Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Andrea Roncato, che stiamo vedendo ne “Il Principe della follia”, il nuovo film di Dario D’Ambrosi uscito nelle sale il 14 maggio e che è stato presentato in anteprima alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Proiezioni Speciali. Un’opera potente e necessaria che mette al centro la fragilità umana e la dignità degli invisibili.
Nel corso della conversazione, l’attore ha raccontato la sua esperienza nel progetto, soffermandosi sul valore umano dell’opera e sulle riflessioni che il film porta con sé. Dai ricordi degli esordi accanto a Gigi Sammarchi ai grandi successi della commedia italiana, fino ai progetti più recenti tra cinema e televisione, Roncato ha ripercorso alcune delle tappe più importanti della sua carriera. Tra gli aneddoti raccontati, anche quelli legati agli incontri con grandi nomi del cinema internazionale come Alain Delon, ricordato dall’attore con grande stima per la sua umiltà e professionalità sul set. Infine, Roncato ha parlato dell’evoluzione della comicità e del significato della recitazione e del cinema, visto come uno strumento capace di emozionare, raccontare e far riflettere.

Parliamo de Il Principe della follia, di Dario D’Ambrosi. Cosa ti ha colpito di questa esperienza?
È un film diverso rispetto agli altri che ho fatto e dal solito. Mi ricorda, per certi aspetti, il cinema di Tarantino. È un film duro, che esplora i pensieri di una donna che partorisce un bambino disabile e maledice il mondo. È la storia di una famiglia che vive grandi problematiche e che viene notata soltanto dal mio personaggio, un tassista che vive da solo, con la macchina rotta, e che la sera porta a lavorare prostitute e travestiti che lavorano in locali dove fanno spettacoli. Interagisce con loro, che spesso vengono considerati diversi ma che in realtà hanno un grande cuore. Insieme cercheranno di fare qualcosa per il bambino.
Cosa pensi insegni al pubblico?
Questo film arriva come un pugno nello stomaco, però dovrebbe insegnare il rispetto per tutti, che ultimamente sta mancando tanto. Vediamo guerre, politici che invece di rispettarsi si offendono, bullismo, animali torturati e altre situazioni che ci fanno capire che il rispetto sta scomparendo nel mondo. È un grosso problema, perché senza rispetto non si va da nessuna parte. Credo nella citazione: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. È un film che ti lascia tanto e, dopo averlo visto, esci con un insegnamento in più. Mostra un momento di vita molto importante al quale pensiamo poco e che sta sparendo dalla mente del genere umano.
Quali corde ti ha permesso di toccare il tuo personaggio?
La solitudine, l’avere abbastanza anima dentro per accorgersi dei problemi degli altri e darsi da fare per aiutarli. Non è un film nel quale ho soltanto recitato, ma che mi ha portato nel mondo degli ultimi per capire che lì alcuni valori ci sono ancora, mentre sono spariti nel mondo dei grandi.
Dopo tanti anni di carriera, come si riesce ancora a imparare qualcosa?
Credo che nella vita bisogna sempre continuare a sbagliare e a imparare, altrimenti si resterebbe uguali. Gli errori che si fanno nella vita, si spera sempre meno gravi, sono un insegnamento e ci fanno capire come correggersi e migliorarsi. Ho fatto 67 film e più di 250 episodi di fiction, ma questo è un film che mi ha colpito particolarmente proprio per gli insegnamenti che mi ha lasciato.
Inoltre, mi ha toccato il fatto che il collega che interpreta il protagonista da grande conviva con il morbo di Parkinson. Recitare con lui e vedere gli altri personaggi mi ha fatto riflettere su quel mondo che è spesso poco considerato, ma che appartiene alla vita e deve essere rispettato e raccontato.
Quali pensi siano gli insegnamenti più importanti che hai imparato durante la tua carriera?
Sicuramente a non avere invidia. Credo di avere tanti difetti, come tutti; l’unico pregio del quale mi vanto penso sia questo. L’invidia è un altro di quei mali che stanno flagellando il mondo. Non vedo l’ora di vedere belle interpretazioni dei miei colleghi per entusiasmarmi e sentirli per complimentarmi con loro. Quando vedo un lavoro fatto bene mi entusiasmo e sono felice, perché è qualcosa che serve al cinema, che è il mestiere che amo.

Come si spazia tra comicità, commedia e dramma?
Nella vita ci deve essere tutto. Ho cominciato come comico, perché sono di natura aperto, simpatico e mi piace ridere e scherzare. Poi ho cominciato a toccare altre corde che appartengono all’età che avanza. Se a trent’anni andavo in giro per le spiagge a far ridere e a correre dietro alle ragazze, a settant’anni sarei patetico e ho dovuto cimentarmi in ruoli consoni alla fase della mia vita. Il cinema rappresenta la vita ed è fatto di tanti elementi e figure differenti.
Come pensi cambi la comicità?
Credo che cambi nel tempo. Vedo un’enorme differenza tra la comicità degli anni ’80 e quella di adesso, nella quale non mi identifico tanto. Provengo dai tempi di Cochi e Renato, Verdone e di gente che faceva sketch e aveva tempi comici eccezionali, che facevano ridere perché le loro gag avevano un senso dialettico e dei tempi precisi. Adesso, credo si tenti di far ridere facendo versi strani, imitando la pazzia dell’uomo, i suoi problemi e andando più verso una direzione ridicola che comica.
Un attore come riesce a esprimere emozioni autentiche sullo schermo?
Credo che recitare significhi rivivere continuamente la propria vita. Quando si interpretano ruoli per il cinema bisogna servirsi di ciò che si ha dentro. Se si dice ‘Ti amo’ o ‘Ti odio’ a un personaggio, bisogna ricordare i momenti in cui si sono provati sentimenti che si avvicinano a quello stato d’animo. Se in una scena è necessario piangere, bisogna rivivere un momento che ti ha fatto piangere, non devi fingere di farlo.
Ripercorrendo la tua carriera, ci sono delle tappe che ritieni fondamentali?
Sicuramente, durante i miei inizi, quando facevamo i comici con Gigi Sammarchi, ce ne sono state diverse. Il primo incontro fu con Guccini, che ci vide e ci fece andare in un suo locale-cabaret. Cominciammo a farci notare fino a diventare molto conosciuti a Bologna. In seguito ci notò Sandra Mondaini e lavorammo tre o quattro anni con lei.
Una volta, nelle discoteche andavano ogni sera cinquemila persone, che erano abituate a smettere di ballare alle undici di sera per ascoltare gli spettacoli. Con lei approdammo anche in televisione con “Io e la Befana”.
In seguito, cosa accadde?
Poi facemmo altre trasmissioni con Nicotra e Trapani, fino ad approdare in Mediaset con una trasmissione di grande successo e molto premiata. C’era un cast stellare composto da Johnny Dorelli, Gigi Sabani, Nadia Cassini, Amanda Lear, Ornella Muti e Miguel Bosé.
Andando avanti, diventammo conduttori di “Grand Hotel” e mi sono ritrovato a recitare con Alain Delon, Tony Curtis, James Brown e artisti di questo calibro. Ai tempi mi faceva paura, ma era estremamente facile lavorare con loro, perché è molto più semplice lavorare con i grandi che con i piccoli. Nonostante avesse una grandissima fama, Alain Delon mi chiedeva: ‘Andrea, va bene? Vuoi che ripetiamo la gag?’.
Riguardo ai tuoi anni al cinema, da L’allenatore nel pallone ad Anni ’90, come sono andati?
In quegli anni c’era la tendenza a fare film con i comici, ma che portavano bei messaggi di allegria. Credo che quando interpretavo un ruolo comico fossi semplicemente Andrea; facendo invece l’attore si interpreta più la parte di un altro. Credo di aver cominciato davvero a fare l’attore quando mi sono cimentato in altri generi di film.
In seguito, con Gigi, abbiamo smesso di lavorare assieme, proprio per non rischiare di fare sempre prodotti simili. Inoltre, un altro progetto importante fu negli anni ’90 “Don Tonino”, un precursore di “Don Matteo”. Da lì ho cominciato a fare l’attore. Andando avanti, dai progetti con Pupi Avati, Virzì e Muccino ho iniziato a interpretare ruoli ai quali ho dato la mia anima e i miei sentimenti, smettendo di essere Andrea e diventando quei personaggi.
Sono così distanti le figure del comico e dell’attore?
Sì, abbastanza. Ricordo che quando feci un film con Avati andai a provare i costumi. Dovevo vestire i panni di Sisto, un vecchio contadino. Provai una giacca scegliendo quella che mi stava meglio. Pupi Avati mi bloccò e mi disse: ‘No, Sisto si metterebbe quella lì!’, indicando quella più brutta e che mi stava peggio. Gli chiesi: ‘Non potevo mettere questa?’ e lui rispose: ‘No, perché se tu facessi Sisto con la giacca che ha scelto Andrea Roncato rimarrebbe sempre un po’ di te. Mentre se sei lui, devi essere Sisto’.

Tra le esperienze recenti, quali sono quelle che ti stanno più a cuore?
Ce ne sono diverse. Lo scorso anno ho amato “La ricetta della felicità”, per la regia di Giacomo Campiotti e con attrici bravissime come Lucia Mascino e Cristiana Capotondi. È andata molto bene e presto cominceremo a girare la seconda stagione. È stata una bella esperienza perché parlava di famiglia, di amicizia tra donne e lanciava un bel messaggio. È importante realizzare anche progetti del genere, perché spesso nei nostri prodotti mostriamo il peggio del genere umano.
A volte sarebbe bello vedere anche cattivi che alla fine del film magari salvano un bambino e che ci fanno capire che esiste sì la cattiveria, ma nonostante ciò si può provare anche un po’ di bontà e riuscire a dare speranza al mondo. Si parla spesso del problema e si dà poca speranza. Bisogna prestare attenzione ai messaggi che si mandano.
Se fossi un giornalista, che domanda faresti a te stesso?
Chiederei a me stesso se credo in Dio. Risponderei che ci credo. Adoriamo un Dio che non vediamo, ma roviniamo gli alberi, i mari, le montagne, l’aria, la natura, gli animali senza renderci conto che tutto questo fa parte di quel Dio.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Rappresenta la vita vista da spettatore. Il cinema è un insegnamento, un modo per rivivere un momento bello della vita o affrontare un problema. Lo schermo è molto importante per cercare di trasmettere qualcosa all’essere umano.
Di Francesco Sciortino

