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The Irishman: metafora di un cinema in declino Scorsese colpisce ancora.

Nov 13, 2019

I Heard You Paint Houses“: questo il titolo del libro di Charles Brandt da cui è tratta la storia di The Irishman, nuovo capolavoro di Martin Scorsese uscito in un numero limitato di sale tra il 4 e il 10 novembre 2019 e che sarà disponibile su Netflix dal 27 novembre. 

Con un run time di 3 ore e 30 minuti ed un budget di oltre 200 milioni The Irishman è probabilmente il progetto più ambizioso di Scorsese, che ne fa un non dichiarato quarto capitolo (conclusivo?) della saga iniziata con Mean Streets, seguita da Goodfellas e Casino

Tratta da fatti realmente accaduti, la storia è quella di Frank Sheeran (Robert De Niro), ex veterano della seconda guerra mondiale che si trova inizialmente a fare il trasportatore di grossi tagli di carne e in seguito viene assoldato dalla mafia italoamericana in qualità di sicario. A capo della famiglia che lo protegge troviamo Russell Bufalino (Joe Pesci) che lo presenterà al sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), personaggio eclettico e rumoroso il quale stava avendo qualche problemino con Robert Kennedy a causa del suo coinvolgimento con la mafia. 

L’arco narrativo è di più o meno trent’anni e la storia viene raccontata tramite flashback con l’aiuto di una sofisticata tecnologia che ha permesso a Scorsese di ringiovanire i suoi attori a seconda del periodo storico. Tecnologia che, sebbene occorra qualche minuto per abituarcisi, aiuta a leggere l’intero film non solo nei limiti della storia che vuole raccontare in sé, ma apre le porte anche a riflessioni riguardanti il cinema in generale. Vedere questi grandi attori impegnati in un certo tipo di narrazione invecchiare di nuovo è metafora di un cinema che ormai sta scomparendo e del quale Scorsese è stato uno dei più grandi esponenti. 

The Irishman è infatti il ritorno di Scorsese ai film di “genere gangster o mafioso” dopo The Departed (2006). Meno frenetico degli altri, e anche molto meno “glamour”. Non si concentra infatti sullo sfarzo e la potenza di queste figure, sulle loro conquiste, mitizzandoli e facendoli apparire come superstar. Molto spesso preferisce focalizzarsi su di loro come persone e su cosa siano diventati dopo, una volta passato l’apice. Quello che toglie in fascino aggiunge in humor. The Irishman infatti è a tratti esilarante, in particolare il personaggio di Hoffa, che non perde mai l’occasione per sedurre chi gli sta accanto e di conseguenza anche lo spettatore. 

Parlare di The Irishman senza fare riferimento al suo cast è pressoché impossibile, e vorrebbe dire fargli un grande disservizio. Parte della grandiosità di questo film è sicuramente dovuta a loro, il trio consacrato composto da De Niro, Pesci e un novello (per quanto riguarda i film di Scorsese) Al Pacino. 

Anche lo stile del regista risulta meno in primo piano rispetto ad altri film: niente freeze frame, niente montaggio ultra serrato. Non mancano invece le sinuose tracking shot e l’occasionali rottura della quarta parete. 

Il film è un crescendo continuo, con un primo atto che aiuta a stabilire il mondo in cui ci troviamo e aiuta lo spettatore ad abituarsi ai personaggi e alle loro peculiari caratteristiche. Nel secondo atto si viene invece a conoscenza di alcuni dettagli utili alla storia e si viene completamente immersi nel mondo dei personaggi, si comincia a prendere le parti, per arrivare ad un terzo atto esplosivo e carico di tensione ed emozioni. È qui che i grandi volti di questo film la fanno da padrona e sfoggiano tutte le loro doti attoriali. È qui che lo spettatore si ricorda quanto sia bello vedere questi attori sul grande schermo, quanto siano bravi e perché vengano quasi venerati. 

La pellicola mostra le ripercussioni di una vita come quella dei suoi protagonisti. È un film sulle scelte che una persona può fare. Un film su quanto l’essere potenti e grandi in fondo non porti poi a nulla di diverso del non esserlo. La vita alla fine è uguale per tutti. È una narrativa che convince perché regala numerosi momenti di riflessione tirando fuori una vasta gamma di emozioni solitamente messe da parte e soppresse da archetipi di personaggi come questi. 

Tornando alle metafore veicolate da questo film, ce n’è una in particolare che salta all’occhio: quella di un cinema una volta potente che si va pian piano spegnendo. È il film stesso a dircelo tramite battute di dialogo (“Ho un problema alla distribuzione”, “Chi è Jimmy Hoffa?”) e tramite luoghi e inquadrature (senza fare spoiler, c’entra una casa di riposo). Seguendo questa metafora anche il finale ha una lettura ambigua, una porta semiaperta… da leggere come un segno di speranza verso il futuro? 

Il fatto che Scorsese si sia appoggiato a Netflix fa forse sperare in un futuro più roseo anche per certi tipi di film che, anche se impossibile crederci, stanno tramontando. La possibilità per il pubblico (e in particolare i giovani) di approcciarsi a film come The Irishman e il poterlo fare usufruendo del prodotto nella maniera che più piace a loro è sicuramente un punto a favore della scelta di Scorsese, che nonostante la sua età e le sue idee riguardanti il cinema si è comunque affidato a nuove tecnologie e ne ha fatto uno dei punti di forza del film (come ad esempio l’uso del CGI). 

 

di Elvira Bianchi

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