Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo“, Ricky Memphis, tra i grandi protagonisti de “I Cesaroni – Il ritorno“, serie prodotta da Publispei – RTI e Mediaset dove veste i panni di Carlo. L’attore ha parlato dell’esperienza sul set accanto a Claudio Amendola, del valore della famiglia nella fiction e nella società e de “Il grande Boccia”, il film che vedremo nelle sale dall’11 giugno dedicato alla figura del regista Tanio Boccia. Non sono mancati i ricordi legati a Distretto di Polizia, dal X Tuscolano all’indimenticabile Mauro Belli, così come il racconto del profondo legame umano e professionale con Giorgio Tirabassi. Tra riflessioni sulla romanità, sull’evoluzione del cinema e sul rapporto con il pubblico, Ricky Memphis si è raccontato con la schiettezza, l’ironia e l’autenticità che da sempre lo contraddistinguono e che l’hanno reso uno degli attori più amati del cinema e della serialità italiana…

Ti stiamo vedendo ne “I Cesaroni – Il ritorno”. Quali opportunità ti ha offerto questa serie?
Sicuramente l’opportunità di entrare in una serie importantissima e molto amata. Interpretare Carlo è stato stimolante sia per il personaggio sia per tutto il resto, dai colleghi alla regia di Claudio Amendola. È stata una bellissima esperienza.
Da attore, cosa ti ha regalato Carlo?
Nonostante fosse un personaggio vicino alle mie corde, ho dovuto esplorare lati come il non essere stato un buon padre e un buon marito. Io spero di esserlo e l’attenzione verso la famiglia è uno dei più importanti aspetti su cui si basa la mia vita.
Sei entrato in questa nuova stagione, ma è una serie che prosegue dopo tanti anni. Com’è stato integrarsi all’interno di questo prodotto?
Molto facile. Claudio è il simbolo de ‘I Cesaroni’, ha sempre interpretato la serie, ma questa volta l’ha addirittura diretta e ha mostrato una grande maestria nel gestirci e nel mettere insieme tutti i pezzi. Abbiamo ascoltato le sue indicazioni ed è andato tutto per il meglio.
Avevi già lavorato con lui. Cosa significa collaborare con lui?
È una persona straordinaria, un mio amico da più di trent’anni e ci troviamo bene in qualunque situazione, a maggior ragione sul set. È molto capace, sa quello che vuole e come mettere la macchina da presa. Sa ascoltare molto gli attori, sa prenderli nel modo giusto e conosce il mestiere.
Con il cambiamento dell’orario della fiction, si sta un po’ sacrificando questo genere di prodotto e, per certi versi, quello che prima rappresentava un momento di condivisione per le famiglie. Cosa pensi a riguardo?
Sicuramente cominciano in un orario poco comodo per gli spettatori, considerando che la mattina devono andare a lavorare e i ragazzi a scuola. Tuttavia, la rete sa quello che fa e fa ciò che ritiene opportuno.
Non c’è il rischio che si perda l’interesse verso questi prodotti?
Credo che, più che l’interesse, ci sia il rischio che si perda la fedeltà e che gli spettatori si disaffezionino. Tuttavia, lo zoccolo duro c’è e ringrazio chi è disposto a guardarci fino a tardi e continua a seguirci nonostante debba alzarsi presto la mattina.
Non credi che andrebbero tutelati maggiormente?
Dal mio punto di vista, da attore, ovviamente andrebbero tutelati. Se dipendesse da me li farei iniziare alle 20.30, come una volta, ma non dipende da me. Non è una polemica, è ovvio che la rete decida in base a ciò che ritiene più giusto e più funzionale.
Cosa pensi abbia reso “I Cesaroni” un prodotto vincente negli anni?
È un prodotto vincente perché racconta una famiglia come tante in Italia. Affronta in modo ironico, emotivo e divertente dinamiche che tanti vivono, con grande rispetto e onestà verso il pubblico.

Perché c’è bisogno di famiglia nei prodotti televisivi?
Perché c’è bisogno di famiglia nella vita. È la cosa più importante che c’è al mondo e la società è ciò che è perché si fonda sulla solidità della famiglia. Purtroppo sentiamo tante notizie drammatiche che riguardano questo argomento; raccontarla per come dovrebbe essere è abbastanza propedeutico e importante.
Un altro prodotto che ti riguarda è “Il grande Boccia”, che uscirà a breve…
Sì, uscirà l’11 giugno. È stata un’esperienza bella, difficile e che ha vissuto diversi problemi a livello produttivo, tra Covid e altri motivi. È stato un parto lungo e faticoso, ma anche questo l’ha resa una grande esperienza perché c’è stata una grande volontà di farlo contro tutto e tutti.
Cosa ti ha colpito di lui?
Era un uomo che, pur di fare cinema, faceva qualunque cosa. È riuscito a fare cinema senza mezzi, inventandosi le cose. Non si è mai arreso ed è proprio questo che il film racconta: la storia di un uomo che non si arrende mai al proprio sogno.
Quanto è stata fondamentale durante la tua carriera la determinazione?
(ride, ndr) Sono determinato, ma la mia carriera è stata abbastanza fluida: tutto ciò che è arrivato è accaduto senza che dovessi spingere o lottare troppo. Avrei potuto dire qualche no o qualche sì in più che non ho detto. La determinazione c’è, ma non è stata alla base della mia carriera. Forse avrei potuto metterne un po’ di più.
Cosa pensi ci sia alla base della tua carriera?
Non saprei. Sono stato attento a ciò che accadeva e ho seguito i progetti a cui ho partecipato cercando di fare ciò che più mi divertiva. Alla base del lavoro di ogni attore ci sono sicuramente l’impegno, lo studio e lo spirito di sacrificio.
Dal cinema di Risi e Tognazzi che esperienza hai vissuto?
Erano i miei inizi e avrei trovato straordinario qualsiasi progetto, figuriamoci cominciare con loro. La mia fortuna è stata partire dai grandi, come Tognazzi e Risi: è stato un sogno nel sogno. Probabilmente oggi, con una maggiore maturità, lo vivrei con un po’ più di senso di responsabilità; allora ero più allegro, felice e spensierato.
Poi è arrivato “Distretto di Polizia”, una serie che ha portato il cinema in televisione. Che cosa ha rappresentato per te il X Tuscolano?
Tutto, sia a livello professionale sia personale. Lì ho conosciuto mia moglie, con la quale ho avuto i miei figli. Per diversi anni è stata la mia vita: trascorrevo dieci o dodici ore al giorno su quel set. Era casa mia e le persone che mi circondavano erano la mia famiglia. È stata un’esperienza fondamentale, un successo enorme, e Mauro Belli è diventato un personaggio iconico. Non avrei potuto chiedere di più.
Di Mauro Belli si parla ancora oggi. Che effetto fa aver interpretato un personaggio entrato nella storia della serialità italiana?
È una sensazione molto bella, che continua a lasciarmi incredulo. Mi fa ancora un certo effetto quando le persone mi chiedono se Mauro sia davvero morto o vivo. È un personaggio e un successo che hanno superato qualsiasi aspettativa.
Quel finale di stagione ha fatto discutere molto. C’è stato un momento in cui si è rischiato di riportarlo in vita?
Sì, diverse volte. Ci hanno pensato i produttori, gli sceneggiatori e anche noi attori. Tuttavia, l’ho sempre considerata un’idea più da soap opera, qualcosa che non sono mai riuscito a immaginare realmente realizzabile.
Sia in “Distretto di Polizia” sia in altri progetti hai lavorato con Giorgio Tirabassi. Chi è per te?
Prima di tutto un amico. Quando l’ho conosciuto non facevo ancora l’attore; lui aveva già lavorato con Proietti e io ero un suo fan. Lavorare insieme è stata un’esperienza formativa: è uno degli attori più bravi e preparati d’Italia. Collaborare con lui è sempre stato un onore e un motivo di orgoglio.
Perché, secondo te, artisticamente siete una coppia vincente?
Credo che, caratterialmente, ci compensiamo perché siamo molto diversi. Con Giorgio mi viene tutto più semplice e spontaneo: le battute arrivano da sole e riusciamo a improvvisare come con nessun altro. C’è una grande sintonia.
Durante la tua carriera ti è capitato di spaziare tra commedia e dramma. Come si mantiene l’equilibrio tra questi due generi?
Fa parte del mestiere dell’attore ricreare situazioni che facciano ridere, piangere, emozionare o spaventare. Non ho mai percepito una grande differenza tra girare una scena drammatica e una comica. Saper fare l’attore significa anche esplorare le diverse sfumature dell’animo umano.

Che attore è Ricky Memphis?
Un attore cialtrone! (ride, ndr.)
Perché?
Perché credo di aver ricevuto in dono una percentuale di talento, ma forse mi sono adagiato un po’ troppo su quello e avrei dovuto, a volte, non lasciare vincere la pigrizia e la paura.
Adesso, come ti piacerebbe evolverti artisticamente?
Mi piacerebbe mettermi alla prova in ruoli difficili e complicati e rischiare qualcosa di diverso.
Cos’è per te la romanità e come si concilia con l’arte?
Non saprei spiegarlo. Sono nato a Roma e lì ho sempre vissuto. Non amo molto le ostentazioni. Sono romano e vengo percepito così, ma non interpreto un romano: lo sono. Ma sarei felice di esplorare ruoli e contesti diversi.
Come ti piacerebbe allontanarti da questa immagine?
Sarebbe stimolante interpretare un personaggio che parla in modo diverso, magari soltanto in italiano, oppure mettermi alla prova con il napoletano o il siciliano. Sarebbe entusiasmante allontanarmi dai personaggi che ho interpretato finora. Con tutto l’amore che ho per Roma, professionalmente sarebbe una bella sfida.
Qual è il marchio di fabbrica che ti regala la tua provenienza?
Il piacere dell’ironia, della dissacrazione, della battuta, come diceva Proietti, per far ridere prima di tutto sé stesso.
Pensi che “I Cesaroni” siano l’inizio di qualcosa o la chiusura di un cerchio?
Noi che li abbiamo girati speriamo sia il seguito e l’inizio di qualcosa. Siamo tutti sulla stessa linea. Bisogna capire anche cosa accadrà a livello produttivo. La speranza di tutti è quella di andare avanti.
Sei un attore silenzioso, non fai parlare molto di te eppure sei uno dei più amati. Cosa pensi abbia conquistato il pubblico di te?
Non lo saprei dire. Mi meraviglio dell’enorme popolarità. Forse la gente mi ritiene uno di loro e si rispecchia in me. Chissà!
Come pensi sia cambiato il cinema rispetto ai tuoi inizi?
Ovviamente a livello tecnico è cambiato tanto, anche se sul set accadono le stesse dinamiche e situazioni. Purtroppo adesso la gente va meno al cinema.
Prossimi progetti?
Sto leggendo e valutando varie sceneggiature, oltre ad attendere i progetti in uscita. Vedremo.
Se fossi un giornalista, che domanda faresti a Ricky?
Gli chiederei: “Quando hai intenzione di crescere?”. E risponderei: “Mai”, perché non saprei da dove cominciare, mi sento ancora immaturo purtroppo! (ride, ndr).
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Ascoltare la voce del sogno, di qualcosa che non si sa nemmeno di voler fare e invece, ascoltandola, se ne trae ispirazione.
Di Francesco Sciortino

