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Intervista al regista Cosimo Terlizzi: “Vi presento gli dei del mio film” Il regista racconta il suo esordio al cinema di finzione e presenta "Dei", nelle sale dal 21 giugno.

Dal 21 giugno è nelle sale cinematografiche “Dei”, che porta la firma del regista Cosimo Terlizzi. Il film rappresenta un’inversione di rotta per Terlizzi, che ci ha abituato, nelle precedenti sue opere, ad un’impronta documentaristica. “Dei” racconta le vicende di Martino (Luigi Catani), un ragazzino di diciassette anni che comincia ad essere incuriosito dal mondo che lo circonda, dal sesso e da tutto ciò che riguarda l’adolescenza. Il film mette in risalto le differenze tra l’ambiente campestre, di cui Martino fa parte, e l’ambiente urbano. Cominciano, dunque, i tentativi di Martino di farsi accettare tra gli “dei” dell’Olimpo cittadino. Il film è prodotto dalla Buena Onda di Valeria Golino e Riccardo Scamarcio. Nel Cast anche Andrea Arcangeli (“Trust”, “Fuoriclasse”) e Angela Curri (“La Mafia uccide solo d’estate”). Per presentare la pellicola, la voce dello schermo ha intervistato in esclusiva il regista Cosimo Terlizzi, che ci ha fatto conoscere al meglio “Dei” spiegando i motivi che l’hanno portato a raccontare la storia di Martino, il ragazzo di campagna alla stregua degli dei della città.

È Nelle sale “Dei”. Ci presenti un po’ il film e quali sono i motivi per cui andarlo a vedere?
“Dei” è un lavoro che può rappresentare la fase di transizione che va dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta. Racconta la fine di un percorso scolastico, come può essere un liceo, e la scelta fondamentale che ne consegue. L’enigma che quasi tutti si pongono: andare all’università o vivere di altro? Il protagonista è Martino, un ragazzo di campagna che sceglie di andare all’università e di frequentare la facoltà di Filosofia, il mondo del pensiero, dell’intelletto e dell’elevazione spirituale.

A cosa è dovuta la scelta di raccontare questa fase della vita e le differenze tra vita urbana e vita di campagna?
Mi sono ispirato alla mia fase post-adolescenziale, come ne sono uscito e come rimanevo affascinato da miti e “dei” che vedevo in persone più grandi di me e che erano in città.

“Dei” rappresenta un cambiamento nel tuo stile, dal momento che finora hai optato maggiormente per uno stile documentaristico. Da cosa nasce questa voglia di cambiamento?
E’ stata per me una grande sfida approcciarmi al cinema classico e riuscire a fare qualcosa di interessante in relazione al mio background. Ovviamente, cambiando lo strumento cambia anche la modalità. Questo è il mio primo passo. Ho preferito entrare rimanendo molto sul classico, senza strafare.

Per quanto riguarda la scelta degli attori, cosa ti ha convinto di questi giovani protagonisti?
Ho scelto i protagonisti ispirandomi alle persone che ho conosciuto nella mia vita e che mi hanno ispirato. Ho cercato negli attori quello sguardo, quell’emotività, quella forza che hanno fatto sì che nascessero i soggetti del mio film.

 

Nel film è presente una grande cura per la fotografia. Perché questa attenzione maniacale e quali sono gli artisti a cui ti ispiri?
Grande merito va al direttore della fotografia Federico Annichiarico, che è un artigiano e un maestro della fotografia. Ha portato la sua visione, ci siamo confrontati e la fotografia nasce dall’incontro delle nostre due teste. Penso che la fotografia sia determinante in un’opera del genere. Abbiamo optato per una luce forte che illuminava i soggetti come se ci fosse una luce divina. La fotografia che apprezzo è ovviamente quella dei classici. Penso a Vittorio Storaro e Pasqualino De Santis. Però c’è anche una parte di me, un po’ “estrema” per il cinema di finzione, che si avvicina a Lars von Trier e a Dogma 95, dove l’idea di messa in scena dello strumento fotografico è superata. Per “Dei” ho optato per una fotografia “finta” e messa in scena. E’ tutto artefatto. La fotografia sembra naturale ma non lo è.

Come reputi il cinema di oggi? Quali novità vorresti portare?
Penso che al giorno d’oggi ci sia un rinascimento del cinema. Il problema, a mio avviso, sta nell’utilizzare quasi sempre un iter drammatico. Io ho provato a raccontare i sentimenti delle persone, come Martino, il cui stato d’animo si riferisce al mondo e alla natura piuttosto che ai legami con le persone. Nel film nessuno sta con nessuno e tutti stanno con tutti. Opto per il superamento del dramma della drammaturgia classica, dove bisogna creare delle azioni e arrivare alle relazioni. Questo aspetto deve esserci in parte. Il mio tentativo è stato quello di scrivere qualcosa che cavalchi l’onda, utilizzando la cui forza per arrivare all’obiettivo che non è l’onda stessa. Penso che oggi ci sia la volontà di uscire dall’impianto stereotipato del romanzo.

Ci sono altre esperienze che vorresti ricordare?
Sono molto legato a “Ritratto di famiglia”, “La benedizione degli animali”, “Folder”, “L’uomo doppio”, “Fratelli Fava”. “Fratelli Fava” è su internet, e Christian Rainer si è occupato di curare le musiche sia di questo film che di “Dei”.


Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Per me è come osservare una cosa liquida al cui interno ci sono un’immagine e un suono. L’immagine e il suono vanno letti. Non bisogna mai rimanere sulla superficie dello schermo, ma occorre entrarci. Se rimaniamo storditi e ci dimentichiamo di essere vivi, vuol dire che l’opera che stiamo guardando ha funzionato. Altrimenti rimane uno schermo piatto. Lo schermo è anche la tela del quadro.

 

Di Francesco Sciortino

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