Francesco Colella sta vivendo un periodo lavorativo estremamente entusiasmante tra teatro, cinema e televisione. Lo abbiamo visto, infatti, di recente nei panni di Stefano Corsano in “Guerrieri – La regola dell’equilibrio” diretto da Gianluca Maria Tavarelli e dal 26 marzo lo troviamo al cinema nelle vesti di Ovidio nel nuovo film di Francesco Lagi “Il Dio dell’amore”.
Lo abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, per parlare delle recenti interpretazioni e delle tappe più significative della propria carriera. Francesco ci ha confidato gli aspetti che ha amato della serie di Tavarelli e dell’affascinante sfida che ha rappresentato per lui vestire i panni di Ovidio nel nuovo film di Lagi. Oltre a parlare delle recenti esperienze, però, l’attore ci ha regalato alcune curiosità riguardo l’interpretazione di Tomei in “Christian” di Stefano Lodovichi – che gli è valsa la candidatura ai Nastri D’argento – Grandi serie del 2022 come miglior attore non protagonista – e ci ha confidato di quando Ronconi gli disse: «Decidi se vuoi essere un attore il cui fine è la tua personale espressività oppure se vuoi assumere la recitazione come strumento di conoscenza»…

Ti abbiamo visto, in queste settimane, in “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”. Che esperienza è stata per te?
Ho avuto la possibilità di lavorare nuovamente con Gianluca Maria Tavarelli, con cui avevo girato “Il commissario Maltese”, e in ogni prodotto che cura riesce a garantire sia qualità sia popolarità. La storia parte già con una base importante – i romanzi di Gianrico Carofiglio – e la sua regia offre un taglio cinematografico e un’attenzione tale che ti fa vivere un’esperienza artistica bella e stimolante. Inoltre, mi ha permesso di lavorare con Ivana Lotito, che è un’attrice splendida e con la quale è scattata una bella alchimia scenica.
Quando un personaggio è tratto da un romanzo, pensi si percepisca?
È importante fare in modo che non si percepisca. Il linguaggio della recitazione permette di nascondere o di trasformare la scrittura in qualcosa che sia presente quando la si guarda e nel corpo di un attore. L’origine, ovvero il romanzo, ti aiuta e ti porta in un personaggio che incarni all’interno di un film. Una volta interpretato, trascendi la scrittura per vivere l’esperienza sentimentale dentro il film.
Riguardo il tuo personaggio, Stefano Corsano, quali corde ti ha permesso di toccare?
È un personaggio complesso, con tante sfaccettature e che vive un’evoluzione. Possiede diverse caratteristiche che, se dovessi incontrarlo, ci sarebbero degli aspetti che non mi piacerebbero affatto di lui e che temerei. Allo stesso tempo, però, mi commuove, così come lo fanno le storie di persone sull’orlo di un abisso. Inoltre, viene messo in crisi dal ritorno di un amore e ripensa alla propria esistenza. Ha creato una prigione per se stesso dalla quale non sa quando poter uscire o quanto questo amore possa sciogliere le sbarre di queste prigione. Mi piace la sua lotta interiore e il fatto che lasci che l’amore lo rivoluzioni e lo sconquassi interiormente.
Quali sono gli aspetti che ti piacciono di questa serie?
C’è un’ambientazione, Bari, che è trattata in maniera poco folkloristica, che rimane molto bella, ma è una provincia del sud in cui si vede una quotidianità declinata con gusto e attraverso il personaggio dell’avvocato Guerrieri. Lui cerca di risollevare le sorti della sua vita personale e generosamente si offre di risolvere dei casi spinosi, mettendo in crisi se stesso e non sa distinguere la vita privata dalla professione perché ha una vocazione. Alessandro (Gassmann ndr.) è stato splendido in questo perché gli ha regalato un’eleganza interiore che si percepisce. Ma tutti i personaggi possiedono una loro complessità. È una serie che ti attira a guardarla e a capirla per interpretare le relazioni tra i personaggi e le storie che ci sono dentro.
Cosa pensi di aver regalato tu a Stefano Corsano?
Una possibilità di redimersi e un tipo di emotività che piano piano esce fuori e lo scompone. Ho voluto alimentare e nutrire questa crisi dentro questo personaggio, che mi sembrava la parte più vitale e interessante da rappresentare.
Il 26 marzo è uscito nelle sale il “Il Dio dell’amore” di Francesco Lagi. Come reputi questa esperienza?
Abbiamo visto il film assieme a tutto il cast e ha una tale forza che speriamo sia trascinante. Ovviamente dipende da tanti fattori perché ultimamente c’è la tendenza a definire bella un’opera se fa tantissimi incassi. “Il Dio dell’amore”, invece, rimane un bellissimo film e ci auguriamo sia condiviso con la maggior parte delle persone. Crediamo faccia bene alla gente quando lo vede. È un film sorgivo, fresco, complesso e allo stesso tempo apparentemente semplice. È corale e tutti i personaggi si mescolano, si intersecano e si contagiano tra loro in una specie di vortice amoroso dove si racconta la vita. Si parla d’amore in una maniera talmente originale e personale che merita di essere visto. Francesco Lagi è stato bravissimo. Nutro un grande amore per questo progetto.
Com’è stato interpretare Ovidio?
Vestire i panni del poeta romano, che si aggira per una Roma contemporanea a illuminare e a illustrare delle storie, è stato singolare e molto affascinante. Mi rendo invisibile, si sente la mia voce, ogni tanto riappaio. Mi sono messo a servizio del film e sono il tramite tra la storia e gli spettatori.
Che rapporto hai con la poesia?
Ho un rapporto intensissimo, molto più che con la prosa e ogni tanto cerco di cimentarmici perché mi piace scrivere. Uno dei miei più grandi timori è di non sentire le persone, di anestetizzarmi e perdere la luce che fa vedere le cose fuori dai ruoli sociali e dalle ambizioni. La poesia mi mette in sesto da questo punto di vista e quando mi ci dedico è come se aprissi di nuovo la mia capacità di percezione e di sentire.
Quando il cinema diventa poesia, secondo te?
Il cinema diventa poesia quando fa risuonare delle corde dentro di te che hai dimenticato o che in qualche modo ti fanno sentire in comunione con gli altri. “Il Dio dell’amore” è uno di quei film che ci riesce. Non bisogna confondere la poesia con l’istinto sentimentale e ha a che fare anche con l’artificio. C’è poesia nello sguardo che ti fa accorgere di certe cose che non avresti potuto vedere o in quei fili invisibili che ti legano non soltanto alle persone e al mondo, ma anche a chi non c’è più.
Se dovessi sottolineare un problema del cinema italiano, quale evidenzieresti?
Spesso si dà per scontato di conoscere il pubblico e si pensa che abbassando la qualità o l’originalità del film, in qualche modo si possa incontrare un pubblico più vasto. Sopporto poco questa sottovalutazione del pubblico, perché spesso è molto più avanti. Quando si offrono alla gente dei prodotti belli, complessi e anche poetici, la gente li apprezza. Oggi abbiamo una sensibilità scoperta che fa in modo che quando c’è qualcosa di veramente bello, la gente lo accolga. Il problema è darglielo e offrirglielo.
Le interpretazioni ti danno la possibilità di allontanarti da quello che sei realmente. Come si toccano delle corde lontane?
Andando verso un personaggio piuttosto che portarlo a se stesso. Uscire fuori da sé non significa annullarsi o trascurarsi, ma scoprire se stessi attraverso l’incontro con l’altro. Quando si interpreta un personaggio mi capita di incontrare delle persone che balzano fuori da una sceneggiatura o da una scrittura. Quando commettono gesti o azioni inique, criminali, volgari e squallide, li guardo, li disprezzo ma li lascio liberi e soprattutto non li trascuro e cerco di far vedere di che abiezioni possono essere capaci. Quando invece mi capita di incontrare personaggi, che sono anche dei compagni di viaggio anche migliori di me, allora interpretarli diventa anche un’educazione sentimentale. La recitazione è uno strumento di conoscenza. È necessario uscire da sé perché altrimenti si rischia di degradare nel narcisismo. L’attore è un tramite, quando guardi un prodotto ben fatto e ben recitato, ti viene di riflettere sulla tua vita, non di ammirare e di applaudire in modo autoreferenziale.
Cos’è la credibilità di un personaggio, secondo te?
Quando ci credi. Rendere credibile quello che fai, piuttosto che illudere, è il primo obiettivo quando si recita. Dall’illusione si passa a qualcosa che si può avvicinare a qualcosa di veritiero o che somiglia alla verità e non se ne distanzia troppo. La credibilità è un fine bellissimo, se non ci si arriva con manipolazione.
Hai lavorato diverse volte con tanti registi, come con Francesco Lagi o Gianluca Maria Tavarelli. Su cosa si basa un rapporto tra registi e attore che dura nel tempo?
Dipende. Con Tavarelli ho avuto due occasioni distanziate negli anni, poi ci siamo ritrovati e c’è un linguaggio comune. So come lavora lui e lui sa come lavoro io. C’è uno scambio, anche di fiducia. È un regista di poche parole, ma quelle che usa sono ficcanti e ha uno sguardo ‘gattesco’ quando vede che una cosa gli stona o non gli piace, si fa capire tramite gli occhi e non ha bisogno di spiegare. Senti che c’è un’antenna presente sensibilissima che ti controlla e ti guida. Allo stesso tempo mi capita di fare le mie proposte e di trovare un equilibrio. Con Lagi, invece, condividiamo un linguaggio – anche teatralmente – da anni. C’è una comprensione che va al di là del raziocinio e ci ritroviamo in una sintonia, visione del mondo e poetica che ci corrisponde molto.

Di recente sei stato a teatro con “Diario di Lina”. Cosa rappresenta il palco per te?
È come se mi chiedessi: “Che cos’è la vita per te?” o “Che cos’è l’amore per te?”. È un rifugio dal mondo e allo stesso tempo non ti rende impermeabile a esso, ma te lo fa leggere con occhi diversi e con maggiore fiducia. Ti porta all’incontro con le persone anche dopo lo spettacolo. È un principio vitale per me. Non distinguo la vita privata da quella artistica, non mi riesce, è un’esistenza che mi accompagna da quando ero ragazzino. I miei figli sono cresciuti adesso, ma i loro giocattoli erano nel camerino mentre provavo con Ronconi e gattonavano o sbirciavano da dietro le quinte. Hanno ricevuto un’educazione attraverso il teatro o attraverso le assenze del padre per il teatro. Quando sono accompagnato da uno spettacolo o dalle prove, la mia vita cambia e diventa più bella.
Con Ronconi hai fatto ben diciassette spettacoli. Che teatro era il suo?
Credo di essere diventato un attore migliore dopo Ronconi. Aveva una poetica tale da farmi diventare pasta nelle sue mani e uno strumento. Avevo bisogno di trovare una mia voce e dentro il suo teatro sono stato un testimone. Forse ne sono stato uno dei più attendibili perché mi pongo come tale senza parlare di ciò che ho fatto io con lui, ma di quello che ho visto fare a Ronconi.
In che senso?
Quello che ho visto in lui somiglia a qualcosa di miracoloso. È stato preziosissimo e un gigante. Ha rivoluzionato lo spazio teatrale. Assistere alle sue prove era come osservare un incantesimo o un miracolo. Arrivava con una poderosa drammaturgia con trenta personaggi, la leggeva per due ore e mezza – mentre ci trovavamo seduti attorno a lui – e sembrava che i protagonisti balzassero fuori dalla carta soltanto con la sua voce. Era notevolissima e ricorderò quei momenti per tutta la vita.
In che modo pensi abbia influito con l’approccio che hai adesso?
Nel momento in cui leggo un testo, mi faccio delle domande in maniera naturale, cercando di vedere che mondo c’è dietro quelle parole e dietro quei personaggi. Questo lo devo a lui, come anche l’aver sofferto dentro certi suoi spettacoli, forzando un po’ la mia natura. Ma è la persona che mi ha insegnato a non portare i personaggi a sé stessi ma ad andare verso di loro, uscendo fuori da sè, che è la sfida più interessante per un attore. Mi disse: «Decidi se vuoi essere un attore il cui fine è la tua personale espressività oppure se vuoi assumere la recitazione come strumento di conoscenza».
Da un maestro come Ronconi a uno dei registi più interessanti del nuovo linguaggio cinematografico e televisivo: Stefano Lodovichi. L’esperienza in “Christian” ti ha portato alla candidatura al Nastri d’argento. Cosa ricordi di questo set?
Stefano è un regista molto intelligente, bravo e arguto. Ha una maniera di raccontare molto particolare. Il personaggio era ben scritto, ho proposto alcune note ed è uscito un personaggio con tantissime originalità. Ha incontrato anche il favore del pubblico e della critica e ne sono contento. Mentre lo interpretavo, avevo fatto delle scelte molto radicali, accolte e approvate da Stefano. E ha avuto un bel risultato di cui sono molto contento.
Quali scelte hai dovuto compiere?
Ho dovuto congelare sentimenti ed emozioni di quest’uomo. Ha avuto un passato di sofferenza tale da portarlo ad anestetizzarsi completamente e a ritrovarsi in una periferia dove il crimine serpeggia, chiedendo soldi senza farsene nulla dei suoi guadagni. È un cinico, senza paura di nulla e di nessuno. Fa in modo che anche gli altri siano miserabili e riduce tutto al denaro e al completo disinteresse per la miseria umana, perché ce l’ha dentro tutta e la conosce. È una specie di filosofo da strada e un giustiziere prima che degli altri di se stesso.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Mi viene in mente un’immagine del tentativo di Orson Welles di girare “Don Chisciotte”. Nel momento in cui Don Chisciotte al cinema vede le allucinazione dei mulini a vento, si scaglia contro lo schermo cinematografico e lo squarcia per entrarci dentro. Quell’illusione e la fantasia che arriva travalica la tecnologia e ti porta in una zona di tempo e di spazio che è diversa. Quella è la voce dello schermo: qualcosa che ti parla e ti porta altrove.
Di Francesco Sciortino

