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Intervista a Ester Pantano: “Cinema e tv siano portatori di messaggi importanti e non superficiali” L'attrice siciliana, in queste settimane nella terza stagione di "Màkari" e nei mesi scorsi nella serie "I Leoni di Sicilia", si racconta su "La voce dello schermo".

Feb 24, 2024
*Foto di Lucia Iuorio

La terza stagione di “Màkari” ha debuttato con ottimi ascolti, quasi 4 milioni di telespettatori e il 22.7% di share. Saverio, Suleima e Piccionello torneranno su Rai 1, con la seconda puntata, domenica 25 febbraio. Abbiamo intervistato Ester Pantano che ci ha regalato un’interessantissima chiacchierata riguardo “Màkari” e le altre recenti interpretazioni nelle serie “I Leoni di Sicilia” di Paolo Genovese e in “Love Club” su Amazon Prime Video. Partendo da “Màkari”, l’attrice ha parlato della bella Suleima e del filo conduttore che la lega al personaggio scritto da Gaetano Savatteri; passando per Giuseppina Saffiotti ne “I Leoni di Sicilia”, Ester ha raccontato la sofferenza e la determinazione di una donna nel voler perseguire i propri obiettivi; fino ad arrivare a Rose in “Love Club”, un’interpretazione rivoluzionaria per provare a mettere a tacere ogni forma di giudizio. Suleima, Giuseppina e Rose, tre donne profondamente differenti ma portatrici di messaggi importanti, in modo diverso, e che ci spingono a riflettere. Questo e altro nella nostra intervista a Ester. A voi…

*Foto di Valentina Glorioso

Salve Ester, bentornata su “La voce dello schermo”. “Màkari” è tornato, registrando ottimi ascolti. Cosa dobbiamo aspettarci dai nuovi episodi?

Salve a tutti. Grazie. Dobbiamo aspettarci un’evoluzione nel rapporto e nella relazione tra Suleima e Saverio. Suleima è determinata nel proprio lavoro, riesce a focalizzare un suo spazio d’azione e lo stato d’animo in cui si ritrova in questa terza stagione lo rivivo in questo momento della mia carriera. Mi piace il fatto che sia lei che Ester stiano crescendo insieme. Dalla terza stagione ha un suo spazio fisico nella serie, non la vediamo più principalmente a casa di Saverio, non è più la studentessa di architettura che fa la cameriera per mantenersi e non dipendere dalla famiglia. Adesso si impegna per portare a termine i propri obiettivi e, in questi episodi, dopo i vari sacrifici, abbiamo la certezza che è riuscita a fare ciò che voleva: l’architetto, ad avere i suoi progetti, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma riesce a realizzarsi anche dal punto di vista artistico.

Quali sono gli aspetti che caratterizzano i nuovi episodi?

Sicuramente ci sarà più commedia.

Che Sicilia vedremo?

Una Sicilia per certi versi rinnovata. Un aspetto che amo di “Makari” e dei romanzi di Savatteri è il racconto non di una Sicilia unica, ma com’è nella realtà: aperta a più punti di vista e rappresenta più tipi di sicilianità. Suleima ha origini siciliane e ne rappresenta un tipo, Saverio un altro e Piccionello un altro ancora. Sono tutti tipi di siciliani diversi e messi in equilibrio riescono a funzionare. È una serie che fa riflettere sullo spirito di collaborazione e sul non avere soltanto una visione unica. In “Makari” c’è una parte conservativa, che rappresenta la tradizione, e una parte innovativa, nel momento in cui riescono a cooperare entrambe si risolve la disfunzione siciliana.

C’è qualche aneddoto dal set che ti ha divertita?

È stato tutto un po’ divertente. Intanto, avevamo la curiosità di conoscere i due nuovi registi. Abbiamo lavorato per due anni con Michele Soavi, che è un pezzo del mio cuore, ed è stata una novità essere diretta da nuovi registi. È una co-regia di Monica Vullo e Riccardo Mosca e mi sono trovata benissimo con loro. Sono due registi completamente diversi, Monica ha uno spirito, Riccardo ne ha un altro ed è stato bello vederli cooperare e cercare un equilibrio per trovare la quadra della scena. Fanno un continuo lavoro di messa in discussione e di analisi. Sono due spiriti opposti che riescono a trovare il proprio equilibrio nella vita e nel lavoro.

Tu sei ormai abituata a viaggiare tra la Sicilia e le altre regioni per lavoro. Che Sicilia ritrovi quando torni?

Ritrovo sempre un grandissimo entusiasmo però è anche quello che porto. Spesso ci lamentiamo della Sicilia perché abbiamo uno sguardo sterile e grigio verso questa regione e se non proviamo emozioni positive, troveremo il marcio in ogni luogo. Ad esempio, di recente sono stata un mese a Bali, lì ho trovato una grandissima povertà, ma anche tanta bellezza. C’è un continuo ringraziare e persino i mendicanti sono grati per quello che hanno. È una bella immagine perché ti fa capire quanto a volte ci lamentiamo di problemi risolvibili e non riusciamo a vedere le cose belle che ci sono. Dovremmo spostare un po’ l’attenzione quando andiamo in Sicilia, non concentrarci su cosa non funzioni e riflettere su cosa possa funzionare, sulle cose belle e sulla fortuna che abbiamo nell’averle.

 

*Foto di Valentina Glorioso

Questa stagione di “Màkari” sarà all’insegna di?

Sarà una stagione all’insegna dell’amore ma nel senso più ampio del termine: l’amore per se stessi, per la propria carriera, per la coppia, per la propria terra e per la pace.

Hai interpretato Giuseppina ne “I Leoni di Sicilia”. È un personaggio molto distante dagli altri ruoli in cui ti abbiamo vista…

Credo che sia il ruolo più completo che abbia mai interpretato. È un contrasto tra durezza e un amore immenso, un continuo mettersi in discussione e lottare. È una lottatrice, ma innamorata dell’universo. Mi ha riempito il cuore che molte persone mi abbiano scritto. Inoltre, mi ha inorgoglito che Stefania Auci mi abbia detto che la immaginava così e che le abbia dato un calore imprevisto, permettendo alla gente di amare un personaggio dipinto come duro e basta.

Quali aspetti di lei ti hanno catturata?

In Giuseppina, sin dal primo momento, ho visto la sua sofferenza e la sua voglia immensa di amare che l’ha portata a doversi indurire e a non rassegnarsi mai totalmente. Fino all’ultimo secondo, fino a quando Ignazio passa a miglior vita, lotta per questo amore. Giuseppina è il simbolo della lotta, dell’amore e del saper credere in quel sentimento e portarlo avanti fino a quando non c’è più speranza. Solo nel momento in cui muore Ignazio si rassegna, perché crede in quell’amore e lo porta avanti senza curarsi del giudizio, di Palermo, dei nobili e del lavoro. Rappresenta la rivoluzione più assoluta anche rispetto ai tempi moderni. Sa cosa può renderla felice e lotta per questo. Su questo aspetto io e lei siamo sulla stessa linea d’onda: il riconoscere ciò che ti rende felice e il perseguirlo è una grande missione per la propria vita.

Ti abbiamo vista anche in “Love Club”. Cosa ti ha affascinato di questo set?

Sicuramente la possibilità di interagire con una comunità che spesso viene discriminata, considerata marginale e che è invece una realtà immensa, viva e quotidiana. Sono felicissima che grazie a questa operazione si sia potuto portare in modo aperto e naturale, senza forzature, quella che è una realtà e i disagi che si vivono tra il giudizio continuo. Ho interpretato l’unico personaggio etero che, però, non ha alcun tipo di giudizio nei confronti di chi appartiene alla comunità lgbtqi+ perché è sempre facile dire: “Io li accetto” o “Io non li condanno”, invece è una naturale coesistenza in quella che è la realtà di tutti i giorni. Non siamo nessuno per poter giudicare un orientamento o un cambio di genere. È stato bello essere all’interno di un progetto rivoluzionario che racconta la libertà. Oltre a questo aspetto, ho avuto la possibilità di analizzare un personaggio che ha a che fare con le proprie radici e con il conseguente distacco, con una grande artisticità che viene schiacciata dal dolore e dalla sofferenza e che deve riuscire a esprimersi nonostante questo.

Quali altre corde ti ha permesso di toccare questa esperienza?

In “Love Club” ho avuto anche la possibilità di cantare, che è una delle mie passioni. In particolare ho cantato nel mio dialetto e i brani di Rosa Balistreri, che è uno degli artisti musicali che amo di più. Ho scritto anche uno spettacolo in cui racconto anche di lei. Infine, di questa esperienza ho amato la potenza di quello che è il linguaggio del corpo, che ti porta a non giudicarlo e a comunicare attraverso di lui. Conoscere la comunità e girare a Bologna mi ha dato anche la possibilità di rappresentare l’accettazione dell’umanità, il saper andare oltre l’involucro e riuscire ad addobbarlo a proprio piacimento. È come tornare all’autenticità di un bambino che vuole decidere la mattina se mettersi l’abito da fata per andare a scuola e il genitore glielo consente. A volte noi siamo genitori di noi stessi, quando permettiamo al bambino che è in noi di essere libero di agire senza pensare al giudizio dell’altro. È un aspetto importantissimo, che sottovalutiamo e che sopprimiamo per essere schiavi di un sistema ma che non rappresenta il nostro modo di essere.

*Foto di Lucia Iuorio

Hai avuto modo di portare avanti la tua passione per il canto non soltanto in “Love Club”…

Sì e ne sono molto contenta. Ad esempio la ninna nanna che canta Giuseppina ne “I Leoni Di Sicilia” l’ho scritta io e in “Màkari” la canzone dei titoli di coda l’ho cantata e l’ho scritta io. Sta prendendo piede la mia parte canora, dopo aver cantato in “Love Club”, ed è stato importantissimo aprire questo varco e in punta di piedi fare le mie proposte che sono state accettate. Ne “I Leoni di Sicilia” è stato bellissimo e inaspettato, perché ho proposto la ninna nanna a Stefania Auci, Paolo Genovese e alla segretaria di dizione, dopo un lavoro di riscrittura. Dopo averla ascoltata, li ho trovati con gli occhi lucidi e mi hanno detto: “Sei una maledetta, ci hai fatto commuovere. La teniamo”. Ero piena di gioia.

Ci presenti un po’ “Vucchi i l’arma”, lo spettacolo che hai scritto…

Il titolo vuol dire “Bocche dell’anima”, è uno spettacolo in cui si alternano diversi monologhi, accompagnati da un’orchestra, e racconta di molte donne cantautrici e performer attive politicamente che hanno creato uno spaccato incredibile nella storia e nel movimento sulla libertà delle donne. Sono donne che hanno un vissuto enorme ma nel momento in cui andavano sul palco portavano verità ed erano capaci di mostrarsi, di amare loro stesse e il loro corpo nonostante tutto. Il “Nonostante tutto” diventa un elemento essenziale di questo spettacolo e queste persone sapevano di portare sul palco un messaggio più grande di loro e riuscivano a farlo nonostante gli abusi e la grande sofferenza provata. Ricordiamo uno spettacolo jazz di Nina Simone al festival di Montreux in cui lei comincia a interagire con il pubblico e si comincia ad arrabbiare: non vuole più essere considerata un animale da palcoscenico e incomincia a chiedere rispetto. Non è più una persona che si sta esibendo, ma sta mostrando la sua umanità.

Quali messaggi vorresti trasmettere tramite questo spettacolo?

Vorrei che l’arte portasse il messaggio che stare sul palco non significa vestire in modo carino ma trasmettere qualcosa di importante e permettere a molte persone di portare un cambiamento nelle loro vite. Siamo portatori di messaggi, di storie e di un codice anche educativo. Mi sento molto responsabile nei confronti delle nuove generazioni di donne, delle bambine. Sento quotidianamente alcune ragazze e molte di loro mi vedono come un punto di riferimento. A volte c’è molta depressione tra i ragazzini e si utilizzano delle parole forti senza capirne quale sia il significato. È importante dare un peso a cosa diciamo, a come lo diciamo e a come stiamo nel mondo. Avverto molta superficialità nel veicolare i messaggi.
Racconto uno spaccato di quello che è il femminismo, della lotta per i diritti. Ho scritto questo testo e mi ci sono dedicata molto, portandolo al festival di Marzamemi, essendo stata invitata dalla direttrice. Quest’anno, durante l’estate, andrà in scena a Roma. Spero giri tante città perché mi sento animata da tutte queste donne che hanno un trascorso incredibile.

Vista la tematica, ti piacerebbe esportarlo anche all’estero?

Assolutamente sì, sto lavorando a un adattamento inglese e vorrei esportarlo fuori dall’Italia dal momento che parlo di artisti internazionali e di ogni parte del mondo. Canto in francese, in spagnolo, in inglese e in siciliano. È uno spettacolo per tutti e un ripasso su chi si è veramente messo a disposizione sul palco facendo qualcosa per l’umanità e non per il gusto di esibirsi e di farsi vedere.

*Foto di Lucia Iuorio

Cosa pensi della donna del 2024?

Penso che ci sia tantissimo da fare, che ci siano tante donne che hanno capito cosa vogliono da loro stesse, che altre abbiano frainteso la libertà e l’essere libere con il trattare il loro corpo come se non avesse un valore, penso che dovremmo riappropriarci del nostro valore e che libertà non significhi lanciare il nostro corpo, ma avere un pensiero. Il nostro corpo veicola dei messaggi ed è portatore sano di emozioni. Sarebbe giusto cominciare a capire che, quando ci muoviamo nel mondo, stiamo imprimendo la nostra immagine e il nostro atteggiamento dentro gli occhi di qualcuno. Dobbiamo responsabilizzarci verso questo aspetto. Sento che c’è spesso un gusto sconnesso con la nostra anima e avverto un senso di rottura, di voler per forza andare oltre e di non riuscire più a esprimere un concetto nella semplicità. C’è la tendenza ad attirare l’attenzione verso l’estetica, come un pavone, e a non veicolare un messaggio.

Come pensi sia cambiata Ester in questi anni dagli esordi?

Credo di essere cambiata molto, di avere una coscienza su cosa mi faccia stare bene, di non farmi più condizionare dagli umori negativi e mi piace che l’ambiente di lavoro sia positivo, di coesione e di collaborazione. Su “I Leoni di Sicilia”, ad esempio, ho trovato un ambiente di lavoro perfetto. Con Paolo Briguglia ho avuto la possibilità di lavorare anche extra orario. C’era anche la possibilità di scambiare opinioni con Stefania Auci. Abbiamo fatto un lavoro interminabile perché c’era una passione verso questo progetto e verso quei personaggi che non ammettevano pause. Mi sono resa conto che non è facile trovare qualcuno che abbia la tua stessa passione e quando lo trovi ti senti molto fortunata. D’altro canto bisogna anche accettare dove si trovi l’altro e come puoi collaborare con quella persona stando bene tu e facendo stare bene l’altro. Non si può imporre il proprio credo o portare per forza un’energia positiva se non c’è. Credo che questa sia la mia grande missione nella vita: non farmi condizionare dagli umori degli altri e di rimanere sempre felice, positiva e molto grata per quello che ho.

Hai interpretato personaggi molto diversi tra loro, quali aspetti vorresti approfondire in un futuro ruolo?

Mi piacerebbe tanto raccontare il Sud America. Ho una grandissima stima verso quella storia, verso le donne sudamericane e mi piacerebbe tanto approfondirla. Ho un amore viscerale per Frida Kahlo e vorrei raccontare di donne, di poetesse, di scrittrici e di tutto quello che è il processo artistico e la sofferenza di stare in un corpo che a volte vince sulla tua interiorità. Vorrei esprimere lo struggimento del dover lottare perché si arrivi a leggere ciò che c’è dentro e allontanarci dallo stare in superficie. Mi piace indagare sull’umanità delle persone e cosa porta la sofferenza che c’è dentro. I sentieri della vita sono strani e il corpo supera qualsiasi dolore.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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