Giovedì 20 novembre arriva su Rai 1 l’attesissima terza stagione di “Un professore”, serie coprodotta da Rai Fiction e Banijay Studios Italy, diretta da Andrea Rebuzzi e con protagonisti Alessandro Gassmann, Claudia Pandolfi, Nicolas Maupas e Damiano Gavino. Uno dei volti più apprezzati, che abbiamo conosciuto durante la scorsa stagione, è sicuramente Margherita Aresti, che nella serie interpreta Nina, ragazza madre che fa di tutto per non perdere la figlia Lilli e che è riuscita a fare breccia nel cuore di Manuel (Damiano Gavino). Ma quella in “Un Professore” non è l’unica interpretazione degna di nota di Margherita. La giovane attrice, infatti, ha già saputo attirare l’attenzione di registi come Paolo Sorrentino, che l’ha scelta per interpretare il complesso ruolo di Vittoria in “Parthenope” e che l’ha portata a girare una scena di grande carica emotiva, e Carmine Elia che le ha affidato il ruolo di Viola in “Io sono leggenda”. Margherita ci ha presentato la nuova stagione di “Un professore” e alcune novità che riguarderanno Nina, ci ha ricordato i suoi anni da liceale, ci ha raccontato quali sono state le sfide più significative della propria carriera e cosa abbia rappresentato per lei essere diretta da Paolo Sorrentino. A voi…

Dal 20 novembre ti vediamo nella nuova stagione di “Un professore”. Cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove puntate e da Nina?
In questa nuova stagione ci saranno tanti colpi di scena e alcuni inaspettati riguarderanno Nina. La vedremo un po’ in confusione e dovrà compiere scelte importanti in funzione di sua figlia. Ciò che la muove realmente dentro è l’amore per Lilli e la voglia di riottenerla.
Quali sono gli aspetti che ti piacciono di lei?
Sicuramente l’amore che prova per la figlia e il suo essere agguerrita nel lottare per stare con lei. Mi piace la sua forza, il suo coraggio e la determinazione nel volere a tutti i costi mettersi in gioco e riavere la vita che cerca. È piccola, ma dimostra tanta maturità. Anche in questa nuova stagione riuscirà a essere lucida e a proseguire nel migliore dei modi nel proprio cammino.
Come ti sei avvicinata a lei e al suo stato d’animo?
Non essendo madre e non potendo comprendere fino in fondo cosa provasse, ho cercato di immedesimarmi nella sua situazione ascoltando le storie e le emozioni delle mie amiche che hanno vissuto una gravidanza da giovani. Inoltre, mi sono chiesta anche cosa avrebbe fatto mia madre in quella situazione.
Questa interpretazione ti ha portato a scoprire la maternità. Che effetto ti ha fatto?
Ho sempre avuto un bellissimo rapporto con i bambini, possiedono una grande spontaneità. Interpretare Nina mi ha portato una luce dentro, a essere come loro e a tornare indietro nel tempo. Mi sono ricordata com’ero io da bambina e mi sono sentita rinnovata. Cerco sempre di mantenere una mia parte fanciullesca nella mia visione della vita.
Com’è stato lavorare sul rapporto madre – figlia?
Con Sofia ci siamo trovate sin da subito e ci siamo supportate molto nelle scene. Lei era spontanea e vera e abbiamo fatto un bel lavoro per creare questo legame.
“Un professore” ti ha portato a rivivere gli anni delle tue superiori. Cosa ricordi di quei tempi?
Ero molto più inconsapevole ma sempre con una grande passione e con forti ideali. Ho sempre avuto il sogno di esprimermi attraverso l’arte, iniziando con la danza e con il teatro fino a scoprire, in seguito, la recitazione cinematografica. Con il passare del tempo, e rendendomi conto di cosa fosse importante per me, sono diventata sempre più meticolosa.
Che rapporto avevi con i tuoi professori?
Credo che il professore debba guidarti e farti capire l’importanza della sua materia. Ricordo che avevo una professoressa d’italiano che amava trasmettere la propria passione per la letteratura e questa sua propensione arrivava ai noi studenti e apprendevamo ciò che diceva. Era un piacere, proprio come vediamo nella serie durante le lezioni di Dante. Credo che ci vorrebbero più professori come lui, che riescono ad accendere un interesse. Nella società di oggi è sempre più difficile. Ma bisogna avere più fiducia nei giovani e i ragazzi, al contrario, devono ripagarla.
Cosa hai scoperto attraverso la recitazione?
Ho scoperto un mondo. Non esistono soltanto le scene e il personaggio, ma c’è uno studio che va oltre, che è quello dell’umano e avviene su noi stessi, sulle nostre emozioni ed entrando in empatia con un determinato personaggio. Grazie alla recitazione mi sento molto ricca di emozioni e di scoperte e mi fa sentire meno sola.

Un’altra interpretazione che ti ha messo alla prova è stata quella nei panni di Vittoria in “Parthenope”. Cosa ha rappresentato per te essere diretta da Paolo Sorrentino?
È stata un’esperienza bellissima e che per certi versi mi ha fatto rinascere. Non ci credevo fin quando non ho cominciato le riprese e ricordo che, inizialmente, non lo dissi a nessuno per scaramanzia. Non sapevo della scena che avrei dovuto affrontare, ci ho pensato per due giorni ma dentro di me conoscevo la risposta. Poi, mi sono chiesta: “come faccio a non fare questo film? È un’opportunità troppo grande”. Essere diretta da Paolo Sorrentino, uno dei miei registi preferiti, era un sogno che si realizzava. Me la sono goduta, è stata un’esperienza difficilissima e non credevo sarei riuscita a spingermi così oltre.
Come hai gestito il peso di un set così importante e di dover interpretare una scena così tosta?
Per prima cosa, sono stata sostenuta dalla mia coach – Yvonne D’Abbraccio – che mi ha aiutato a preparare il personaggio. Abbiamo fatto diverse prove e mi ha dato anche una sicurezza maggiore per affrontarla. Dopo, arrivata sul set, è stato molto naturale. Ho apprezzato l’ambiente professionale che c’è stato, la cura dei dettagli di Paolo Sorrentino e il suo modo di essere presente. Mi ha dato tanta fiducia, mi sono affidata completamente a lui ed è stata un’esperienza molto sinergica.
C’è stato un momento particolarmente difficile per te e come l’hai affrontato?
Sì, in un momento mi si è bloccato il respiro, dopo essermi preparata e mentre stavo per andare in scena. L’intimacy coordinator mi ha suggerito di fare la respirazione in cinque tempi e sono riuscita a sbloccarmi e fare il mio lavoro nel migliore dei modi. Mi piace mettermi a servizio del personaggio e di ciò che vuole il regista. Per interpretare Vittoria ho dovuto annullare Margherita, catapultarmi negli anni ’70 ed entrare in quella situazione.
Hai interpretato personaggi molto distanti da te e tosti. Com’è allontanarsi dal proprio modo di essere, anche esteticamente?
È una delle parti più interessanti della recitazione. Uno dei lavori che più mi ha entusiasmato e che mi ha permesso di allontanarmi tanto da me stessa è sicuramente Viola di “Noi siamo leggenda”. Era tanto diversa da me nella ritmica e nel modo di essere. È stato un lavoro molto bello, intenso, ho dovuto studiare e mi sono dovuta impegnare tantissimo sul set. Quando mi hanno fatto il nuovo taglio, rasandomi in biondo platino, e mi hanno stravolto l’immagine, mi sono sentita un po’ destabilizzata e, una volta presa consapevolezza, ho aperto il mio armadio e ho detto: “non posso più mettere questi vestiti perché non mi sento più io”. Era il personaggio che parlava in quella situazione.
Cosa ti ha lasciato un personaggio come Viola?
Viola mi ha lasciato dentro la non curanza del giudizio degli altri, soprattutto quando si tratta di commenti fatti con troppa superficialità e cattiveria. È stato soddisfacente e divertente uscire da me ed entrare all’interno di un’altra psicologia. I personaggi che interpreto mi permettono di conoscermi e di scoprirmi sempre di più. Mi sto avvicinando a corde che non pensavo di poter toccare.
Cosa ti ha sorpreso della regia di Carmine Elia?
È un regista che apprezzo particolarmente per il modo di dirigere, che inizialmente può sembrare un po’ spiazzante, ma in seguito comprendi che ogni suo gesto lo compie per permetterti di dare il meglio in scena. Sono molto affine a queste personalità forti e mi servono per crescere artisticamente. Carmine mi ha dato tanta fiducia, mi ha guidata ed è stato uno dei primi registi che mi ha scelta. Mi ha lanciata e lo ringrazierò sempre per la fiducia che mi ha dato.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Lo schermo ha un grande potere: quello di permettere a un regista di esprimere il proprio pensiero attraverso i suoi personaggi, di raccontare storie e di avere la possibilità di provare a cambiare le cose. Spesso, riguardo a “Un professore”, la gente mi ferma per strada dicendo: “Che bello, finalmente grazie a questa serie riusciamo a stare tutti insieme, a guardarla e ad avere un dibattito dopo”. Credo sia importante che lo schermo ti lasci qualcosa e che ti permetta uno scambio di opinioni.
Di Francesco Sciortino

