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Intervista a Giorgio Marchesi: “In ‘Vanina’ racconto l’importanza di superare le paure” L'attore parla degli aspetti che ha amato dell'interpretare Paolo Malfitano nella serie diretta da Davide Marengo e delle sue recenti esperienze nella seconda stagione di "Studio Battaglia" e in "Folle D'Amore".

Apr 16, 2024
Foto di Roberta Krasnig

Mercoledì 17 aprile si concluderà la prima stagione di “Vanina – Un vicequestore a Catania”. La fiction diretta da Davide Marengo, tratta dai romanzi di Cristina Cassar Scalia e prodotta da Palomar si è dimostrata una piacevole scoperta in casa Mediaset e si è rivelato, puntata dopo puntata, il programma più seguito del mercoledì sera, attirando l’attenzione di un pubblico giovane.
Per la puntata conclusiva, ispirata al romanzo “La salita dei saponari”, abbiamo avuto il piacere di intervistare uno degli attori più presenti e più amati del panorama italiano: Giorgio Marchesi. L’attore ha parlato di cosa abbia significato per lui interpretare Paolo Malfitano, un magistrato diviso, a causa del ruolo che ricopre, tra rinunce e senso di responsabilità e punto di riferimento per la vita di Vanina. Giorgio ha parlato di tanti aspetti riguardanti “Vanina” e delle recenti interpretazioni nella seconda stagione di “Studio Battaglia”, di “Folle d’amore – Alda Merini” sotto la regia di Roberto Faenza, e della sua irrinunciabile passione per il teatro. A voi.

Foto di Valentina Glorioso

Salve Giorgio, bentornato su “La voce dello schermo”. Ti stiamo vedendo in “Vanina – Un vicequestore a Catania”. Com’è stato per te interpretare Paolo Malfitano, un personaggio palermitano?

Salve a tutti, grazie. È stata una bella esperienza, grazie ai miei colleghi e a un coach ho potuto cimentarmi con il siciliano, anche se non abbiamo spinto troppo con il dialetto per consentire al pubblico di comprendere ciò che veniva detto. Ma l’aspetto più interessante è stato raccontare di un magistrato che deve rinunciare a un pezzo della propria vita per la sua sicurezza.

Come ti sei preparato a un ruolo del genere?

Mi sono preparato documentandomi tanto, riascoltando le testimonianze di Falcone, Borsellino e di Di Matteo. Oltre a quello, il fatto che il mio personaggio sia circondato dai ragazzi della scorta mi ha aiutato a immedesimarmi e a calarmi nei panni di Paolo Malfitano.

Che sfida ha rappresentato per te?

È stato stimolante il dover sembrare il più credibile possibile e interpretare un ruolo lontano da me, non soltanto geograficamente ma anche dal punto di vista della mentalità. Nonostante la criminalità organizzata sia un fenomeno che riguarda tutta Italia, la realtà siciliana è profondamente diversa e presenta diverse ferite malgrado siano passati tanti anni.

Nonostante non sia presente costantemente, Paolo però ho un peso specifico molto importante per la storia raccontata…

Sì, è stato uno dei motivi che mi ha affascinato. Che pur non portandomi a una presenza totale sul set, ha una grande importanza per Vanina. È fondamentale dal punto di vista emotivo, perché rappresenta tantissimo, una sovrapposizione con la figura del padre e un riflesso della sofferenza e delle paure che prova la protagonista. Paolo prova a farle superare queste paure perché vivere con il timore significa non andare avanti. Mi è piaciuto rendere ciò che rappresenta per Vanina e questa lotta interiore.

Quali sono i punti di forza della serie?

Sicuramente la scrittura, perché ritengo sia fondamentale per la riuscita di un buon prodotto. Inoltre, i casi sono piacevoli e intriganti e infine credo che l’altra grande caratteristica della serie sia l’ironia presente tra i membri della squadra. “Vanina” presenta dei personaggi ben scritti, con caratteristiche interessanti e simpatiche. Credo sia bello affezionarsi a una giovane donna che è in un ruolo apicale, pericoloso e in cui l’istinto e la decisione sono fondamentali. È un bel mix tra giallo e ironia ed è affascinante seguire la vita emotiva di una donna divisa tra due uomini con delle caratteristiche diverse e credo sia credibile anche nel dubbio in cui si ritrova.

La serie è molto seguita dai giovani. Vi aspettavate un pubblico così giovane?

È un aspetto che mi fa molto piacere. Significa che c’è un tipo di ironia e di storia che avvicina un pubblico giovane e mi sembra meraviglioso. Dal momento che la squadra e Vanina sono giovani, è bello che il pubblico si senta rappresentato e provi empatia.

Si parla di una seconda stagione?

È una domanda a cui noi attori facciamo fatica a rispondere perché non dipende da noi. Credo che i risultati e la qualità degli ascolti siano importanti ed è un discorso che vale anche per “Studio Battaglia”, magari non sono numeri oceanici, ma la gente che guarda questi prodotti li segue con grandissimo interesse e affetto. Credo si percepisca quando oltre ai numeri è presente un gradimento alto e credo sia importante considerare anche la qualità del gradimento.

Foto di Valentina Glorioso

Parliamo di “Studio battaglia”. È terminata da poco la seconda stagione. Puoi farci un bilancio di queste nuove puntate?

Il bilancio è sicuramente positivo. Mi è sembrato evidente l’interesse nei confronti del triangolo amoroso tra Massimo, Alberto e Anna che ha interessato e diviso il pubblico. La serie ha dei personaggi molto belli e delle storie che, a causa delle tre puntate, erano ancora più serrate. “Studio Battaglia” vanta degli ottimi interpreti, una bella regia e un’ottima scrittura. Anche in questo prodotto la chiave ironica è sempre fondamentale.

Cosa hai amato di Massimo?

È un po’ lontano da me e l’aspetto che mi è piaciuto maggiormente è stato il sapere accettare la scelta di Anna in modo molto maturo. Massimo ha capito che l’amore si può anche trasformare in una forma di rispetto, il che non significa che non si possa soffrire. L’incontro con Raffaella nel finale dà l’idea che c’è una nuova possibilità per Massimo e che è un uomo pronto a innamorarsi. C’è una bellissima frase che lui dice: “Mi hai fatto tornare la voglia di innamorarmi” ed era un aspetto che probabilmente aveva dimenticato negli anni, andando avanti con tante storie ma senza cercarne una vera. Invece, penso che questo battito di cuore gli abbia fatto ritornare la voglia di cercare una donna con la quale trascorrere il resto della sua vita. Credo che all’inizio questa convinzione non ci fosse in Massimo Munari.

Un’altra esperienza in cui ti abbiamo visto è “Folle d’amore” – Alda Merini”. Sei stato diretto da Roberto Faenza, com’è stato essere lavorare con lui?

Sul set era presente una grandissima qualità e Roberto, come tutti i grandi, ha dato delle indicazioni e una certa libertà di proposta. Per interpretare il mio personaggio mi ha chiesto di sorridere molto ed è un aspetto che ho sposato in pieno perché, quando si ha che fare con le persone malate, il sorriso trasmette sicurezza ed è rassicurante. Roberto è stato molto aperto alle proposte, la fotografia e la scenografia facevano trasparire la grande qualità del progetto e lo rendeva quasi cinematografico.

Tantissimi registi cinematografici si stanno avvicinando alle serie tv e alle piattaforme. Credi sia un aspetto che testimoni un aumento della qualità delle serie?

In generale sì, perché comunque l’occhio delle persone adesso è abituato a un certo tipo di qualità, che proviene anche dal confronto con le serie straniere, e diventa necessario porre attenzione a una qualità verso gli interpreti, alla fotografia, ai costumi e a tutti i reparti. Credo che l’asticella delle nostre serie si stia sicuramente alzando ed è importante ricordare che il nostro è un lavoro vincolato anche al budget che il progetto ha a disposizione. Più budget si ha, più il lavoro è migliore, soprattutto quando si parla di ricostruzioni storiche. Avere a disposizione determinate possibilità economiche e di tempo ne migliora inevitabilmente la qualità visiva.

Hai fatto parte sia di prodotti Rai sia di Mediaset. Trovi delle differenze nel recitare per una rete rispetto a un’altra?

Devo dire di no. Sto girando per Mediaset un progetto che si intitola “Le onde del passato” e nel quale interpreterò un protagonista. Per quanto mi riguarda, ho avuto modo di fare spesso partecipazioni o ruoli trasversali per Mediaset ma non ho notato una differenza tra una rete e un’altra.

Riguardo le tue ultime interpretazioni in casa Mediaset, che idea ti sei fatto?

Ho interpretato, anni fa, un personaggio trasversale in “Oltre la soglia”, che ritengo una serie che osava molto, che trattava un argomento delicato e importante come la malattia mentale e possedeva un linguaggio molto avanti per i tempi. Se fosse uscita in questi giorni magari avrebbe avuto più successo, anche in virtù di alcune caratteristiche che vantava e che rappresentavano dei notevoli punti di forza come flashback accattivanti, un’ottima regia e trattava un argomento forte. Sono molto contento di aver fatto parte di quel progetto, mi era piaciuto il mio personaggio e il fatto che la serie osasse molto. Ritengo “Vanina” un prodotto altrettanto coraggioso e qualitativamente molto buono.

Hai citato “Oltre la soglia”, nello stesso anno, su Mediaset, uscì anche “Il Processo”, diretto da Stefano Lodovichi: due prodotti interessanti che avrebbero meritato una fortuna maggiore. Pensi ci sia stato un periodo in cui Mediaset non abbia creduto abbastanza nelle serie tv e abbia preferito puntare su altri prodotti oppure credi dipenda da altri fattori?

No, credo che sia più una questione di abitudine da parte del pubblico e che deve riabituarsi. È vero che magari la serialità è sempre stata una costante in casa Rai mentre ultimamente Mediaset è stata molto forte nei programmi di intrattenimento. Tuttavia, i lavori in Mediaset a cui ho partecipato li ritengo molto belli e spero che continui questo coraggio mostrato e che sta dando i propri frutti, come testimoniano gli ascolti di “Vanina”.

Foto di Roberta Krasnig

Puoi accennarci di più riguardo “Le onde del passato”?

È un giallo ambientato sull’Isola D’Elba, diretto da Giulio Manfredonia e nel cast ci sono anche Anna Valle e Irene Ferri. Non posso dire molto di più se non che, dopo aver fatto il PM e il magistrato, tornerò a fare il commissario di polizia e guiderò più indagini sul campo.

Recitare significa sperimentare. C’è un tuo desiderio riguardo un ipotetico ruolo in cui vorresti metterti alla prova?

Mi piacerebbe fare un personaggio più “sporco” a livello estetico e cambiare radicalmente dal punto di vista fisico. Ho interpretato diversi cattivi e cerco sempre di mettere del contrasto in tutti i miei personaggi, sia nel rappresentare il bene sia il male.

Sei molto impegnato a teatro, cosa ami del palcoscenico?

Amo andare in scena e la sua ritualità, come arrivare in teatro prima e conoscere lo spazio. Se cambi luogo ogni giorno significa rimodulare ciò che hai fatto in precedenza. Il teatro ti permette di immergerti dentro la storia per un’ora e mezza circa e il non avere lo stop della macchina da presa. Mi piace il rapporto con il pubblico ed essendo più un animale notturno, amo fare tardi la sera e svegliarmi tardi la mattina, cosa che non posso fare quando giro perché la vita sul set presenta ritmi differenti. Oltre a cinema e tv, avverto la necessità di tornare a teatro per tutti questi motivi.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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