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Joaquin Phoenix e quella struggente lacrima blu L’interpretazione da Oscar nel “Joker” di Todd Phillips

Ott 8, 2019

Da giorni, cioè da quando il 3 Ottobre è uscito nella sale il “Joker” di Todd Phillips con uno strepitoso Joaquin Phoenix col trucco del pagliaccio psicopatico, sui social si strilla più o meno in coro e più o meno così: “Dategli l’Oscar!”. Tra meme e commenti vari, poi, sono in molti – e questo era ancor più prevedibile, anche se del tutto inutile –a inscenare confronti con i precedenti Joker cinematografici.

 

Perché, lo ricorderanno praticamente tutti, prima di ritrovarci ad applaudire la performance di Phoenix, abbiamo già conosciuto (e ammirato) negli ultimi decenni altri Joker. Quello di Jack Nicholson nel “Batman” di Tim Burton (1989), un ossessionato dal crimine con caratterizzazione fin troppo letterale, il Joker di Heath Ledger, ad oggi il più acclamato e iconico, per Christopher Nolan in “Batman: Il Cavaliere Oscuro” (2008), con una personalissima rilettura che ci mostra una irresistibile schizofrenia che adoravamo temere e il clown di Jared Leto brevemente apparso in “Suicide Squad” (2016), uno squinternato coerente nella sua irrazionale ferocia ingiustamente denigrato dai più. Poi è arrivato Arthur Fleck, comico fallito da tutta una vita dolente e disperato, reso progressivamente un mostro da una società forse più mostruosa di lui. E il sigillo finale sembra esser stato posto.

L’interpretazione del divo lanciato da Gus Van Sant in “Da morire” (1995), in effetti, tra dimagrimento atroce e risata/pianto/grido di dolore costruito ad hoc con tempo e minuzia (oltre ad un trucco perfetto) ha stupito proprio tutti. Eppure c’è dell’altro: è nei suoi occhi, fin dalla prima sequenza condita da una struggente lacrima blu, che il grido disperato si legge con una disarmante chiarezza. Per quanto ci dispiaccia non aver ascoltato la versione originale (pur bravissimo il nostro doppiatore Adriano Giannini), sappiamo che l’interpretazione che dovrebbe, salvo scandalose sorprese non nuove ad Hollywood, consegnargli l’Oscar, è resa leggendaria da quell’espressione di malcelata disperazione e psicopatica tragedia che ha pochi precedenti. Per un attore intenso e dallo sguardo ipnotico come lui, la nomination agli Oscar non è una novità (e neppure altri Premi prestigiosi, come la Coppa Volpi a Venezia), grazie a titoli come “Il gladiatore”, “Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line” e “The Master”: eppure la statuetta non l’ha mai presa. Fino al prossimo 9 febbraio.

Di Gabriele Russo

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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