Intervista a Giulio Beranek: “Torno in Rai con Elena Sofia Ricci” L'attore, da giovedì 23 aprile in "Vivi e Lascia Vivere", si racconta su "La voce dello schermo" anticipando il nuovo ruolo e ricordando gli altri personaggi della sua carriera.

La voce dello schermo ha avuto il piacere di intervistare Giulio Beranek, da giovedì 23 aprile su Rai Uno in “Vivi e Lascia Vivere”, family drama con Elena Sofia Ricci e diretto da Pappi Corsicato.
L’attore si è raccontato, anticipando qualcosa sul personaggio che interpreta nella serie in uscita; ha ricordato due personaggi che hanno fatto parte della sua carriera in antitesi tra loro, come Lorenzo di “Tutto può succedere” e l’iconico Mico Farinella de “Il Cacciatore”; e ha infine parlato dei grandi registi che l’hanno diretto, dai fratelli Taviani a Garrone, da Lodovichi a Danny Boyle, da Di Robilant a Corsicato. Questo e tanto altro nella nostra interessante chiacchierata con Giulio Beranek.


Salve Giulio, benvenuto su “La voce dello schermo”. Dal 23 ti vedremo in “Vivi e lascia vivere”. Presentaci la serie e il tuo personaggio…

“Vivi e lascia vivere” è un family drama e la prima serie tv di Pappi Corsicato. Mi piace far parte di questi progetti attraverso dei personaggi che possano essere marginali alla storia. Mi affascinano i ruoli un po’ più oscuri, trasversali, che hanno sempre un passato tormentato e un qualcosa da risolvere. Il mio personaggio, Luciano, ha un passato che, con il trascorrere delle puntate, si scopre abbastanza ingombrante. Il cast è di altissimo livello con Elena Sofia Ricci, Massimo Ghini e dei giovani molto bravi. Pappi ha saputo creare un bel mix tra gli attori adulti, più affermati e più tecnici, e i giovani che sono molto più istintivi.

Cosa ti ha convinto a far parte di questo progetto?

Mi attraeva l’idea di lavorare con Pappi Corsicato più che cimentarmi nuovamente in un family drama, visto che lo avevo già sperimentato in “Tutto può succedere”. Mi ha sempre affascinato l’estetica “almodovariana” che Pappi utilizzava. In tutti i suoi film, da “Libera” a “Buchi Neri” a “Il volto di un’altra”, si avvertiva sempre una forte carica erotica e sessuale. Ero molto curioso di cosa sarebbe potuto accadere all’interno di un format Rai. Quando mi è stato proposto il ruolo, mi sono subito sentito parte del progetto e sono stato entusiasta di farne parte.


Sono state soddisfatte le tue aspettative?

Assolutamente sì. Pappi umanamente è una persona fantastica e di una sensibilità unica. È un animo antico e si percepisce anche all’interno del set. È molto attento alla scenografia, alla scena, al quadro, alla composizione ai colori, alla cura del rapporto fra i personaggi. Riesce sempre a donare profondità ai personaggi e, quando era difficile trovarla, ci fermavamo un attimo e ne discutevamo insieme. Siamo stati molto liberi, nonostante i limiti di tempo e di budget che impongono le produzioni televisive. Se sarà una sfida vinta ce lo dirà il pubblico. Dal mio punto di vista è stata sicuramente un’esperienza positiva. Le immagini sono molto belle e la fotografia è ben curata da Timoty Aliprandi.

Sono giorni difficili per tutti. Come stai vivendo questo periodo di quarantena? Quali sono gli aspetti della vita normale che ti mancano di più?

Sto vivendo questo periodo come tutti: seguendo le indicazioni che ci vengono date giorno dopo giorno e sperando che tutto passi al più presto. Mi manca tantissimo il set, fare i provini, avere la sensazione che fuori intorno a me tutto si stia muovendo e che ci siano sempre lavori che partano. Adesso sapere che tutto è fermo mi mette tanta tristezza. Poco prima del lockdown ero sceso in Puglia per un cambio di vestiti e sono rimasto qua, perché qui ho un terreno di campagna, vicino al mare. Rimanendo in appartamento a Roma non so quanto avrei resistito. Qui leggo, corro all’interno del mio terreno, curo il mio orto. Trascorro la mia giornata così: faccio il campagnolo fino alle 6, poi leggo, mi alleno, guardo un film o una serie e poi a nanna.

Ti cito un passo: “Tutto può ricominciare perché noi siamo figli del parco.” Ovviamente tratto dal tuo libro “Il figlio delle rane”. Raccontaci di com’è stato per te realizzare questo libro?

Sentivo il bisogno di raccontare la mia storia, prendendone il giusto distacco e romanzandola in parte. “Il figlio delle rane”, scritto con Marco Pellegrino, ripercorre il percorso di formazione di un ragazzino che nasce in un luna park itinerante. Da persona vicina alla gente di spettacolo viaggiante, sono stato sempre abituato a risollevarmi. Il lavoro dei giostrai, soprattutto oggi, sta subendo e subirà i danni di questa quarantena e di questo virus, perché è un mestiere che vive di aggregamento, di assembramento, di feste patronali e di contatto. Stanno già arrivando notizie che tutte le feste popolari sono già rimandate per tutto l’anno. È un lavoro che viaggia già su un filo sottilissimo, che purtroppo sta scomparendo e per molti questo potrebbe essere il colpo di grazia e mi dispiace. È dura, soprattutto se apro la parentesi esercenti spettacolo viaggiante, perché sono parenti, la mia famiglia e conosco i problemi che stanno passando. Spero che queste persone vengano aiutate da chi di dovere.

Come collegheresti il tuo libro con questo momento storico?

“Il figlio delle rane” è sempre attuale perché è un racconto che parla di integrazione. Ancora oggi ci sono dei problemi che riguardano la diversità e nell’ accettare il diverso. Fin quando non si risolveranno questi aspetti rimarrà attuale. Spero che un giorno diventi non attuale, perché vorrà dire che avremo superato questo problema.

Tornando indietro, che ricordi hai dei tuoi esordi? Com’è stato per te muovere i tuoi primi passi nel mondo della recitazione?

Porto sempre con me il ricordo di “Marpiccolo”. Devo tutto a quel film, al regista Alessandro Di Robilant, al produttore Marco Donati, all’aiuto regista e casting Giuseppe Bonito e a Stefania Rodà. Sono le persone che hanno azzardato tantissimo per cercare il protagonista giusto per quella storia. Sono stato scelto come protagonista dopo lunghe ricerche e affidarsi a un ragazzo, che non aveva mai fatto nessun ruolo importante, è stato sicuramente un azzardo. Ricordo benissimo quando venne battuto il primo ciak di “Marpiccolo”, venne Giuseppe Bonito e mi disse “Adesso romperai il ghiaccio, come ti senti?”. Io risposi: “Sono tranquillo”. Mi sono subito trovato a mio agio e mi sono sempre sentito a casa. La pressione la avvertivo un po’ dopo, quando rivedevo ciò che giravo.

Parliamo di due prodotti molto diversi che ti hanno permesso di interpretare due ruoli molto differenti: “Il cacciatore”, dove vestivi i panni di “Mico Farinella” e “Tutto può succedere”, dove interpretavi Lorenzo. Com’è stato interpretare questi due personaggi?

Ho avuto la possibilità di interpretare due personaggi che mi permettevano di lavorare su due corsie che per me sono preferenziali. Il Lorenzo di “Tutto può succedere” ha tutta quella parte introversa e quella voglia di riscatto sociale che ho vissuto in tutta la mia infanzia. Ho attinto tantissimo dal mio bagaglio personale, cercando di limitare quell’istinto e quell’impulsività del Giulio un po’ più grande che aveva oltrepassato la fase dell’”accettatemi” ed era arrivato allo step successivo, quello del “Io sono così, non mi interessa che non vi piaccio”.

Mentre ne “Il Cacciatore”? Quanto è stato importante il regista, Stefano Lodovichi, per la riuscita del personaggio?

Al contrario, ne “Il Cacciatore” Mico Farinella riusciva a rappresentare una parte un po’ impulsiva, nel senso che era in un modo e non gli importava del parere della gente. Era un boss delle Madonie, cocainomane, sociopatico, una sorta di Joker. È stato un personaggio creato assieme a Stefano Lodovichi, che mi ha aiutato tantissimo a fare emergere quel carattere. Ha fatto un lavoro pazzesco sui costumi e sui colori. È il più fumetto tra tutti i personaggi de “Il Cacciatore” ed è forse per questo motivo che è uno dei più riusciti e che è più rimasto alla gente. Viaggiava in un binario a parte rispetto agli altri della serie. È stata un’esperienza bellissima, di lavoro e di libertà creativa a 360 gradi. Sentire un regista, dal momento dell’”azione”, che ti dà piena fiducia e continua a girare fin quando non alzi lo sguardo verso di lui o dici: “non ho più niente da dire”, è molto appagante per un attore. Mico Farinella è uno di quei personaggi che quando rivedo godo anch’io per il lavoro svolto. È bello da vedere anche dal punto di vista estetico. Sono stato fortunato ad avere incontrato registi come Stefano Lodovichi, Lucio Pellegrini e Alessandro Di Robilant.

Hai lavorato con altri grandissimi registi. Chi ti ha impressionato di più?

Oltre a quelli già citati, l’esperienza con i fratelli Taviani in “Una questione privata” forse dal punto di vista formativo mi ha lasciato un qualcosa in più, perché c’era una cura maniacale sul singolo movimento e sulla singola espressione. È quasi un cinema che non si fa più e un lavoro che non avevo quasi mai fatto prima. Ha rimesso in discussione tutto il mio fare l’attore. Mi incoraggiavo nel vedere che anche un gigante come Luca Marinelli aveva bisogno di entrare in quel meccanismo. Inoltre, seppur breve, l’esperienza ne “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone mi ha fatto capire che i grandi registi sono quelli che danno più libertà, sono più coraggiosi e più liberi. Ho notato questo aspetto comune in Di Robilant, Angelini, Lodovichi, Garrone, Giulio Mastromauro e Danny Boyle, con cui ho lavorato in “Trust”. Tutti loro mi hanno dato un’arma in più per capire quando sto facendo qualcosa di buono e quando sento questa sensazione di benessere e di libertà quando giro allora il mio istinto mi fa capire che sto agendo nel modo giusto.

Hai altri progetti in cantiere di cui vorresti parlare?

Poco prima del lockdown, ero sul set del film di Aureliano Amadei, una commedia gipsy in lingua romanì, un viaggio fantastico di una famiglia rom che da Roma doveva attraversare mezza Europa per arrivare in India, cercando di realizzare una profezia. Abbiamo girato per due settimane, le riprese si erano bloccate per motivi produttivi e quando stavamo per ripartire c’è stato il lockdown. Spero che, quando tutto tornerà alla normalità, “Il Pendolo” di Aureliano Amadei sia uno dei primi film a ripartire. Poi c’è un progetto fantasy che mi vedrà impegnato nel prossimo inverno, del quale però non dico altro per scaramanzia. Ci sono tanti lavori e speriamo che si sblocchino il prima possibile, quando si tornerà alla vita di tutti i giorni.

C’è qualche aneddoto da qualche set che vorresti condividere con i nostri lettori?

Uno degli aneddoti riguarda “Marpiccolo”: era un film low budget, con pochissimi soldi e potevamo permetterci pochissimi errori. Il primo giorno di riprese spaccai il frontale di un Audi A4 perché invece della retromarcia misi la prima. Inutile descrivervi lo sguardo del produttore, Marco Donati, quando ho fatto il botto!
Anche sul set de “Il Cacciatore” sono successi tanti di avvenimenti che ci hanno strappato il sorriso. Ad esempio mi sono schiantato con una moto da cross durante un inseguimento. Anche lì, Stefano Lodovichi e Rosario Rinaldi hanno subìto radicalmente un cambiamento del colore facciale. Durante le riprese mi accompagna il pericolo, faccio spesso diversi incidenti, ma per fortuna siamo qui a parlarne, quindi niente di grave!

Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Per me significa riuscire a emozionarmi. Sono uno spettatore prima di tutto che cerca l’emozione. L’altro giorno stavo riguardando “Mystic River”, in lingua originale. La scena in cui a Sean Penn viene comunicato che la figlia è morta e lui ha un urlo disperato di un padre che perde la figlia mi tocca e mi arriva sempre dentro. Spero sempre di ricevere quelle emozioni ogni volta che guardo un film e spero che un giorno possa essere io a trasmettere questa potenza emotiva quando recito. Questa è per me la voce dello schermo.

Di Francesco Sciortino

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