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Gio. Feb 29th, 2024

Intervista a Ernesto D’Argenio: “Italo va compreso, non giudicatelo con leggerezza” L'attore si racconta su La voce dello schermo e parla dell'evoluzione del proprio personaggio durante i nuovi episodi di "Rocco Schiavone".

Apr 18, 2023

Rocco Schiavone” è arrivato alla sua quinta stagione e continua a mostrare spunti interessanti. La serie prodotta da Cross Productions, diretta da Simone Spada e con Marco Giallini protagonista non sembra perdere il proprio fascino, nonostante il passare del tempo. Nelle nuove puntate, abbiamo assistito alle difficoltà di Deruta, interpretato da Massimiliano Caprara, nel vivere alla luce del sole la propria storia con il personaggio di Federico. Ma c’è un altro personaggio che sta suscitando grande interesse nei nuovi episodi: Italo Pierron, interpretato da Ernesto D’Argenio. Italo, durante le prime stagioni, ha sempre mostrato una grande ammirazione nei confronti di Rocco Schiavone, ma durante le ultime stiamo assistendo a una netta inversione di rotta. In attesa di vedere gli ultimi due episodi della quinta stagione, abbiamo intervistato proprio Ernesto D’Argenio, che ci ha aiutato a comprendere maggiormente il cambiamento del proprio personaggio e di come la serie cerchi di affrontare un argomento serio come la ludopatia. Ernesto ha anche raccontato altri aspetti riguardanti la serie e la propria carriera da attore. A voi…   

Salve Ernesto, bentornato su “La voce dello schermo”. In questa quinta stagione di “Rocco Schiavone” stiamo vedendo un Italo diverso. Cosa gli sta succedendo?

Salve a tutti. Bentrovati. Per prima cosa, credo che la distanza dalle ultime due stagioni a questa non aiuti tanto lo spettatore a riprendere i fili della narrazione e a comprendere bene le dinamiche che accadono al di fuori del protagonista, con cui empatizziamo maggiormente. Credo si debba riflettere maggiormente sul fatto che io stia interpretando un ludopatico e avendo approfondito l’argomento dobbiamo renderci conto che la ludopatia è una malattia, non è un vizio, né una debolezza né un gioco. È il sintomo, non è il problema in sé ed è la manifestazione di qualcosa di più profondo. Quando si deve lottare con dei demoni è chiaro che si manifesti questo malessere in un modo non piacevole. Inoltre, credo ci sia una complessità nel rapporto tra Italo e Rocco che non è così immediata e superficiale. C’è un affetto vero, sincero e profondo, ma, volendo analizzare anche il comportamento di Rocco, forse non è stato sempre così corretto nei confronti di Italo, a partire da quello che è successo con Caterina.

Non è facile comprendere questo cambiamento radicale…

Sì, parto dal presupposto che Italo è un personaggio davvero complesso e io posso fare il meglio che posso con quello che ho. Mi sembra che abbia bisogno ancora più spazio per raccontare determinate dinamiche, per comprendere meglio la psicologia del suo personaggio. È un ragazzo perso, che viveva una vita abbastanza equilibrata tra le montagne e che è entrato in contatto con questo personaggio dirompente. Italo viene ammaliato da Rocco e si ritrova a camminare sul bordo di questa legalità, illegalità e di giustizia rivisitata. Cade un po’ in questo pozzo e non trova l’appiglio di cui avrebbe bisogno un’anima così fragile.   

Rocco però era riuscito a tirarlo fuori dai guai una volta…

Sì, l’ha aiutato ma aiutare un ludopatico dandogli dei soldi per pagare i debiti o mandando qualcuno ad aiutarlo è come pensare di riparare un mobile rotto riverniciandolo. Se vuoi veramente bene a qualcuno bisogna risolvere il problema alla radice. Rocco è un personaggio un po’ dannato, con il proprio fascino e come se si bastasse da solo. Ha risolto il problema alla superficie. In queste nuove puntate si vede bene la complessità dei rapporti, anche se assistiamo a questa manifestazione dirompente e sgradevole di Italo, ma perché è proprio tipica di chi vive questi problemi.

Il personaggio di Italo ti ha fatto riflettere su qualcosa in particolare?

Sicuramente sì. Sono grato a lui perché mi sta facendo riflettere anche sulla società e su come tendiamo subito a giudicare una persona che ha un problema. Lo definiamo “cattivo”, “irascibile”, “acido” e con altri appellativi. Italo rappresenta una persona con un problema e mi ha fatto riflettere su come noi allontaniamo il problema perché è più facile etichettare una persona invece di cercare di capire che cosa gli stia passando per la testa. È anche un mio pensiero che riguarda la vita quotidiana. Mi stupisce come, di fronte alla debolezza di un uomo, a volte la gente non riesca ad aprire gli occhi e a comprendere. Questa stagione mi ha fatto riflettere tanto su questo. Faccio tesoro di questa esperienza e vorrei avere più attenzione in futuro, così come vorrei uno sguardo più compassionevole verso gli altri che manifestano dei problemi. C’è del dolore lì e magari possiamo fare qualcosa per l’altra persona, non solo aiutandolo in superficie.

Terminata questa stagione, che futuro dobbiamo attenderci per “Rocco Schiavone”?

Non è stato ancora deciso nulla, è stato già scritto un libro oltre gli episodi che vedrete quest’anno, ma sul futuro della serie ancora non sappiamo nulla. Credo che dovrete aspettare un po’ perché, nel caso venga realizzata una nuova stagione, penso che le riprese non partiranno prima del 2024.

Questa stagione è partita con le solite polemiche riguardanti Rocco…

Non so che dire. Io mi sono dedicato anima e cuore a cercare di dare vita, corpo, anima, spessore e profondità a un giovane uomo che ha un problema grande e mi ha impegnato totalmente. Nonostante fossi meno presente, paradossalmente mi ha impegnato di più perché, ogni scena, era volta a raccontare questa umanità. Era difficile, in poche scene, rendere ciò che prova Italo perché tutto passa attraverso uno sguardo, una sensazione, un sentimento. Francamente, non saprei cosa dire riguardo le polemiche, potrebbero dirti di più Antonio Manzini o Marco (Giallini ndr.). Io faccio l’attore e cerco di dare corpo a quello che leggo sulla pagina. Le riflessioni le lascio più all’autore o a chi ha più diritto di farlo.

Credo che velatamente, sottolineando alcune tematiche importanti che tratta la serie, tu abbia risposto in qualche modo…

Beh, dal mio punto di vista, l’attore è chiamato a immedesimarsi nel punto di vista di un altro e cercare di comprendere il punto di vista dell’altro. Se inizio a criticarlo è un po’ come se facessi un autogoal. Da una parte mi metto anche dal punto di vista di chi osserva magari un vicequestore che ha dei comportamenti un po’ scorretti e al limite della legalità e, come ha detto Marco, è comprensibile che a qualcuno dia fastidio, ma questa è la vita e la complessità delle cose. C’è gente che mi ha scritto cose meravigliose sul mio personaggio su una scena di una profondità straziante e lì capisco di aver fatto bene il mio lavoro e di essere arrivato all’anima di una persona. Penso non ci sia premio più grande, perché lo spettatore empatizza con il personaggio e vede delle cose che lo spingono a riflettere. Tuttavia, altre persone possono scrivermi “Che stron** Italo!”. Ognuno ha libertà di pensiero e di espressione. A me non interessa giudicare questo, ma comprenderlo. Per questi giudizi passo la palla ad altri…

Il pubblico, invece, è sempre stato dalla parte di “Rocco Schiavone”. Che rapporto hai con il pubblico e secondo te cosa lo lega alla serie?

Credo che ci sia un meccanismo diverso per ognuno di noi. È ovvio che il mitico D’Intino solletica le nostre parti goliardiche, la voglia di battuta, di divertimento e Christian (Ginepro ndr.) è un attore bravissimo. Il suo personaggio innesca un tipo di emotività più leggera piuttosto che Rocco che, per quanto sia un antieroe, richiama la nostra voglia di protagonismo. Ci immedesimiamo in lui pensando di camminare con un Loden, fumarci una sigaretta e di amare una donna ma averne cento, dispensando consigli e camminando tra legalità e illegalità. Riflette il nostro desiderio di sentirci “fighi”, in fondo. Ho un rapporto di stima con chi mi segue, anche da prima di “Schiavone”, da “Squadra Antimafia”. Italo è un personaggio che ha un impatto con il pubblico che mi fa piacere, perché suscita delle emozioni ed è il nostro vero compito. Ma subisce un’evoluzione pazzesca dal primo episodio, da semplice ragazzo di montagna che non si fa tante domande e non ha grilli per la testa, fino a vedere cosa è diventato nella quinta stagione. Se lo vuoi capire devi cercare di comprenderlo realmente e profondamente. Il pubblico credo si rifletta, con una sua sfaccettatura a sua volta, con ognuno di noi.

Dove ti vedremo prossimamente?

Non posso dire nulla. Posso dire soltanto che la barba non l’ho fatta crescere per “Rocco Schiavone”, ma ne saprete di più tra settembre e ottobre. C’è un progetto bellissimo che ha coinvolto un gruppo di attori straordinari e che non vediamo l’ora di guardare noi per primi. Ma non posso dire molto.

Se potessi rubare un ruolo a un tuo collega quale sceglieresti?

Un ruolo in particolare non saprei, ma ho un grande desiderio: mi piacerebbe interpretare un domani un villain per un film di James Bond.    

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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