Breaking
Gio. Apr 16th, 2026

Intervista ad Anna Bellato: “Ne ‘Il Dio dell’amore’ tra lo scorrere del sentimento e la forza di lasciare andare” L’attrice parla, su “La voce dello schermo”, del nuovo film di Francesco Lagi e delle altre interpretazioni della propria carriera.

Mar 27, 2026
Foto di Francesco Ormando

Il 26 marzo è uscito nelle sale “Il Dio dell’amore”, nuovo film di Francesco Lagi con un cast di spessore composto da Vanessa Scalera, Anna Bellato, Isabella Ragonese, Vinicio Marchioni, Francesco Colella, Enrico Borello e Benedetta Cimatti.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Anna Bellato, attrice che negli anni ha saputo conquistare la stima di registi come Lagi, Bentivoglio, Nanni Moretti, Gipi e Andrea Segre e che ha dimostrato versatilità e capacità nel donare grande tridimensionalità a personaggi complessi, ricchi di sfaccettature e che esplorano a fondo le sfumature dell’animo umano.
Anna si è raccontata, partendo da Arianna ne “Il Dio dell’amore” – che le ha dato la possibilità di interpretare una cardiochirurga ricca di contraddizioni, che ha difficoltà a gestire contemporaneamente sia la vita lavorativa sia quella privata e che deve fare i conti con la capacità di lasciare andare – fino a ricordare le esperienze più importanti della propria carriera tra cinema, serie tv amatissime dal pubblico come “Romanzo Criminale – La serie” e “Rocco Schiavone” e teatro.
Presto sarà, inoltre, in “Tutto l’universo” di Matteo Damiani con Dora Romano e Majd Mastoura, attore vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino; in “Giorni Felici” di Susanna Nicchiarelli e ne “La sindrome degli amori passati” di Chiara Malta con Maurizio Lastrico e Maria Chiara Giannetta

Foto di Francesco Ormando

Dal 26 marzo ti vediamo ne “Il Dio dell’amore” di Francesco Lagi. Che esperienza è stata?

Con Francesco Lagi e Francesco Colella ci conosciamo molto bene, dal momento che abbiamo una anche una compagnia teatrale e avevamo già fatto un altro film insieme. “Il Dio dell’amore” è un film corale, una storia che amo molto ed esplora l’amore e il suo modo di scorrere e di passare da persona a persona. È sempre bello lavorare quando c’è la possibilità di raccontare una storia scritta in modo così delicato e con degli attori del genere. Quando i personaggi sono ricchi di contraddizioni e non sono soltanto di un colore, ma fragili, storti e non perfetti, come siamo noi, è sempre un materiale bello da affrontare.

Quanto è stato stimolante lavorare con questa squadra?

È stata una gioia. Il mio personaggio si muoveva tra quello di Vanessa Scalera e di Chiara Ferrara. È stato fantastico lavorare con Vanessa, stare lì in quel momento e giocare nell’interpretazione insieme a lei. La squadra era meravigliosa, dalla scrittura al direttore della fotografia. È stata una macchina straordinaria, che metteva in condizione noi attori di non preoccuparci di nient’altro se non dell’interpretazione. Francesco Lagi è sempre molto generoso nel lavoro con gli attori. Ti fa muovere in una zona apparentemente semplice, ma che racchiude una certa complessità. Ti porta a giocare sul filo e a raccontare più aspetti contemporaneamente.

Cosa pensi amerà il pubblico de “Il Dio dell’amore”?

Credo che il pubblico uscirà più felice dopo la visione. È un film in cui è facile riconoscersi, chi in un personaggio, chi in un altro e chi in un momento. C’è la visione dell’amore che, da sempre, scorre e attraversa tutti, nel bene o nel male. Credo che vedere questo film possa essere un momento di grande gioia e di tante emozioni.

Riguardo il tuo personaggio, Arianna, perché è stato affascinante rendere le sue sfaccettature?

È una cardiochirurga e, oltre a essere una dottoressa, ha una vita privata con cui confrontarsi. Ha una famiglia e una figlia. Il lavoro ha a che fare con il suo modo di stare al mondo, è una persona piena di contraddizioni e allo stesso tempo di grande poesia. Oltre all’aspetto pratico di donna che lavora ma che trascura la figlia e la sua relazione, possiamo immaginare che si trova in un mondo in cui è costretta ad affrontare aspetti molto crudi del proprio lavoro e che riesce a non fare trasparire le proprie emozioni, ma che concede al suo cuore di ripartire. Riesce a darsi la possibilità di lasciare andare e far fruire. Mi emoziona perché è come se avesse due poli, uno razionale e uno fatalista e che permette che le cose arrivino anche in maniera magica.

Cosa significa per te lasciare andare?

Credo sia una delle cose più difficili. Lasciare andare il dolore, le persone, le cose, da una parte comporta andare avanti; ma dall’altra non significa abbandonare, ma permettere che le cose scorrano. Sto cercando di vederlo nel tempo più come un gesto d’amore che come un’azione dolorosa.

C’è stato qualcosa che hai fatto fatica a lasciare andare?

C’è stato un momento della mia vita in cui pensavo che diventare madre mi portasse via una parte di me a cui ero molto affezionata e che ha a che fare con un tempo che se ne va. Credevo di perdere qualcosa. Invece, in quel momento ho capito che c’è una trasformazione e qualcosa che cambia, ma che non significa perdita. Quando ti trovi, invece, a lasciare andare delle persone è più difficile e cerco sempre di tenere i ricordi e di convivere con questo sentimento.

Il “lasciare andare” è una tematica che ti segue anche a teatro, dal momento che hai concluso da poco lo spettacolo “Diario di Lina”, sempre diretto da Francesco Lagi e con Francesco Colella…

Sì. C’è un pezzetto de “il Dio dell’amore” in questo spettacolo. Racconta la storia di una coppia che ha perso il suo cane e una parte del loro amore. È una grande metafora della fine e sottolinea la sensazione che si ha quando si lascia andare. I due si interrogano, durante un arco temporale di qualche giorno, mentre si stanno dicendo addio e provano a trovare il senso.

Il teatro è un mondo fondamentale per te. Cosa ha rappresentato per la tua carriera?

Il teatro che esploriamo noi è un modo per raccontare delle storie che hanno dell’umanità al centro. All’interno del quale troviamo persone che si amano o che si lasciano o pezzi di vita che raccontano la fragilità dell’essere umano. Come attrice mi fa sentire di essere al posto giusto nel modo di raccontare ed è anche una possibilità in più per tenere vivo il mio mestiere in maniera autonoma e col desiderio di ritrovarsi e di fare teatro.

Spesso si parla troppo poco del teatro. Secondo te, perché un’arte tanto nobile è anche un mondo così silenzioso a livello mediatico?

Credo che il teatro sia molto vivo e che faccia rumore. Può spaventare, ma è necessario come il cinema. Assistere a uno spettacolo teatrale è un’esperienza collettiva alla quale ci stiamo un po’ disabituando, ma è qualcosa di unico, che vedi in quel momento e non rivedrai mai più. A volte c’è un non riconoscimento di qualcosa che è fondamentale per l’essere umano. È un mezzo attraverso il quale si riescono a intravedere le proprie fragilità e le paure. Vedere dei personaggi storti, imperfetti che attraversano emozioni e riescono a superarle è in qualche modo catartico. L’uomo ha bisogno di quel rito e di quella condivisione. Credo che il silenzio sia di chi vuole metterlo a tacere, ma sono sicura che non ci riuscirà.

Come si riesce a spaziare tra generi e registi diversi e di grande spessore?

È stato un incontro con un certo tipo di cinema, da “L’ultimo terrestre” di Gipi – che è andato in concorso a Venezia – a “Mia Madre” di Nanni Moretti o “Welcome Venice” di Andrea Segre. Il mio mestiere prevede la possibilità di incontro tra generi, personaggi e storie diverse tra loro e me lo auguro sempre. Credo che faccia parta dello stesso contenitore.

Come mai, secondo te, durante la tua carriera hai attirato l’attenzione di tanti registi d’autore?

In questo mestiere a volte entra in gioco la fisicità e tanti altri aspetti. Il cinema è come l’amore: è straordinario che due persone tra tante si amino e allo stesso modo fare questo lavoro comporta l’essere scelti tra tanti per una serie di caratteristiche. Ricordo che Gipi mi disse di avermi scelta perché aveva notato le mie orecchie un po’ a sventola e gli ricordavano le sue.

Quanto è difficile essere madre e attrice contemporaneamente?

Credo che noi donne siamo dotate di una forza straordinaria. È difficile e quando ero ragazza ero più spaventata. Pensavo di non essere in grado di gestire questi due mondi. Sicuramente è più faticoso e difficile perché la società non prevede aiuti e sostegni. Proprio perché diventa più faticoso, diventa più forte il desiderio. Portavo le mie figlie mentre facevamo le prove sui set se le dovevo allattare, altre volte le ho lasciate ai nonni e alle baby sitter. Ho sempre pensato di dover essere felice anche per loro e ho continuato sempre il mio lavoro. Mi hanno sempre dato qualcosa in più, non mi hanno tolto niente.

Parliamo di una serie tv molto amata e di cui hai fatto parte: “Rocco Schiavone”. Cosa ha rappresentato per te?

Mi ha dato la possibilità di lavorare con Marco Giallini, che è un attore generosissimo. Inoltre, era un bellissimo personaggio che ho amato tantissimo, che aveva un lato oscuro e uno più chiaro. Era una madre, ma allo stesso tempo sbagliata, con diversi problemi e che giocava d’azzardo. Me ne sono innamorata. “Rocco Schiavone” nasce da una bella scrittura e mi ha permesso di andare a fondo per più tempo. È stata una bellissima esperienza ad Aosta e con attori bravissimi. Sono stata benissimo.

Tra le altre serie di cui hai fatto parte, c’è qualche altra esperienza che ti ha colpito particolarmente?

Sicuramente in “Romanzo Criminale – la serie” c’è stato un momento che ricordo particolarmente. Abbiamo girato, con Vinicio Marchioni, una scena in cui avremmo dovuto far partorire una mucca. Abbiamo aspettato tutta la notte che la mucca partorisse davvero e mi sembrava davvero incredibile che potesse succedere. Per la prima volta ho pensato che la realtà e la finzione si unissero in maniera abbastanza sorprendente. Ho un ricordo molto bello di questa esperienza.

Se fossi una giornalista che domanda faresti a te stessa?

Mi chiederei se, guardando indietro, sono contenta del percorso che ho fatto e risponderei di sì, nonostante la fatica, perché sono felice di fare il lavoro che amo.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Sin da piccola, dietro il grande schermo c’erano sempre le magie a cui aspiravo e la sua voce mi ha accompagnato e guidato negli anni, tra storie, personaggi e attori.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

You Missed

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi