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Intervista a Matteo Tosi: “Io, ‘Coliandro’, ‘Crimini’ e incantesimi” L’attore di fiction molto amate come “L’ispettore Coliandro”, “Crimini” e “Incantesimo” si racconta su La voce dello schermo ricordando un particolare aneddoto dal set di un film.

Ott 21, 2019

La voce dello schermo ha intervistato Matteo Tosi, protagonista di fiction amatissime come “Incantesimo”, “L’ispettore Coliandro”, “Crimini” e di altri prodotti cinematografici italiani e stranieri che hanno arricchito il suo curriculum di attore e che gli hanno permesso di farsi apprezzare sia in Italia che all’estero. L’attore ha raccontato la sua vita divisa tra teatro, cinema e televisione, svelato un curioso e inquietante aneddoto accadutogli sul set del film “Colour From the Dark” di Ivan Zuccon e confidato altri interessanti aspetti della sua carriera.

 

 

Benvenuto su “La voce dello schermo”. Partiamo dai tuoi esordi. Qual è stato il tuo primo ruolo e che sensazioni hai provato?

Salve a tutti, grazie. La passione per lo spettacolo è nata con me. Fin da piccolo scrivevo, creavo e pensavo molto. Insomma, avevo già mostrato i primi segni di un creatività poi esplosa nell’adolescenza. A 12 anni fui colpito dal fascino del set de “La vela incantata”, film di Gianfranco Mengozzi che si girava nel mio paese. Ricordo ancora lo sguardo e la bellezza intrigante di Monica Guerritore e la forza espressiva di Massimo Ranieri. Loro contribuirono a indicarmi la via. A 19 anni mi sono iscritto al Dams (Discipline Arti Musica e Spettacolo) di Bologna e mi sono laureato nel 1996 a pieni voti. È stato proprio durante quel periodo, mentre frequentavo la scuola di recitazione, che feci i primi ruoli in teatro e al cinema. I primissimi furono nei video musicali di Venditti, Mango e Zucchero. All’epoca queste produzioni erano importanti e aver una parte non era facile. Ricordo ancora l’emozione e anche il senso di “straniamento” che ho provato quando durante il TG5, in anteprima mondiale, andò in onda il video di Antonello Venditti “Ogni Volta”. Milioni di ascoltatori.

Teatro, cinema e tv sono tre mondi che ti appartengono. Cosa ami rispettivamente di ognuno di questi tre ambiti e quali senti più tuo?

Sono un sostenitore del fatto che non è bene fare distinzioni. Si usa il corpo e la voce in maniera diversa ma l’intenzione, l’emozione, la spinta al “lavoro” sul personaggio sono sempre gli stessi. Del teatro amo il contatto con il pubblico, il suo umore immediato; del cinema e la tv amo invece la macchina organizzativa del set, il rapporto con tante professionalità. Tuttavia, devo ammettere che ho un fortissimo debole per il cinema.

“L’Ispettore Coliandro” e “Crimini” sono fiction di cui sei stato protagonista. Che ricordi hai di queste esperienze?

“L’ispettore Coliandro” porta la firma dei Fratelli Manetti, “Crimini” invece è una serie diretta da diversi registi, tra cui anche loro. Sono entrambi prodotti che in Rai hanno portato una ventata di modernità. I “Bros” amano il ritmo, il montaggio serrato e una fotografia non comune per opere rivolte al piccolo schermo e strizzano l’occhio alla cinematografia d’azione degli anni ‘70. E poi c’è la mano di Lucarelli che è una garanzia di scrittura. È stato davvero bello lavorare con loro, li ritengo tra i registi-creatori più interessanti del panorama italiano attuale. Si aggiunga che “L’Ispettore Coliandro” è una serie che ha avuto molto successo anche all’estero ed è anche uscita in dvd con un packaging speciale per L’Espresso.

Altra fiction di successo in cui hai lavorato è stata “Incantesimo”. Com’è stato per te interpretare Giulio Solari?

Dal punto di vista mediatico Il personaggio di Giulio Solari mi ha dato grande notorietà presso il grande pubblico, nonostante avessi già interpretato diversi ruoli in fiction di successo. Questo ruolo, non troppo scontato per una serialità come “Incantesimo”, mi ha permesso di sperimentarmi con il concetto di identità. Giulio fa i conti con sé stesso e le sue relazioni, dopo aver perso la memoria in seguito a un incidente. È costretto a ricostruire la sua vita, fidandosi, a suo discapito, di quello che gli viene raccontato. Ma prende coscienza che la memoria è necessaria a dare un senso alla sua esistenza ed è proprio il ripristino della verità che gli consente di perdonare chi gli ha fatto del male.

A quali esperienze cinematografiche sei più legato e perché?

Ho amato soprattutto girare film a tinte forti nella cinematografia di genere. Diretto da Ivan Zuccon ho girato tre film, interessanti per i ruoli e l’esperienza internazionale di set. In “Bad Brains” interpreto Mirco, un “misterioso” personaggio che si imbatte in una coppia di sanguinari killer; in “Colour from the dark”, invece, sono un prete esorcista e in “Wrath of the crows”, la cui prima è stata fatta a Hollywood, faccio il ruolo di un soldato aguzzino . Gli ultimi due sono in uscita in questi giorni nel formato dvd per Home Movies. Sono protagonista maschile anche in “Midway”, l’horror di cui sono protagonista maschile e che ha avuto una forte risonanza mediatica perché è stato il lizza per la competizione Italiana agli Oscar. Dopo l’uscita al cinema sarà disponibile su Amazon Prime. Infine non posso dimenticare un maestro per il genere che tratta: Ruggero Deodato. Con lui ho avuto la fortuna di essere il protagonista in un corto dal titolo “Io e mia figlia”. Il film divulgato nelle scuole e nei festival parla di femminicidio.

Durante la tua carriera hai ricevuto diversi riconoscimenti importanti. Quali sono quelli a cui tieni di più?

Ho avuto diversi riconoscimenti per il mio lavoro. Al Festival del Cinema di Messina ho ricevuto il Premio Adolfo Celi, un riconoscimento in memoria ad un attore eclettico che sperimentò nuovi linguaggi teatrali e cinematografici e si cimentò non solo come attore, ma anche come regista e sceneggiatore. Spero di poter eguagliare la sua carriera. L’eclettismo è senza dubbio qualcosa che mi appartiene. A testimonianza di ciò, ho ricevuto in Campidoglio il Premio Speciale Cultura Euromediterraneo per il cinemusical “Opera Palladio” di cui sono autore, sceneggiatore e regista con Simonetta Rovere. Tengo molto anche Premio Mare Festival che ho ricevuto con il regista John Real per “Midway” nell’ambito del Massimo Troisi Day, manifestazione dedicata al grande attore. Sul piano della solidarietà è stata una grande emozione ritirare Il Giglio d’oro, un riconoscimento che viene assegnato a una personalità o a un’associazione che si distingue per sostenere progetti in favore dei più deboli. Il premio in denaro è stato devoluto per sostenere il percorso scolastico di due bambini di Betlemme. Sono contento di questo, perché penso che chi fa un lavoro pubblico debba adoperarsi anche per il bene sociale.

C’è un ruolo in particolare che ti piacerebbe interpretare in tv o al cinema? Quale?

Mi piacerebbe poter interpretare personaggi di alcuni progetti che ho scritto, ma la cosa che più mi divertirebbe in questo momento è un ruolo comico. Una commedia brillante, intelligente ed esilarante che faccia ridere davvero. Divertire ed emozionare la gente sono le cose più soddisfacenti per chi fa il mio mestiere.

C’è qualche aneddoto dal set che ti piacerebbe ricordare?

Ce ne sono tanti, ma ti voglio raccontare il più particolare. Durante le riprese di “Colour From the Dark” di Ivan Zuccon nel quale interpreto un prete esorcista, ci sono stati tanti strani episodi che hanno rallentato la produzione. Due cineprese hanno smesso di funzionare misteriosamente, una macchina da presa si è messa a registrare da sola, le due automobili del regista hanno avuto guasti meccanici inspiegabili e molte altre stranezze. Eravamo tutti allibiti! A un certo punto, la produttrice esecutiva del film, scattando delle foto di scena, scopre il volto di un mostro. Si è iniziato a pensare a un poltergeist dispettoso, che abbiamo chiamato Trevor. Ecco, Trevor ci ha tenuto compagnia per tutto il film. Fortunatamente io, per questione di ruolo, avevo sempre in mano gli “attrezzi da lavoro”: acqua benedetta e croce. Ho potuto proteggermi dalle avversità del maligno più degli altri e credo che lo spiritello dispettoso abbia preso la fuga (ride ndr).

Sei tra i protagonisti della soap di successo nelle Filippine ‘Dolce amore’, dove interpreti Silvio De Luca. Che cosa ha significato per te questa esperienza fuori dal contesto italiano?

Non è la prima volta che lavoro all’estero e con cast internazionali e come le altre volte, anche questa, rappresenta l’opportunità di conoscere nuove realtà lavorative, collaborando con artisti e tecnici di altri paesi. È un modo “speciale” per arricchirsi, sia personalmente che artisticamente ed è anche l’opportunità di venire in contatto con un nuovo pubblico. Questo è poi un caso unico. Per la prima volta in una serie straniera si parla italiano, oltre all’inglese e il tagalog. Il pubblico filippino è allenato ad ascoltare un prodotto anche in più lingue, mentre in Italia, se tutto non viene doppiato è impensabile venga visto. In questo siamo decisamente più indietro. Nelle Filippine tutti parlano inglese oltre alla lingua ufficiale.

Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

“La voce dello schermo” per me significa dialoghi, parole, rumori, suoni e silenzi. Il suono svolge un ruolo fondamentale nell’audiovisivo, rende l’immagine naturale, realistica e dà espressività emozionale. Il cinema può “parlare” anche senza parole, ma non senza suono. Anche il silenzio necessita di essere sentito.

Di Francesco Sciortino

*Foto di Alessandro Rabboni 

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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