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Intervista a Dario Aita: “Normale che ‘Noi’ abbia diviso il pubblico. Speriamo in una seconda stagione” L'attore, apprezzato anche ne "L'allieva", "Il Cacciatore" e "La mafia uccide solo d'estate", si racconta su "La voce dello schermo" parlandoci della sua recente interpretazione in 'Noi' nei panni di Claudio Peirò.

Apr 15, 2022
*Foto e copertina di Jessica Guidi

Si è conclusa domenica 10 aprile la prima stagione di “Noi” e su “La voce dello schermo” non ci siamo fatti scappare l’opportunità di ascoltare uno dei grandi protagonisti della serie: Dario Aita. L’attore palermitano, che in “Noi” interpreta Claudio Peirò e che abbiamo apprezzato in serie come “L’allieva”, “Il Cacciatore” e “La mafia uccide solo d’estate”, si è raccontato su La voce dello schermo, parlandoci della serie in cui l’abbiamo visto queste settimane, delle affinità che ha riscontrato nell’interpretare proprio un attore e ha ripercorso le tappe più interessanti della propria carriera. L’attore ha inoltre fatto una riflessione su come valorizzare gli attori e la recitazione siciliana. A voi.

*Foto di Francesca Marino

Salve Dario. Benvenuto su “La voce dello schermo”. “Noi” si è appena concluso, cosa ti ha lasciato il ruolo di Claudio?

Salve a tutti. Cimentarsi nei panni di un attore che vive gli ostacoli della carriera attoriale è stata una bella esperienza e un’interessante catarsi. È stato singolare poter vivere circostanze che spesso si sono presentate durante la carriera di molti attori, come ad esempio il senso di inadeguatezza o come quando ci si sente incastrati all’interno di un personaggio. Sono circostanze che spesso si vivono durante la carriera di un attore. Ho provato a raccontarle e a riprodurle nel personaggio di Claudio.

Come commenti il finale? Arriverà una nuova stagione?

L’ultima puntata è rimasta in sospeso e, come spesso accade nella serialità, c’è un “to be continued” che fa sperare in una nuova stagione. Ci auguriamo che possa continuare, così com’è accaduto a “This is us”. I personaggi hanno attraversato un percorso ma non hanno trovato ancora una risposta precisa alla domanda iniziale.

*Foto e copertina di Jessica Guidi

Il pubblico si è un po’ diviso sulla serie, forse un po’ troppo affezionato a “This is us”?

Credo che sia interessante trovare opinioni discordanti riguardo un progetto artistico. Trovo sia normale che a qualcuno piaccia e ad altri meno. Finché c’è dialettica e un confronto sano è normale che un progetto faccia parlare di sé, soprattutto quando si tratta di un remake. Penso che sarebbe peggio se non si creasse questa dialettica, che lasciasse indifferente il pubblico o peggio ancora che mettesse d’accordo tutti! (ride ndr.). Sono un grande fan di “Friends”, ad esempio, se dovessero fare il remake italiano avrei difficoltà a guardarlo, perché sono così innamorato della serie che difficilmente li vedrei proiettati in un’altra dimensione. Ho avuto difficoltà persino ad accettare la reunion. Sono sì delle strane forme da spettatore patologico ma che io comprendo perfettamente. Capisco quindi se alcuni spettatori non abbiano apprezzato la nostra versione.

Parliamo de “L’allieva”. Che ricordi hai di questa esperienza?

È stata anche questa un’esperienza molto interessante. C’erano colleghi che stimo molto e tantissimi tra i miei più cari amici. C’era un’atmosfera molto familiare e quando si lavora con Luca Ribuoli è così. È un progetto che ricordo con piacere. Era un personaggio molto difficile perché era un antagonista amoroso. Di solito questo tipo di personaggi sono un po’ complicati, perché devi farti apprezzare dal pubblico e sei chiamato a interpretare un ruolo che non sempre ama, dal momento che lo spettatore quasi sempre si schiera dalla parte della coppia protagonista. È sempre difficile trovare la misura su questo tipo di personaggi, ma è stata una bella sfida.

Hai lavorato ne “Il Cacciatore”. Com’è stato lavorare essere diretto da Stefano Lodovichi e da Davide Marengo?

Mi sono trovato in sintonia con entrambi, c’era un bellissimo cast e una grandissima sceneggiatura. È stata una serie notevole e uno dei progetti più interessanti in cui abbia mai lavorato. Il mio personaggio, nonostante fosse un po’ circoscritto, era molto affascinante, molto ben delineato e scritto in maniera impeccabile. Ho avuto la possibilità di raccontare tantissime sfumature di lui e sono contento di aver avuto questa possibilità.

Quali altre esperienze porti nel cuore e perché?

Ritengo che tutte le esperienze ti lascino qualcosa. Le prime esperienze ti lasciano una carica emotiva maggiore, perché sono piene di scoperte. Ti senti come un bambino che esplora e scopre il mondo che lo circonda. Ricordo “Questo nostro amore” come una grandissima scoperta. Ho capito come si interpretava Bernardo Strano, i rapporti con la troupe, con il regista, con gli altri membri del cast e ho avuto il piacere di conoscere una città nuova come Torino. È stata una serie di tante prime volte. Un’altra che ricordo con piacere è “La mafia uccide solo d’estate”, che ho girato a Palermo e mi ha fatto piacere poter lavorare nella mia città. Interpretare Rosario è stato divertentissimo.

Tu sei palermitano, cosa ha significato per te lasciare la tua terra e che legame hai con la Sicilia?

Ho sempre pensato che prima o poi me ne sarei andato, ma non perché non amassi Palermo, ma perché penso che prima o poi nella vita si debba tagliare il cordone ombelicale, abbandonare le certezze che ognuno ha e andare verso l’ignoto. Fa parte della vita mettersi alla prova e provare a farcela con le proprie forze. Questa ricerca è un aspetto fondamentale. Tuttavia, tornare in Sicilia e nella propria casa è sempre molto bello ed è un legame che non si può estirpare.

Che ne pensi della situazione che riguarda il mondo dello spettacolo siciliano?

Devo dire che, ad esempio, la Film Commission Sicilia sta lavorando molto bene ed è la dimostrazione che sembra che il vento stia cambiando anche in Sicilia. Un aspetto che mi dà molta tristezza, invece, è scoprire che una città come Palermo abbia pochi teatri rispetto alle altre grandi città. Mi dispiace tantissimo perché ci sono tanti artisti che hanno bisogno di esprimersi e sarebbe fondamentale dare loro la possibilità di farlo senza andare via da Palermo.

*Foto di Federica Pierpaolo

C’è qualche aneddoto particolare della tua carriera che vorresti condividere con i nostri lettori?

È stato curioso e singolare per me far parte di “State a casa”, un film di Roan Johnson attualmente su Amazon Prime e girato ai tempi del lockdown. Io, Martina Sammarco, Lorenzo Frediani e Giordana Faggiano interpretavamo un gruppo di coinquilini. C’è stato chiesto di vivere realmente assieme e abbiamo diviso un appartamento per un mese. È stato molto divertente e molto utile al fine del film.

Quali sono, invece, i ruoli che ti esaltano?

Credo che tutti i ruoli siano esaltanti se sono scritti bene. Quando leggendoli non fai fatica a trovare le connessioni, a trovare la loro umanità e a capire quello che dicono e quello che fanno significa che hai un progetto interessante su cui lavorare. Non è un aspetto che capita sempre, perché spesso molti ruoli si presentano come filtratissimi, come una sorta di copia e incolla di altri personaggi ma che mancano di tanti pezzi.

Dove ti vedremo prossimamente?

Mi vedrete in un’opera prima di Marta Savina che si chiama “Shotgun” al fianco di Claudia Gusmano e in “Lidia Poët”, la nuova serie Netflix di Matteo Rovere e di Letizia Lamartire con Matilda De Angelis. Il primo è un film d’epoca che racconta la battaglia di una donna che si fa giustizia nei confronti di un matrimonio riparatore, ovvero quando un uomo abusava di una donna se poi la sposava la legge non lo riteneva perseguibile. Lei ha fatto in modo che non fosse più così. La seconda è la storia della prima avvocatessa donna in Italia tra ‘800 e ‘900, una sorta di crime.

Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

La voce dello schermo oggi potrebbe risultare un po’ inquietante perché ha un potere gigantesco, è costantemente nelle nostre case, ci parla continuamente, noi ci fidiamo di lei. Oggi si parla spessissimo di come l’informazione venga alterata in base a delle esigenze politiche, si parla ad esempio dei media russi e di come l’informazione venga filtrata. La voce dello schermo ha un potere gigantesco e una responsabilità grande da parte di chi fa informazione e spettacolo. Anche noi attori dobbiamo parlare con onestà, sincerità e umanità agli spettatori e non ingannarli mai.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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