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Intervista a Paola Buratto: “Determinata come Camilla in ‘Call My Agent’, mi divido tra set e palcoscenico” L'attrice, apprezzatissima nella serie firmata Sky e Palomar e diretta da Luca Ribuoli, si racconta su La voce dello schermo confidando alcune curiosità riguardanti "Call My Agent" e la propria carriera.

Lug 11, 2024
Foto di Maddalena Petrosino. Ufficio Stampa: Giuseppe Corallo

In seguito ai due riconoscimenti ottenuti ai Nastri D’Argento, su “La voce dello schermo” abbiamo proseguito il nostro viaggio all’interno di “Call My Agent”. La serie, prodotta da Palomar e che potete trovare on Demand su Sky o su Now Tv, si è dimostrata una comedy brillante capace di affascinare tantissimi telespettatori e di coinvolgere tantissime star del cinema nazionale. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Paola Buratto, grande scoperta di “Call My Agent” nei panni di Camilla che, durante le due stagioni, ci ha dato prova del proprio talento. L’attrice ha confidato cosa l’abbia conquistata dell’esperienza nella serie diretta da Luca Ribuoli, ha ripercorso il suo percorso artistico che l’ha portata dalla Scuola D’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté e dal teatro al set di una delle più acclamate serie tv italiane degli ultimi anni e ha, infine, confidato altri aspetti della propria carriera da attrice. A voi…

Foto di Maddalena Petrosino.
Ufficio Stampa: Giuseppe Corallo

Salve Paola, benvenuta su “La voce dello schermo”. Partiamo da “Call My Agent”: Camilla è un personaggio molto interessante, arriva in punta di piedi ma riesce, pian piano, a conquistarsi la fiducia della CMA. Cosa hai amato maggiormente dell’interpretarla?

Salve a tutti, grazie. Di Camilla ho amato il suo modo di muoversi: molto piano e allo stesso tempo con una grinta che le ha permesso di farsi strada in poco tempo all’interno di un’agenzia molto importante e di guadagnarsi una posizione da sola, senza aiuti dall’esterno. Non era facile ricreare l’idea di un personaggio di questo tipo. Inoltre, ho dovuto trasmettere la passione di Camilla per il cinema ma che muta nel momento in cui viene vissuta: dall’ingenuità e dal sogno si passa alla concretezza e alla praticità del ruolo di agente.

È interessante sottolineare come Camilla, nonostante sia la figlia di Vittorio, riesce comunque a farsi strada con le proprie forze…

Esattamente. Lei segue la scia e la direzione tracciata dal padre però riesce a costruire tutto il proprio percorso nascondendo di essere la figlia di Vittorio e soprattutto senza il suo aiuto.

Camilla incarna anche il “farsi le ossa” nel mondo del lavoro e l’approccio iniziale verso una prima esperienza lavorativa. Come sono stati i tuoi esordi nella recitazione? Ti sei mai sentita come Camilla?

Assolutamente sì. Al contrario di Camilla, non ho seguito una direzione tracciata dai miei genitori ma la mia passione per il teatro è iniziata ai tempi del liceo, all’interno di un gruppo extra-scolastico. Ho cominciato piano piano, tra rappresentazioni e corsi, che mi hanno lasciato la voglia di provare a fare l’attrice. Dopo la laurea, avvertivo ancora un forte legame con la recitazione che mi ha portata alla Scuola D’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté. Da lì sono arrivati i primi provini, la mia agenzia e i primi ruoli che mi hanno portato in “Call My Agent”.

La serie ti ha permesso di avvicinarti a registi del calibro di Paolo Sorrentino o Gabriele Muccino e ad attori come Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Valeria Golino etc. Hai mai provato a sondare terreno per una collaborazione futura?

(ride ndr.) Dentro di me sì. Devo ammettere che, ogni volta che vedevo le guest sul set, in un modo quasi “camillesco”, ero tentata di dire loro: “sono una tua grande fan, mi piacerebbe tanto lavorare con te”, ma mi sono sempre fermata perché non era quello il contesto per spingermi oltre e ho ritenuto più professionale concentrarmi sul mio lavoro.

Con quali delle guest ti piacerebbe lavorare?

Ammiro tantissimo tutte le guest che abbiamo avuto nella serie e mi piacerebbe lavorare con ciascuno di loro. Ovviamente non posso non citare i due registi, Sorrentino e Muccino, perché apprezzo il modo in cui lavorano. E come potrei scegliere tra attori come Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Paola Cortellesi, Matilda De Angelis, Favino e Accorsi? Lavorerei a occhi chiusi con ciascuno di loro.

Quale sfida ha rappresentato interpretare Camilla?

Forse la sfida più grande è stata trovare la misura tra il registro comico e la struttura narrativa di Camilla che richiedeva un tono più serio. Riuscire a dare una visione al 100% riguardo questi due aspetti è stato un bel banco di prova per me.

Sei molto legata anche al mondo teatrale, nei mesi scorsi sei stata impegnata sul palco…

Sì. Abbiamo avuto l’opportunità di portare nuovamente in scena un saggio che avevamo fatto alla Volonté e mi ha permesso di ritrovare i colleghi d’accademia. Per me è stata una bella opportunità poter lavorare ancora una volta con Fabrizio Arcuri ed è stato interessante osservare quanto, nel giro di un anno, fossimo cambiati dal punto di vista lavorativo, essendo molto più pronti al lavoro da attori. Abbiamo portato in scena il testo “Villa Dolorosa”, una rivisitazione delle “Tre sorelle” in chiave moderna.

Cosa rappresenta per te il teatro?

È la casa dell’attore, dove nasce tutto e ha rappresentato l’inizio del mio percorso, sin dai tempi delle scuole superiori, e mi ha dato la possibilità e l’idea di poter fare il lavoro di attore e mi ha dato la carica e la benzina per le successive sfide. All’interno del mio progetto di vita lavorativo, il teatro ne fa sicuramente parte.

Perché secondo te gli attori sentono la necessità di continuare a fare teatro nella loro carriera?

Perché il teatro riesce a metterti in contatto con il pubblico e l’attore non esiste senza una comunicazione. È insita nel mestiere dell’attore il fatto che la voce, il testo e ciò che lui debba comunicare venga direzionato a un pubblico e, se è in presenza, trasforma il modo in cui l’attore sta in scena e comunica dei messaggi. Per me, nel teatro, la comunicazione è vera, accade in quel momento e garantisce all’attore uno spazio diverso rispetto all’audiovisivo, anche se sul set si percepisce comunque il voler comunicare un messaggio e avere un pubblico dentro e fuori.

Teatro e cinema sembrano dunque complementari per la carriera di un attore…

Si tratta di linguaggi differenti: nel cinema e nell’audiovisivo vedi la complessità dei vari linguaggi che si accordano insieme, della fotografia, della direzione, degli attori, dei costumi e di tutti i tantissimi reparti che collaborano e si crea una macchina davvero complessa. Nel teatro tanto viene fatto dal testo, dall’artista e dal regista ed è molto bello come il messaggio venga veicolato attraverso il palcoscenico. Sono due mondi di cui non posso fare a meno e amo tantissimo le loro diversità.

In una nostra intervista, Sara Drago ci ha confidato che si percepiva la preparazione teatrale di voi interpreti e che le scene venivano preparate come se foste una compagnia teatrale…

Mi fa piacere che Sara abbia fatto notare questo aspetto e lo sottoscrivo. Ovviamente si percepiva maggiormente tra noi del cast, nel modo in cui leggevamo e interpretavamo il testo e ci accordavamo nel prendere delle decisioni anche perché, essendoci molte scene corali, era necessario che si creasse questo gioco tra di noi, con i tempi che richiedeva questa serie ed è avvenuto tutto in maniera spontanea.

Se potessi rubare un ruolo a una tua collega quale sceglieresti?

Ruberei a Emma Stone il ruolo di Abigail Masham ne “La Favorita” e a Rachel Brosnahan quello di Midge Maisel nella serie “La fantastica signora Maisel”. In particolare, quello di Mrs Maisel mi piacerebbe sia perché è in costume e rappresenterebbe una bella prova per me e sia perché è un personaggio brillante, che rompe i canoni classici dell’epoca e mostra come essere moderni negli anni ’50. Mentre il ruolo di Emma Stone mi è piaciuto notevolmente per il cambiamento del personaggio e perché mostra come la sua condizione iniziale di povertà estrema viene cambiata nel momento in cui si mette in gioco con la convinzione di guadagnarsi tutto da sola.

Se fossi una giornalista che domanda faresti a Paola?

Le chiederei se è contenta del percorso che ha fatto rispetto a dove è partita. Risponderei che, nonostante gli ostacoli e le difficoltà il percorso che ho intrapreso sta seguendo una coerenza di cui sono molto fiera.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”, cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Significa non usare il cellulare mentre mi immergo nella voce dello schermo, non distrarmi e porre tanta attenzione a ciò che vuole comunicarmi. Inoltre vuol dire avere la responsabilità e l’onestà di dire se questa voce rispecchia la propria e, di conseguenza, se si discosta dal proprio modo di pensare, non avere timore di manifestare un’opposizione rispetto a ciò che vedo o ascolto.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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