In attesa del gran finale di stagione di “Balene – Amiche per sempre”, in onda domenica 12 ottobre su Rai 1, abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Paolo Sassanelli. L’attore si è raccontato parlando della serie diretta da Alessandro Casale, degli aspetti che rendono “Balene – amiche per sempre” un prodotto vincente e di come abbia lavorato sul personaggio di Walter per donargli una maggiore verità. Oltre a parlare di “Balene”, Paolo ha ricordato alcune delle esperienze che hanno caratterizzato la sua brillante carriera tra teatro, cinema e televisione, da serie tv come “Il metodo Fenoglio”, “I bastardi di Pizzo Falcone” e “Un medico in famiglia” a film come “Incanto” e “C’è un posto nel mondo”. A voi…

Domenica 12 andrà in onda l’ultima puntata di “Balene – Amiche per sempre”. Cosa hai amato di questo progetto?
Ho amato il cast meraviglioso, che è composto da attori e da attrici che conoscevo. Ho apprezzato il livello alto e raro di recitazione, di interpretazione e di regia. Non si vede spesso in una fiction italiana.
Quali pensi siano gli elementi che la rendono una fiction di qualità?
È sicuramente molto curata e c’è molta attenzione in tutto. Mi fa molto piacere vedere prodotti scritti così bene e che possiedono una grande forza dentro.
Quali caratteristiche hai amato esplorare in Walter?
Inizialmente può sembrare un sessantenne superficiale che tradisce la moglie. Poteva essere facile cadere nella didascalia, invece, ho provato a dargli una motivazione e una necessità che lo porta a compiere determinate scelte, donandogli un’umanità e una verità.
Perché, secondo te, la gente ha bisogno di commedia?
Le persone hanno bisogno di leggerezza soprattutto perché, in un momento molto difficile come quello che stiamo vivendo, può fare tantissimo. Può aiutare le persone a lasciarsi andare a una narrazione sia di fantasia sia che riporta un po’ alla realtà, attraverso la vita di queste famiglie, le relazioni e le amicizie esplorate con vari livelli d’età. I sessantenni sono al centro dell’attenzione di questa storia ed è raro vedere una serie che parla di problemi di uomini e donne di questa fascia d’età. Questo aspetto mi ha colpito tanto.
Di recente ti abbiamo visto in “Incanto” di Pier Paolo Paganelli, perché è stato importante per te?
È un prodotto che ho amato tantissimo perché ho tanta stima e rispetto artistico e professionale per Pier Paolo. Oltre a essere un amico, è un grande artista. Quello che ha cercato di fare è stato portare la propria esperienza, provenendo anche da un teatro di un certo tipo, tra acrobati, circo e clownerie. L’ha riportato in maniera perfetta e ha fatto un bellissimo lavoro. È stata una sorpresa positiva per il nostro movimento cinematografico e quando l’ho visto sono rimasto incantato. È una magia.
Un’altra esperienza significativa è stata anche “C’è un posto nel mondo” di Francesco Falaschi…
Sì, è una storia che conosciamo in tanti, di chi – come me – ha vissuto fuori dalla propria terra e di chi si è fatto la domanda: “È giusto andarsene, lasciare gli affetti e cambiare vita?”. Il regista ha fatto un grande lavoro e ha trattato in modo delicato il tema dell’appartenenza e del partire. Aver contribuito a narrare e a raccontare una storia del genere mi ha fatto sentire molto contento.
Un attore deve dividersi tra interpretazioni che lo avvicinano alle proprie origini e altre che lo allontanano profondamente. Come ci si confronta con questo aspetto?
Il nostro mestiere ci pone di fronte a queste situazioni ed è sicuramente molto divertente. Quando si lavora in casa può sembrare tutto più facile, in realtà è molto pericoloso cadere nel cliché e bisogna stare molto attenti. Tuttavia, è come partire qualche metro più avanti nella gara dei cento metri: siamo avvantaggiati.
È più stimolante giocare in casa o fuori?
Entrambe. Mi piace giocare in casa e girare in Puglia perché torno alle mie origini e mi affascina tanto. Ma ho recitato anche all’estero in produzioni tedesche, inglesi, spagnole e ultimamente ho girato anche un film americano ed è molto appagante fare esperienze del genere. Fa parte della bellezza del nostro lavoro, perché non sai mai cosa ti verrà offerto, e gli dà valore.

Un’esperienza televisiva a cui sei molto legato è sicuramente “Il metodo Fenoglio”. È una serie che non è stata più rinnovata. Cosa puoi dirci a riguardo?
Il nostro desiderio è sempre stato di realizzare una seconda stagione, ma è una decisione che non spetta a noi ma alla rete. Rimane un lumicino di possibilità e tutti noi, attori, registi, cast, produzione e troupe, siamo tutti desiderosi di continuare a raccontare quella storia. Speriamo.
Perché è stato un prodotto importante per te?
È tratto da un romanzo e, quando racconti una storia di questo tipo, stai giocando su un campo bello, perché la sceneggiatura non è di fantasia ma si basa su una scrittura che parte da un livello alto. La storia è bellissima, girare a Bari e fare un personaggio terrigno, che appartiene a quella terra, anche se fa il carabiniere e racconta certe dinamiche, è stato molto appagante.
Ne “I bastardi di Pizzo Falcone” ti abbiamo visto irriconoscibile…
Sì, mi sono divertito tantissimo. Non capita sempre di interpretare un cattivo ed è sempre molto entusiasmante. Ti dà la possibilità di divertirti, mantenendo un certo realismo e non inventandosi niente.
La tua carriera è piena di esperienze tra teatro, cinema e televisione. Ti piace definirle strade separate o parte di un unico percorso?
Non sono strade separate, è come praticare sport diversi. I giochi con la palla sono tanti, ma sono differenti e allo stesso simili perché si fanno con lo stesso oggetto. Accade la stessa cosa con i vari mondi della recitazione.
Come si riesce a spaziare da un ambito all’altro?
Dipende se ti offrono dei bei progetti: quando avviene non devi far altro che accettare. Si riesce a farlo attraverso i mezzi, le esperienze e quello che è riuscito a fare negli anni e ha un’importanza fondamentale. La televisione ti offre possibilità superiori rispetto al cinema perché ti permette di farlo nella lunga narrazione. Ho avuto la fortuna di farlo e ne sono contento. La narrazione a puntata ti regala l’opportunità di sviscerare tutta la storia e di raccontarla nel dettaglio. A volte il cinema si deve concentrare soprattutto sui protagonisti e ha un tempo limitato ma è anche questo il bello del cinema. La televisione, invece, ti offre l’opportunità di approfondire molto di più la storia ed entrare più in profondità nelle relazioni.
E il teatro?
È un altro mondo, possiede una bellezza propria e ti dà quello che il cinema non riesce a darti: il tempo. Nel nostro cinema spesso le prove non sono mai contemplate e ti devi preparare per i fatti tuoi da solo per interpretare un personaggio. Entri nel film e dopo circa una settimana di lavoro. Nel teatro hai circa un mese o più per lavorare sul ruolo e quando si va a presentare il prodotto si ha molto più tempo e cura per far crescere un personaggio per scoprire dinamiche, difetti, come si muove e come parla. Anche durante le repliche si ha questo sviluppo, mentre nel cinema devi essere sempre pronto e il risultato deve essere più immediato.
Ultimamente vanno di moda i revival delle serie degli anni passati. Torneresti in “Un medico in famiglia”?
Magari si facesse di nuovo! So che anche buona parte del cast sarebbe ben disposta a farlo, quindi speriamo che accada presto.
Sono soltanto voci o c’è qualcosa di più?
Non so se c’è qualcosa di più concreto, lo spero. Al momento so quello che sapete voi.
Nel percorso artistico di un attore ci sono tanti incontri. Ce n’è qualcuno di cui vai più fiero?
Quello in cui ho incontrato mia moglie. L’ho conosciuta facendo lo spettacolo insieme a Nino Manfredi, stiamo insieme da trentasette anni, abbiamo due figli e adesso un nipote. Ringrazio il mio lavoro e Nino per avermi scelto per quel progetto. È stato un regalo grande che mi ha fatto il mio lavoro. Ma quasi tutti gli incontri sono stati importanti. A teatro ho lavorato con tantissimi registi che mi hanno permesso di tirare fuori il meglio di me stesso e ne sono molto contento. I nomi sono tanti: Alessandro Piva, Gianni Zanasi, Matteo Garrone e molti altri. Dei più recenti mi trovo benissimo a lavorare con Alessandro Casale perché cura molto il lavoro con gli attori.

Se fossi un giornalista che domanda faresti a Paolo?
Più che una domanda, gli direi: “Vai avanti, come hai fatto sempre”. Nonostante i momenti negativi sono sempre andato avanti. Incoraggerei Paolo dicendogli: “Avanti così, non ha importanza quanti anni hai, ricomincia sempre dall’inizio e cerca sempre di fare il meglio”.
Cosa vorresti dare ancora alla recitazione?
Non lo so ed è questo che mi piace. Sicuramente ho ancora tanto da dare. Quando mi renderò conto che non ho più nulla da dare, probabilmente andrò in campagna a occuparmi dell’orto! (ride ndr.) Ma non è questo il momento.
Quali sono i progetti che ti vedranno impegnato prossimamente?
Sarò a teatro con “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, con Francesco Pannofino, Francesco Acquaroli, Andrea Pannofino e Chiara Mascalzoni, la regia è di Alberto Rizzi e la produzione è Gli ipocriti e il Teatro Ambra Iovinelli.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Per me la voce dello schermo è il cinema ed è un incanto e una meraviglia. Bertolucci disse una volta: “Se sei un ‘cinefile’, già stare in una sala, quando si spegne la luce, è una gioia”. Il cinema è quello, è molto vicino al sogno: si spegne la luce, si riaccende e piano piano qualcosa accade. È un mondo onirico.
Di Francesco Sciortino

