Da diverse settimane “Call my agent” è tornata a tenerci compagnia su Sky e su Now TV con gli episodi della terza stagione. Quest’anno la serie – prodotta da Palomar e da Sky – ha vissuto un cambio di regia, passando da Luca Ribuoli a Simone Spada, ma ha mantenuto la grande qualità artistica e la vivacità che la contraddistingue.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Sara Drago che si è raccontata con grande generosità, parlando della nuova stagione di “Call my agent”, del suo profondo legame con Lea e del suo inarrestabile periodo artistico, sottolineando la sua voglia di mettersi continuamente alla prova e di sfidare sé stessa attraverso personaggi sempre più differenti e complessi tra loro. Ne abbiamo avuto prova al cinema, in queste settimane, in “Fuori la verità” di Davide Minnella al fianco di Claudio Amendola, Claudia Gerini, Claudia Pandolfi e Lorenzo Richelmy; a teatro – in cui è attualmente impegnata in “Tartufo” di Molière e diretta da Michele Sinisi – e in diversi prodotti in uscita in cui la vedremo prossimamente, come la nuova stagione de “I casi di Teresa Battaglia” e il docufilm su Fernanda Wittgens. Infine, Sara ci ha regalato un toccante ricordo di Marzia Ubaldi e ci ha presentato la sua particolare creatura teatrale, che dimostra la sua insaziabile voglia di arte e di trasformarsi: Libero Cobes. A voi…

Partiamo dalle nuove puntate di “Call my agent”. Quali novità ti è piaciuto esplorare in questa stagione?
Questa nuova stagione ci ha dato la possibilità – sia a livello di scrittura sia per situazioni di vita, come la mancanza di Marzia Ubaldi – di andare a toccare delle corde più intime, malinconiche e ha dato ai personaggi l’opportunità di attraversare punti di crisi importanti. È sempre bello quando, arrivando a una terza stagione, puoi scomodarti e non cadere in qualcosa che hai già fatto. Ci hanno aiutato anche i cambiamenti di regia, da Luca Ribuoli a Simone Spada, in sceneggiatura da Lisa Nur Sultan a Federico Baccomo, e ci ha permesso di non adagiarci su quello che già conoscevamo dei personaggi e delle loro linee caratteriali e di trama.
Com’è stato confrontarsi con queste novità?
Inizialmente è stato un po’ spaesante, ma Simone è entrato in punta di piedi con grande cura e sensibilità in una grande macchina e famiglia artistica già forte, rodata, affiatata e che conosceva la materia che raccontiamo. Una volta raggiunta un’intesa e la possibilità di capirsi nel linguaggio da utilizzare, è andato tutto in discesa.
Come definiresti il “Call my agent” di Luca Ribuoli e quello di Simone Spada?
Istintivamente, risponderei che Luca ci chiedeva molto ritmo, rapidità e intensità. Simone, invece, ha scelto di tenere insieme tutto, rallentando e consentendoci degli spazi di maggiore respiro nel ritmo, nell’intensità e nella rapidità, che “Call my agent” ha e che non deve perdere.
Questa stagione è dedicata a Marzia Ubaldi. Cosa è mancato maggiormente di lei sul set?
La sua concretezza, la sua ironia e il suo sarcasmo in determinate situazioni. È sempre stata la più giovane e la più vitale di tutti noi. Era incredibile e instancabile. Non l’ho mai sentita lamentarsi sul set. Ricordo una notte di luglio, alle cinque con un caldo terribile, mentre giravamo una scena, a un certo punto si addormentò con grande dignità. Scoppiai a ridere, lei rispose in modo leggero e autoironico: «Eh, sì. Sono stanca, son le cinque del mattino, fa un caldo pazzesco, mi sono addormentata un attimo!».
C’è mancato molto questo aspetto. All’inizio gestirci è stato un po’ impegnativo perché avevamo bisogno di lei che arrivava al ‘take’ giusto a dire: «Basta, non andiamo avanti a girare, tanto meglio di così non viene!». Aveva un’esperienza che tagliava un po’ corto e non tentennava con questioni legate all’ego attoriale e che vuole trovare la forma perfetta.
Riguardo le guest, chi ti ha sorpreso e divertito di più?
Credo che alcune guest abbiano saputo interpretare in maniera perfetta lo spirito di “Call my agent”. Stefano Accorsi ha saputo giocare e prendersi in giro più di chiunque altro con la sua interpretazione. Quella puntata è il distillato di “Call my agent”, racconta di un attore che vuole prendersi tutto e avere il dono dell’ubiquità. È la sintesi della follia del nostro mondo, che ci chiede di essere ovunque, contemporaneamente sul pezzo e di tenere insieme le redini di tante cose. Un altro che ha saputo interpretare divinamente lo spirito di “Call my agent” è stato Gabriele Muccino.

Dei nuovi ospiti, invece, chi ti ha colpito?
È sempre stimolante lavorare con tutti, perché ognuno di loro porta la sua personalità e non è semplice raccontarsi con ironia in “Call my agent”. Ho grande stima del lavoro che fanno le guest all’interno della serie. Mi sono trovata molto bene con Miriam Leone, ho sentito una chimica attoriale immediata ed è stato facile fingere di essere il suo agente e di avere un rapporto di empatia e di conoscenza così profondo. Mi ha divertito la sua puntata perché è una mamma che torna al lavoro e le propongono soltanto ruoli da mamma. È un modo per prendere in giro un meccanismo che è reale. Lo sto vivendo sulla mia pelle perché interpretando Lea è come mi identificassero con lei per sempre. Mi vengono proposti ruoli di donna di carattere, in carriera, che non ha una vita privata, una vita sentimentale complicata e libera sessualmente. Sì, l’ho interpretata, anche bene se è diventata così tanto amata, ma sono un’attrice e posso fare tante altre cose.
Perché, secondo te, nel proporre i ruoli c’è questa difficoltà nel comprendere che il pubblico vorrebbe vedere non soltanto Lea ma Sara in altre vesti?
Chi mi conosce ha capito perfettamente che sono una trasformista e non vede l’ora di vedermi anche in altri panni differenti. Penso che si tratti di mancanza di abitudine a immaginare qualcosa di diverso partendo da quello che vediamo davanti a noi. Spesso si assegnano i ruoli per dei tratti fisici, come il colore dei capelli o degli occhi. Tuttavia, facciamo un mestiere in cui possiamo usare delle parrucche, tingerci i capelli, ingrassare di venti chili e cambiare sempre di più. Credo ci sia un po’ di carestia immaginifica. È un mio pensiero, magari le motivazioni sono altre. Tuttavia, noi attori abbiamo la responsabilità di portare uno spostamento di immaginario e possiamo presentarci ai provini con una proposta anche rischiosa. Una volta, mi è capitato di andare a un provino con i capelli ricci e con gli occhiali. È scoppiato il panico! (ride ndr.)
Hai definito questa stagione di cambiamento e di trasformazione. Come ti confronti con il cambiamento?
È un bel cantiere aperto. Mi piace il cambiamento e mi diverte tanto, perché amo imparare e per farlo è necessario ampliare le tue vedute e mettere in discussione le certezze che ti sei tatuato per avere dei punti fermi. Ovviamente, può fare paura o può essere doloroso ma, tutte le volte che ho avuto il coraggio di mettere in discussione dei punti cardine della mia vita, ho avuto risposte positive.
Come pensi di essere cambiata in questi anni e come pensi di stare cambiando?
Credo di poterlo descrivere attraverso due immagini: il ragazzino con la fionda in tasca, che sono stata per tanti anni e che era la maschera che mi portavo in giro, che sapeva di essere una bella donna ma non voleva che le persone la vedessero solo per questo. Quindi pensavo: «Sono un maschiaccio, non tirerò fuori la mia femminilità e non vi permetterò di fermarvi all’apparenza». In realtà, mi sono resa conto, negli anni, che era un meccanismo di difesa personale e che mi portava a non accedere alla tenerezza, alla leggerezza e a delle sfumature più rosa della mia persona. In questo momento sono in una fase di muta, sto emergendo dall’abisso come una sirena e sento di essere in una fase di grande empowerment. In questo il lavoro, il passaggio a Roma, “Call my agent” ed essere valorizzata in ciò che faccio mi ha aiutata a darmi valore.
Si percepisce quest’aura diversa, sempre più carismatica e da trascinatrice. Credi di avere vissuto anche il passaggio dal mondo teatrale, più silenzioso, a quello cinematografico e televisivo, che è più d’impatto?
Credo che, per certi versi, siano aspetti collegati. È vero, il teatro è un mondo più silenzioso, che lavora maggiormente nell’ombra e questo è, da una parte, un bene perché ti permette di non farti distrarre dalle luci del successo, che a volte possono spostare dal fuoco del lavoro dell’attore, come lavorare, fare le prove, cadere, sbagliare, riflettere sul personaggio e tornare a casa e dormirci su. Credo che questa passione forte e competenza nei confronti del mio lavoro venga tanto dalla mia storia teatrale e prima da ginnasta. Sono sempre stata una persona abituata a mettersi nella creatività con disciplina e con dedizione e penso si veda anche da fuori.

Cos’è diventata Lea per te dopo tutti questi anni?
Lea è un alter-ego e una compagna di viaggio. Le voglio veramente bene, è un’amica e una fortuna perché girare la terza stagione – con l’augurio di fare anche una quarta – mi permette di approfondire il rapporto con lei. Frequentare per così tanto tempo una persona che ospita delle qualità che ti permettono di essere altro e che appartengono comunque ai tuoi cassetti interiori ed emotivi è davvero importante. È come quando frequenti una persona nella vita reale per più tempo: la conosci, ti appassioni e ci litighi.
Hai mai paura di rimanere imprigionata in lei?
No, è un gioco. Non farò la fine che ha fatto Favino con Che Guevara in “Call my agent”! (ride ndr.). Tuttavia, ogni tanto, mi capita di diventare un po’ Lea nella vita reale e mi dico anche: «Ecco, questa è Lea che parla». È come se quel personaggio mi permettesse – con maggiore leggerezza e divertimento – di mostrare la parte più sfacciata, ambiziosa e spregiudicata che mi appartiene.
Un altro progetto in cui ti stiamo vedendo è “Fuori la verità”. Che esperienza è stata per te?
Mi ha dato l’opportunità di creare un personaggio molto diverso da Lea. Jessica è molto differente: è riservata, chiusa, educata, attenta a compiacere l’altro, a non essere mai fuori posto, si mimetizza e, per questo motivo, rischia di scomparire sullo sfondo. In realtà, è una che dentro ha una grande ambizione che non riesce a manifestare. Il personaggio di Marina, interpretata da Claudia Pandolfi, le darà una strigliata, dicendole: «Sbottonati quel bottone e datti una svegliata perché, se vuoi fare carriera nella vita e quello che ami, devi far fuori qualcuno. Sei troppo buona, Jessica».

Perché pensi sia stato interessante per te?
È stato interessante perché mi ha dato la possibilità di riflettere sulla tendenza che abbiamo, da donne, a essere compiacenti per paura di essere messe all’angolo. Con Davide è stato un bell’incontro perché conosce bene il mondo che racconta: la televisione. L’ha fatta per molti anni ed è stato molto affascinante raccontare cinematograficamente la tv ed è molto originale per come ha scritto questo film.
Pensi ci sia un po’ di difficoltà nel trovare ruoli diversi dal solito per le donne?
Si stanno cominciando a scrivere dei ruoli per le donne che non siano funzione dell’uomo, finalmente. È un aspetto di cui si parla tanto tra colleghe e “Fuori la verità” è un bel film proprio perché, da questo punto di vista, è riuscito a dipingere dei ruoli femminili che hanno una propria autonomia in movimento all’interno e in funzione della storia e non dell’uomo che è il protagonista. È un lavoro molto corale e femminile e maschile si intrecciano insieme e generano una tavolozza di colori splendida, che è l’umanità che racconta “Fuori la verità” e in cui il pubblico si rispecchia e ciò che accade diventa straordinario. Gioca sulla pornografia dei sentimenti, sull’andare a infilare le dita a sfruculiare nel dolore degli altri per poter dire: «Loro sono così, io no». Ci fa sentire migliori mentre stiamo a casa e guardiamo comodamente seduti sulle nostre poltrone. È un film che crea delle riflessioni profonde e che vuole scomodare un po’ chi lo guarda.
Denuncia un po’ una società alla deriva, che per visibilità e denaro sarebbe disposta a tutto. Come pensi rifletta la società di oggi?
Credo sia uno specchio molto reale di ciò che stiamo vivendo. Si è molto più attaccati all’idea di guadagnare per fare delle cose, di avere successo per avere il potere di scegliere i progetti da fare. Sono aspetti veri, ma dispiace che debba essere il modo per ottenere rispetto, spazio, potere e riconoscimento del valore. Mi piacerebbe che il rapporto con il dio del denaro, del successo e della visibilità fosse meno idolatrante. Ma è vero che questa società sta andando verso questa direzione. Instagram è uno strumento utilissimo da un lato e infernale dall’altro, perché sembra dipingere delle vite onnipotenti, vincenti, sempre al top e sempre cariche in questa sorta di dittatura della felicità. Ci costringe a essere perfetti, meravigliosi e performanti su tutto e viene l’ansia soltanto a pensarci. Credo che l’intelligenza artificiale sia l’unico modo per cui potremmo reggere questi ritmi, perché non sono umani.
A proposito di verità interpretativa, cos’è e come riesci a trovarla?
Per prima cosa, cercando di stare nel presente mentre si gira, stando a contatto con quello che mi circonda, in relazione davvero con i miei partner di scena. La verità sta nell’accadimento, l’accadimento nella relazione e la puoi costruire soltanto con l’altro. Quando ti chiudi su di te, pensando come deve funzionare quella determinata scena, paradossalmente ti stai allontanando dal fare accadere la verità, perché sta sempre nella relazione. Inoltre, riesco a trovarla cercando di non adagiarmi nelle comfort zone e provando a mettermi in crisi e a farmi gli sgambetti perché, in questo modo, andrò a cercare qualcosa di vero e che sfugge al controllo della razionalità. Quei momenti di follia creativa e inconsapevolezza sono quelli in cui i personaggi brillano di più.
La verità interpretativa cinematografica e in serie tv e teatrale è diversa?
Il rapporto con la verità non è diverso, è diverso lo strumento e il linguaggio attraverso cui cogli quella verità e quella narrazione. Al cinema c’è la macchina da presa, che è il tuo pubblico e il tuo occhio e ti dà la possibilità di parlare con una voce naturale perché ti si avvicina molto, hai la possibilità di lavorare con uno sguardo, una lacrima, un sopracciglio. Il teatro no, ha una distanza e una grammatica diversa, ma il rapporto della connessione con la tua interiorità è lo stesso. Tecnicamente devi avere uno strumento abile e capace anche a portare la voce e a ingrandire non tradendo la verità di quello che sta succedendo e di quello che stai raccontando.
Hai parlato di crisi dell’attore. Cosa si intende?
Credo che la crisi sia sempre qualcosa di positivo e credo molto nelle sveglie notturne, nei periodi in cui non dormi o ti svegli alle quattro del mattino. In questi momenti c’è sempre qualcosa che ti scuote e bussa per ricordarti di occupartene. A un attore accade la stessa cosa: la crisi arriva quando stai frequentando per tanto tempo delle zone comode e ti dice: «Sì, va bene. Lo sai fare. Ti vuoi accontentare del farlo bene, di essere brava o ti vuoi ricordare qual è la tua funzione artistica?». La crisi ricorda a servizio di cosa siamo, ovvero di una storia e di quello che dovrebbe fare l’arte: mettere uno specchio davanti alle persone per permettere loro di dire quello che non riescono a dirsi ad alta voce e per intraprendere un processo di evoluzione.
Che rapporto deve avere un attore con la crisi?
Credo che debba mettersi in crisi quando si rende conto che sta andando verso delle zone di comfort, che hanno poco a che fare con la creatività. Il nostro è un mestiere che ha a che fare con il rapporto con la follia.
Sappiamo che sei a teatro, con “Tartufo” di Molière e diretta da Michele Sinisi…
Sì, ho da poco ripreso questa tournée e saremo in diverse piazze italiane. Mi piacerebbe molto che il pubblico che ha seguito e apprezzato il mio lavoro venisse a godersi questo spettacolo, perché è molto bello ed è un testo che sa fare dell’ironia su degli aspetti dell’umanità molto dark e grotteschi, soprattutto in questo momento storico, in cui viene messo in discussione il rapporto tra la verità e la finzione, tra narrazione e propaganda e con la presenza di personaggi spesso discutibili. Portiamo una bella riflessione e saremo dal 27 novembre al 31 dicembre al Teatro Fontana di Milano.
Tra i progetti televisivi e cinematografici, invece?
Sarò nel cast principale di “Figlia della cenere”, nella nuova stagione de “I casi di Teresa Battaglia” e in cui ho avuto il piacere di lavorare con Elena Sofia Ricci, Gianluca Gobbi, Giuseppe Spata. Ho trovato un ottimo regista, Chicco Rosati, e un cast straordinario. Infine, arriverà un docufilm, che non vedo l’ora che esca, sulla figura di Fernanda Wittgens ed è stato un viaggio profondo e bellissimo. Ci saranno tante novità e spero di portare alla luce delle creature teatrali che al momento stanno in cantiere.
Di che tipo?
A proposito di trasformismo e di quello che mi piace fare, sto lavorando da un po’ di anni su un personaggio teatrale che si chiama Libero Cobes, un senzatetto di sessant’anni. Ho pubblicato su Instagram alcuni video di happening dove Libero si è infilato come una sorta di disturbatore poetico e di creatore di cortocircuito. Lui è il mio luogo dove proteggo la mia arte dalle corse del mainstream. Ci metterò il tempo che ci vorrà, ho già incontrato il pubblico in alcune occasioni, ma sto cercando casa per Libero. Non vedo l’ora di poterlo portare alla luce, non so ancora in che forma e credo che permettersi di cercarla sia un grande privilegio.
Di Francesco Sciortino


