelarci qualcosa?
Si tratta di una partecipazione. In questo film gli attori coinvolti sono stati tantissimi. Per me Virzì è uno dei registi più interessanti e bravi all’interno del panorama italiano. E’ capace di raccontare l’umanità, il bianco e il nero della vita. E’ il regista che a pieno riflette la tradizione del grande cinema italiano e della commedia un po’ amara e aspra. Si tratta di un film sul cinema ed è anche molto suggestivo da questo punto di vista. Mi è piaciuto molto parteciparvi perché si tratta di un regista e di una storia che mi hanno convinto sin da subito.

“Un medico in famiglia” è una fiction a cui chiaramente sei molto legato. Cosa ha significato per te vestire i panni di Lele Martini?
Quando si interpreta un personaggio così amato e per così tanto tempo, ovviamente, per un attore c’è sempre un po’ di preoccupazione di rimanere troppo legato a lui. Per cui, dopo le prime due stagioni, avevo deciso di staccarmi un po’ da Lele. Dopo, sono ritornato più volte con piacere. E’ una serie che è nata portando una ventata di novità. Era difficile, nel 1997, creare un family di questo tipo, con i personaggi principali tutti maschili, escludendo Cettina. Era, quindi, un format molto innovativo e lo dimostra il successo che ha avuto. A me ha donato un’incredibile e piacevole popolarità. Ancora oggi le persone mi dicono che rivedono volentieri le puntate, dalle più antiche alle più recenti, sui portali Rai. E’ stato molto piacevole e questa popolarità mi ha permesso anche di fare delle scelte molto difficili in teatro. Le persone, infatti, venivano a vedermi anche se lo spettacolo teatrale era un po’ forte. Pensiamo a “L’Idiota” di Dostoevskij e “La notte poco prima della foresta” di Koltés, da cui è tratto il pezzo che ha interpretato Pierfrancesco Favino a Sanremo. “Un medico in famiglia” mi ha dato tanto affetto. Pensare che generazioni di ragazzi siano cresciuti con questa fiction e che abbiano anche Lele Martini nel Pantheon, assieme per esempio ad un Winnie The Pooh, mi riempie d’orgoglio. Mi fa piacere avere cresciuto generazioni e spero che la crescita sia stata buona e proficua. “Un medico in famiglia” era una commedia che cercava di vedere il bicchiere mezzo pieno, però raccontando le difficoltà vere di una famiglia. Dopo tutti questi anni mi sembra quasi una seconda pelle.

Hai parlato di preoccupazione nel rimanere troppo legato a Lele, è mai stato un problema per te rischiare di rimanere quasi “imprigionato” dal personaggio di Lele?
Il successo non è mai un problema. Ovviamente, le mie necessità sono anche quelle di variare ed interpretare tanti altri personaggi, come nel caso de “Il fulgore di Dony”. E’ bello anche vestire i panni di protagonisti che siano distanti e diversi da me. E’ anche il bello dell’attore e la ragione per cui ho interpretato molti ruoli a teatro. Ho fatto, ad esempio, “Una giornata particolare”, un testo di Scola e Maccari, riproposto per il teatro. E’ stata un’esperienza bella e difficile e ci ha dato grandi soddisfazioni, dal momento che abbiamo fatto tre stagioni. E’ importante, per un attore, mostrare completezza in ruoli profondamente diversi rispetto ai quali il pubblico è abituato.

Tuttavia, nella vita reale, sembra difficile non immaginarti simile a Lele…
Si pensa sempre che il personaggio che interpreti in televisione sia tu, così come sei. Perché si ha una visione dell’attore monodirezionale. Per qualche motivo si pensa che interpretando un ruolo si è sempre limitati ad un determinato prototipo di personaggio. Perché l’identificazione con quel personaggio è talmente forte per cui il pubblico ti vede sempre e solo in quei panni. Invece, come attore, si ha sempre l’esigenza di interpretare ruoli diversi ed è una necessità. Certe volte sono personaggi profondamente distanti da come sei tu. Io ho vestito i panni di Don Zeno ad esempio, un fumantino romagnolo che non è proprio nella mia normalità. Ho interpretato Di Liegro, anche lui molto diverso. E’ importante per un attore sperimentare ruoli diversi ed è anche in questa diversità che l’attore riesce a dare di più, perché deve colmare questa distanza tra lui e il suo personaggio. Chiaramente Lele era un personaggio molto vicino a me, perché ho raccontato la quotidianità di una paternità. Se vieni identificato in un determinato modo, poi ti vengono offerti ruoli che vanno solo verso la stessa direzione. Ma penso che sia fondamentale non limitarsi verso una sola direzione, ma aprirsi a nuovi ruoli, come accaduto nel film di Pupi Avati e come accaduto in tantissime interpretazioni che faccio a teatro. Si sceglie il mestiere dell’attore per avere più vite, non una soltanto. Ed è per questo che ho sentito l’esigenza di mettere da parte Lele durante alcuni momenti della mia vita. Ho fatto anche musical con “Aggiungi un posto a tavola”. Sono state tutte esperienze che mi hanno arricchito e al fianco di professionisti immensi come Pietro Garinei, che non c’è più ed era un regista di grandissimo entusiasmo, e col maestro Armando Trovajoli. Anche se tantissime opportunità mi sono arrivate grazie al successo di “Un medico in famiglia”, per cui sarò sempre grato a questa fiction.

Ci sarà un’undicesima stagione?
Al momento non è prevista nessun’altra stagione e non so come andrà a finire. Sicuramente non dipende da noi. Né la Rai, né la produzione ci ha coinvolto in qualcosa. Per cui attualmente non c’è niente all’orizzonte.

Tu non hai mai nascosto il tuo amore per il teatro. Quali sono gli aspetti che ami del palcoscenico?
Il mio amore per il teatro dura da tantissimo tempo. Ho fatto il mio esordio quando avevo dodici anni. Quell’esperienza è stato un battesimo molto forte. Per un bambino salire sul palcoscenico, sentire il pubblico che applaude e che segue, è una strana emozione e mi ha fatto abituare a questa vita. Per me è diventata la normalità andare incontro al pubblico, cercando di raccontare emozioni, di raccontare una storia con dei sentimenti e di riproporli ogni sera, come se fosse la prima volta. E’, tutti i giorni, un esercizio di rigenerazione. Mentre il set ti toglie tantissime energie. Si arriva esausti a fine riprese, perché sei stato dietro a ritmi abbastanza veloci. Nel teatro, invece, il momento dello spettacolo coincide con la “messa in onda” davanti al pubblico in sala. Tutto questo ti gratifica e ti porta tante energie. Non a caso, dopo lo spettacolo, di solito andiamo a dormire tardi perché, dopo essere andati in scena, si mangia e si hanno ancora tante energie da smaltire. L’incontro con il pubblico ti trasmette tanta carica. E’ molto diverso il meccanismo e l’incontro dal vivo è qualcosa di veramente straordinario e irripetibile.

Oltre a fare teatro, tu insegni alla scuola di recitazione “Percorsi d’attore”. Qual è l’obiettivo di questa scuola?
Abbiamo appena finito il biennio di quest’anno. Noi facciamo corsi biennali e abbiamo concluso con un open day in cui abbiamo proiettato tutti i lavori che abbiamo fatto, sia in teatro sia un cortometraggio che abbiamo girato con una troupe professionista. Il mio obiettivo, con questa scuola, è di fornire ai ragazzi giovani gli strumenti per realizzare i loro sogni all’atto pratico e concretamente, ovvero mettendoli sul palcoscenico e davanti la macchina da presa. E’ interessante sperimentare in prima persona un’emozione e come si racconta al teatro e al cinema, come si mantiene la concentrazione durante uno spettacolo e come interpretare un personaggio. Sono contento perché con gli insegnanti di questa scuola di recitazione, Marco Angelilli, Silvia Luzzi e Nora Venturini, siamo ormai molto affiatati e siamo molto contenti quando i nostri allievi diventano attori e protagonisti dei film e di tanti spettacoli.

Come reputi il teatro di oggi? Confrontandolo con il teatro dei tuoi esordi, quali cambiamenti hai notato maggiormente e quali sono gli aspetti da migliorare?
Prima, come mi è capitato nell’1981 con “Candelaio” di Giordano Bruno, si debuttava a novembre, si facevano le prove ad ottobre e dopo si facevano sei, sette mesi di tournee. Adesso i tempi di tournee sono ristretti. Prima si rimaneva dodici giorni in un posto, adesso quattro, cinque. Stranamente, non è tanto il pubblico che è diminuito. E’ il teatro che aveva prima uno scopo sociale molto più rilevante e un ruolo più centrale. Tutte le compagnie grosse, che portavano spettacoli dappertutto e che giravano l’Italia, avevano un’attenzione enorme, riempivano i giornali e molti spettacoli venivano portati anche al cinema. Adesso il teatro ha perso la sua centralità. Ed è proprio sbagliato. Il teatro è un’esperienza irripetibile per uno spettatore. Sarebbe bello che la gente avesse più informazioni sul teatro e più stimoli anche da parte della scuola. E’ importante educare i ragazzi al teatro. E’ molto terapeutico, ti consente di non avere paura dei sentimenti e di raccontarli. Magari con la scusa di raccontare un personaggio, vengono aiutati a tirar fuori quei sentimenti che si fa fatica a far emergere. Questa è una difficoltà che può avere un attore ma che può aiutare un ragazzo ad avere anche una maturazione personale. Personalmente introdurrei il teatro a scuola, come materia. Aiuterebbe i ragazzi alla comunicazione, che non è soltanto quella che avviene attraverso i cellulari, ma anche e soprattutto quella che avviene attraverso i sentimenti, recitando con altre persone.

Quali sono invece le esperienze del grande schermo a cui sei più legato?
L’esperienza che mi ha coinvolto di più, per tante ragioni, è senza dubbio quella de “Il giudice ragazzino”, in cui interpretavo Rosario Livatino. Era morto da poco e abbiamo girato il film soltanto due anni dopo la sua scomparsa. Era ancora una vicenda molto fresca. E’ stato molto emozionante per me raccontare di questo magistrato giovane, che rifiutò la scorta, che non voleva far preoccupare i genitori e che face una lotta forte a Cosa Nostra. A fine riprese ho conosciuto i genitori di Rosario, che adesso non ci sono più. Di recente c’è stato anche il processo di beatificazione di Rosario e mi dispiace che i genitori non abbiano potuto assistere a questa testimonianza di riconoscimento del valore umano e morale del figlio. E’ stata un’esperienza fortissima. Oltre a questo poi ci sono dei film, come ad esempio “Pasolini, un delitto italiano” di Marco Tullio Giordana, in cui interpretavo Nino Marazzita, un avvocato che difendeva la famiglia Pasolini, che è stato un film di impegno civile e che ho amato molto. Poi, ovviamente, ricordo le commedie, come “Chiedi la luna” con Margherita Buy di Giuseppe Piccioni. Non dimentico, per ragioni di ammirazione e di stima enormi, “Mario, Maria e Mario” di Ettore Scola. E’ stata una grandissima esperienza umana e professionale perché Ettore era veramente un maestro del cinema italiano, capace di far ridere e piangere nelle sue commedie ed aveva un’ironia tutta sua. Non a caso, quando ho potuto, ho chiesto a lui di poter fare “Una giornata particolare” a teatro ed era ben felice che fossimo noi a metterla in scena. Purtroppo è morto durante le prove e non ha potuto vedere il frutto del nostro lavoro. Per me resta uno dei registi più interessanti del cinema italiano. E’ nata un’amicizia stupenda e un affetto incredibile. Era una persona molto piacevole, non diceva mai cose banali ed era sempre un’immensa gioia ascoltarlo. Aveva sempre delle idee geniali e ogni volta ti spiazzava con le sue considerazioni.

Ci sono altri lavori che ti piacerebbe ricordare?
Don Zeno e Don Luigi Di Liegro sono stati due personaggi profondamente diversi ma con una passione civile comune. Di Liegro è fantastico, il fondatore della Caritas e un uomo di un’energia pazzesca e che è morto sul campo per le fatiche di stare a difendere sempre gli ultimi. Sono personaggi che mi hanno lasciato il segno perché, in qualche modo, mi hanno coinvolto. Inoltre, tante volte ci sono dei film che ti rimangono comunque nel cuore ma che non hanno un grandissimo successo. Si tratta di “A luci spente” di Maurizio Ponzi, che raccontava di una troupe che girava un film nel 1945 e che proteggeva anche partigiani o gente che scappava. Raccontare quest’epoca, con quella delicatezza, è sempre una bella emozione. Tante volte i film non sono fortunati, ma quando vengono mandati in onda suscitano comunque grandi sentimenti. Mi sono divertito tanto anche in “Cugino e Cugino” con Nino Frassica ed è stato divertente raccontare delle vicende all’interno del carcere con un tono di commedia, in cui ovviamente c’era anche un pizzico di drammaticità. Faceva ridere e pensare insieme. Così come “La famiglia in giallo” con Valeria Valeri. Nella mia carriera ho avuto anche tantissimi incontri fortunati. Anche in teatro ho lavorato con Lucilla Morlacchi e Sergio Fantoni. Sono contento del bilancio, di quello che finora ho fatto e spero che con l’età sia anche più facile scegliere nuove opportunità interessanti e particolari.

Attualmente hai qualcosa da presentare?
Al momento sto facendo delle letture in giro ed è sempre molto interessante. Sto facendo anche quelle del secondo libro di Nora Venturini, mia moglie che, oltre ad essere regista teatrale e sceneggiatrice, è anche scrittrice da tre anni ed ha scritto il suo primo libro un anno fa. Si intitola “L’ora di punta”, un giallo che ha per protagonista Debora Camilli, una tassista di 25 anni. Il secondo libro è “Lupo mangia cane”, ed ha sempre lei per protagonista. La trama ruota attorno alla morte di un eritreo. E’ molto divertente, appassionante, molto diverso rispetto al primo e lo consiglio come lettura estiva. Le letture sono anche un’occasione per tenersi svegli e mi divertono molto.

Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
La voce dello schermo per me deve avere un fine didattico anche, deve dare voce a quelli che la televisione la guardano e soprattutto fare riflettere e coinvolgere emotivamente il pubblico, come per esempio “Il fulgore di Dony”.

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Di Francesco Sciortino

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