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Intervista a Giulia Fiume: “Tra ‘Lolita Lobosco’ e il mio amore per il teatro” L'attrice siciliana parla della sua Carmela nella fiction attualmente in onda su Rai 1, del nuovo film di Giampaolo Morelli in cui la vedremo prossimamente e della sua irrinunciabile passione per il teatro.

Mar 11, 2024
*Foto di Paolo Stucchi

Lunedì 4 marzo sono tornate su Rai 1 “Le indagini di Lolita Lobosco”, serie giunta alla sua terza stagione che vede Luisa Ranieri interpretare un vicequestore in servizio presso la squadra mobile della questura di Bari.
Abbiamo intervistato Giulia Fiume, resa celebre da prodotti di punta della Rai come “Don Matteo”, “Un Passo Dal Cielo” e “Sotto Copertura”. Giulia ha raccontato degli aspetti interessanti che riguardano il suo personaggio, Carmela Lobosco, e ciò che la rende differente dagli altri ruoli interpretati finora. Ma non è tutto, l’attrice è attualmente molto impegnata in teatro anche in qualità di regista e autrice e, presentandoci gli spettacoli in cui la stiamo vedendo in questo periodo, ci ha confidato diverse considerazioni su questo mondo e su cosa significhi per lei andare in scena. Infine, Giulia ci ha regalato alcune anticipazioni riguardo “L’amore e altre seghe mentali”, il nuovo film di e con Giampaolo Morelli in cui la vedremo prossimamente. A voi…

Salve Giulia. Bentornata su “La voce dello schermo”. Ti stiamo vedendo ne “Le indagini di Lolita Lobosco 3”. Cosa ami di Carmela?

Salve a tutti, bentrovati. Già dalla scorsa stagione, Carmela aveva riscoperto un grande senso pratico e ha cominciato a darsi un valore che fino a quel momento non si era data. Era madre, la propria realizzazione era collegata alla propria famiglia ma non aveva ancora fatto i conti con le proprie ambizioni. Ora si è data un’opportunità, decidendo di metter su un’impresa con la madre e da B&B sono riuscite a realizzare anche un ristorante. Questa sfida la soddisfa tantissimo e si ritrova a un punto della propria vita in cui, digerita la separazione dal marito, è pronta per una nuova conoscenza, ma senza avere l’ossessione di trovare qualcuno.

Quali sono gli aspetti che ti affascinano della serie?

Il luogo e il cibo che propone. Sono un’ottima forchetta. Della serie mi affascina il cast e ciò che siamo diventati, ovvero una grande famiglia. Il fatto che potrebbe essere l’ultima stagione mi mette tanta tristezza. È stato bello recitare a fianco di Lunetta Savino, è di grande ispirazione a livello recitativo, mi ha affascinato inoltre la comicità di alcuni caratteri e l’arte che promuovono i miei colleghi, compresa Luisa.

Tornando indietro all’inizio di questo percorso in “Lolita Lobosco”, quali novità ha portato alla tua carriera?

Fino a quel momento avevo interpretato ruoli più o meno drammatici. In “Sotto Copertura” ero una donna che conviveva con un tumore, in “Don Matteo” ho affrontato la violazione e il fatto che Rita avesse una figlia che non aveva riconosciuto, interpretando Adriana in “Un passo dal cielo” ho raccontato un’altra situazione che riguardava la malattia. Avevo avuto a che fare con personaggi che presentavano background drammatici. Grazie a Carmela in “Lolita Lobosco” mi sono confrontata, per la prima volta, con un personaggio comico e non mi era mai capitato. È stata una bella opportunità per me e mi sono divertita molto. Interpretare un personaggio che parlasse il barese e divertente senza volerlo mi ha permesso di sperimentarmi in qualcosa di diverso.

Dal set, che momenti ti sono rimasti impressi?

La prima stagione è stata girata durante il covid ed eravamo inevitabilmente circoscritti a frequentare soltanto noi. Avevamo degli spazi adibiti ai nostri momenti ludici e questa situazione ci ha permesso di trovare un affiatamento fuori dal comune. Ricordo il biliardino, cene e pranzi condivisi, le passeggiate sul mare e le partite a tennis. Ho tanti bei momenti che porto nel cuore ed è stato un bel viaggio insieme.

Com’è stato diventare pugliese?

Mi diverto tantissimo a confrontarmi con diversi dialetti, essendomi cimentata anche con il napoletano in passato. Mi piace provare a giostrare tra più dialetti, trovo che siano un grande tesoro dal punto di vista culturale e mi incuriosisce tantissimo vedere le derivazioni e le somiglianze con le altre lingue. La cosa assurda è che ho avuto poche possibilità di cimentarmi con il mio. Ho dovuto rendere varie donne del sud ma mai provenienti dalla Sicilia. Lo trovo incredibile.

C’è stata o c’è una produzione ambientata in Sicilia in cui ti sarebbe piaciuto recitare?

Mi è piaciuto tantissimo “Il Cacciatore” e mi piacerebbe confrontarmi con qualcosa in costume come “I Leoni di Sicilia”. Avrei voluto far parte de “Il Commissario Montalbano” all’epoca, era un cult ma ho fatto un provino e non sono stata scelta. Si vede che la Sicilia non era nel mio destino o almeno non lo è stata fino a ora.

Al momento sei molto impegnata in teatro…

Sì, uno degli spettacoli di cui vado più fiera è stato il debutto in “Gente di facili costumi” con Flavio Insinna per la regia di Luca Manfredi e scritto da Nino Manfredi e Nino Marino. Da gennaio saremo in tournee con questa commedia meravigliosa che ci diverte moltissimo e che siamo felici di fare. Inoltre, al momento sono impegnata in “A cosa serve essere belli dentro se poi non ci entra nessuno”. Lo mettiamo in scena da tre anni ed è incentrato su un terzetto di donne e un musicista. Parla di donne che si rendono conto che all’interno della relazione se le cose non vanno come dovrebbero la colpa è di entrambi. Credo sia importante uno spettacolo del genere perché ritengo sia giusto riflettere sulle proprie responsabilità all’interno delle relazioni e che non si vada avanti con i luoghi comuni né tanto meno nella rabbia. È un testo brillante, che porta alla risata facendoti riflettere. Infine, quest’estate sarò al teatro greco di Siracusa con “Miles Gloriosus” per la regia di Leo Muscato. È interamente al femminile, debutterà a giugno e sono molto contenta di tornare in Sicilia e nel mio teatro del cuore.

Cosa rappresenta per te il teatro?

Il teatro per me è irrinunciabile, è l’inizio di tutto, qualcosa che mi appartiene e senza la quale non riesco a immaginarmi. È vero e basta, che succede soltanto in quel momento, che non puoi ingannare e che non ha a che vedere con la finzione.

Il “buona la prima” del teatro spesso può portare a imprevisti. Quali sono quelli più frequenti?

In teatro può succedere di tutto. Possono capitare vuoti di scena, può cascare un proiettore, puoi farti male. Sai di essere in balia di qualcosa di cui speri di avere il controllo ma che di fatto non hai. È un luogo in cui metti alla prova il tuo senso di sopravvivenza e, nonostante gli imprevisti, devi andare avanti fino alla fine perché devi rispettare il pubblico.

Qual è stato l’imprevisto più curioso che ti sia capitato?

Sono molto precisa nel mio lavoro, ma in una delle prime messe in scena della mia vita, “Le relazioni pericolose” in cui interpretavo Cecile, avevo dimenticato un ingresso in scena. Avevo tolto pure il costume, a un certo punto ho sentito un suono che mi ha ricondotto a quel momento, sono scattata e sono riuscita a rimettermi un costume difficilissimo da indossare. Ricordo ancora lo scatto, mi sono piazzata nuovamente in scena, con il cuore in gola, dicendo le battute che avrei dovuto dire. Era una delle prime esperienze e l’idea di poter fare un buco di scena mi terrorizzava e temevo per il proseguo della mia carriera! Non me lo sarei mai perdonato.

Pensi che in teatro si possa sperimentare maggiormente rispetto a tv e cinema?

Non necessariamente. Essendo anche autrice, credo che l’opportunità di sperimentare stia nei testi e nelle sceneggiature e ancor di più nella collaborazione e comunicazione con i registi. Forse in teatro puoi osare qualcosa in più perché, mentre tv e cinema si fanno con il volto, il teatro ha bisogno di grandezza e di corpo ed è un luogo in cui puoi concederti più cose in termini di fisicità. Credo che l’opportunità di far sbocciare l’improvvisazione e qualcosa di estemporaneo all’interno te lo dia il rapporto che hai tu con il testo e con il tuo personaggio e succedono perché accadono dentro di te. Il teatro magari può concederti molti più guizzi di follia.

Sei anche autrice. Hai qualcosa da anticiparci?

Sto scrivendo un terzo testo teatrale di cui ancora non sono certissima. Parla di una relazione di coppia, di incomunicabilità e di incapacità comunicare. Trovo si sia un po’ perso il riuscire a svelarsi nelle verità profonde, l’avere una capacità di comunicarsi le cose come stanno e avere la libertà di farlo. Sono questi gli argomenti principali di questo spettacolo che vorrei mettere insieme con Federico, il mio compagno con cui ci combiniamo artisticamente in una maniera sopraffina, e vorrei che debuttasse la prossima stagione.

Foto di Paolo Stucchi

Sarai in “L’amore e altre seghe mentali”, nuovo film di e con Giampaolo Morelli, cosa puoi dirci a riguardo?

È stato un set molto divertente, ho trovato un clima bellissimo e un regista molto puntiglioso, attento, generoso, accorto, dolce, che ha cura degli attori con cui collabora, sa dove vuole arrivare e ti conduce fino a ottenerlo. Faccio coppia con Leonardo Lidi che, oltre a essere un bravissimo attore, è anche un grande regista di cui stimo le regie.

Come ti ha messo alla prova il tuo personaggio?

È un ruolo collaterale perché riguarda la linea di Leonardo, che è il migliore amico del protagonista. Le difficoltà legate a questo personaggio forse consistono nella ricerca della misura: è in un momento della vita particolare, c’è una crisi di coppia però lui non se ne rende conto mentre lei è arrivata al capolinea. Anche qui troviamo la tematica dell’incomunicabilità e del non riuscire a dire le cose come stanno. Bisognava trovare un equilibrio tra l’atteggiamento piccato di una persona arrivata alla saturazione all’interno del rapporto di coppia e dall’altra parte di una persona che se ne rende conto ma non lo dichiara. Ho dovuto lavorare per non risultare subito troppo antipatica nel momento in cui anche io ero colpevole e scagionare lui rispetto alla sua incapacità di dire le cose come stanno. È stato un lavoro di ricerca e di trovare la misura ed è fondamentale per dare una tridimensionalità ai personaggi.

Se fossi una giornalista, che domanda faresti a Giulia?

Non saprei, forse le chiederei se è cambiata la mia ambizione rispetto al mio mestiere. Più sono cresciuta, più trascinavo con me questa domanda con imbarazzo, ma non mi sono mai persa d’animo. All’epoca mi chiedevano: “Qual è l’obiettivo per il futuro?” e rispondevo: “Non lo so, con un Oscar in mano a ringraziare la mia famiglia e celebrare l’Italia agli Oscar”. Lì per lì mi ha divertito, poi nel tempo mi sono interrogata sul fatto che potesse essere una risposta eccessiva perché più cresci poi aumentano le paure e cedi all’idea che la realtà non è all’altezza dell’ambizione. Rispondendo alla domanda iniziale direi che non è cambiata, perché credo che l’ambizione sia sempre quella che ti faccia allungare sempre più la mano verso il cielo e ti fa attendere con una perseveranza e una volontà diversa se l’obiettivo è alto.

Ci sono altri progetti che ti piacerebbe ricordare?

Il prossimo anno riprenderò la tournée per lo spettacolo di cui ho curato la regia: “Pronto, Freud” di e con Beatrice Arnera, che è stato un enorme successo e le quattro date della scorsa stagione sono andate sold out già due giorni dopo l’uscita e adesso sono in vendita i biglietti per la prossima stagione.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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