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Intervista a Pia Lanciotti: “Luci e ombre dei miei personaggi” L’attrice, grande protagonista della quarta stagione di “Mare Fuori” nei panni dell’iconica Wanda Di Salvo e dal 4 aprile al cinema in “Zamora”, si racconta su “La voce dello schermo”.

Mar 7, 2024
Foto di Peppe Tortora

Mare Fuori”, oltre ad aver lanciato ragazzi interessantissimi nel panorama della recitazione italiana, ci ha dato modo di apprezzare le grandi interpretazioni degli adulti della serie. Una di queste è sicuramente quella di Pia Lanciotti, interprete dell’iconica Wanda Di Salvo. Pia nasce artisticamente dal teatro di grandi maestri come Strehler, Ronconi, Stein, Nekrosius e Tolcachir, in televisione è una fedelissima di Carmine Elia, difficilmente infatti il regista si priva della maestria interpretativa dell’attrice, come abbiamo visto in “Mare Fuori”, “Sopravvissuti”, “La porta rossa”, “Noi siamo leggenda” e prossimamente in “Sara”.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Pia, attrice straordinaria che riesce a tirar fuori il suo lato dark attraverso il personaggio di Donna Wanda. Pia ci ha parlato di “Mare Fuori”; dell’importanza del teatro, definito da lei come “lo spazio dell’anima”; di “Zamora”, film di Neri Marcorè in uscita nelle sale il 4 aprile; e di tanti interessanti aspetti della propria carriera. A voi…

Salve Pia, benvenuta su “La voce dello schermo”. Partiamo da “Mare Fuori” e da Donna Wanda. È un villain interessante…

Salve a tutti. Grazie. Donna Wanda è un villain interessante perché credo lo siano tutti i villain: non sono mai solo bianchi o neri. Ritengo che lei sia la mia ombra, intesa come parte oscura, ma l’aspetto su cui ho lavorato maggiormente in lei è lo spirito di protezione feroce nei confronti di Carmine. È un amore che non riesce a esprimersi nella luce e che non ha trovato la sua dimensione più prospera.

Quando si interpreta un personaggio del genere come si riesce a entrare in quei panni e a ragionare in quel modo?

In realtà penso che tutti i personaggi che interpretiamo ci somiglino in qualche modo. Come affermava un mio vecchio maestro: “capita agli uomini ciò che somiglia loro, non ciò che meritano”. La vita è costituita da continue risonanze e specchi riflessi. Interpretare un personaggio è come sintonizzarsi su una frequenza della radio: la radio contempla quella frequenza e noi attori siamo così. Ovviamente esistono tecniche emotive, ma c’è anche l’immaginazione, l’intuito e la risonanza.

Foto di Sabrina Cirillo

È interessante sentirti parlare di somiglianze e non di differenze…

Credo che se qualcosa non è presente generalmente non si vede. Ovviamente non si tratta di essere assassini, criminali o no. Non è quello, puoi anche non uccidere ma puoi possedere un seme di violenza che sai di avere ma che puoi non scegliere. Quello è fondamentale: avere una presenza dentro noi stessi. Tu non sai già cosa trovi. È facendo, esplorando, immaginando che arrivano delle note che non pensavi possibili, ma se le hai incontrate e se sono sorte in te evidentemente c’era spazio per loro.

Il successo della serie è ormai incontrollabile. Sono diventati virali alcuni meme che riguardano la serie e il tuo personaggio. Ti lasci incuriosire dalla rilevanza mediatica della serie?

Beh, ormai non si può più fare a meno di questo. Siamo tutti dentro un’altra realtà, ovvero quella dei social, che non è vera ma fa parte del reale e non puoi non tenerne conto.

Donna Wanda ci sarà nei nuovi episodi?

Certo che sì.

A prescindere da Carmine?

Ancora non lo sappiamo. La stagione si è conclusa in un determinato modo ma mai dire mai…

Trovi più stimolante interpretare un buono o un cattivo?

Trovo stimolante trovare il bianco nel nero e il nero nel bianco perché altrimenti sarebbe tutto una noia. Mi fa sorridere quando definiscono Donna Wanda “la cattiva” o mi dicono: “come sei cattiva!”. Perché la cattiva? Significa che ti sei fermato nel giudizio e non sei andato in profondità. È ovvio che quella sia la vernice, ma se interpreti un buono non puoi non cercare le ombre, altrimenti diventerebbe tutto piatto, come una fotografia tutta illuminata e non vedresti i contorni, non ci sarebbe né curiosità né mistero. Mi piace interpretare i personaggi e, quando possibile dal momento che a teatro è più facile rispetto che in tv, trovare il contraltare.

Hai fatto parte di tanti lavori di Carmine Elia, cosa ami del suo modo di dirigere e delle esperienze di cui hai fatto parte?

Ammiro enormemente Carmine, è una persona che non si ferma mai, estremamente curioso ed evolve continuamente. Ad esempio “Noi siamo leggenda” possiede un’estetica più sofisticata rispetto a “Sopravvissuti”, che avrebbe potuto rendere di più forse, anche secondo le idee di Carmine. È un regista molto attento agli attori ma, nonostante questo, devi ritagliarti un perimetro di sicurezza, non devi lasciarti invadere ma suggestionare. Carmine sa ciò che vuole, ha il controllo della situazione e si lascia affascinare. È un regista di grande valore.

Tra le serie di Carmine quali hai amato?

Nonostante abbia amato il mio ruolo in “Sopravvissuti”, mi è piaciuto tantissimo “Noi siamo leggenda” perché l’ho trovato più maturo. Tra poco uscirà “Sara”, un’altra serie da lui diretta, e anche lì vedrete un passo in più. Credo che lui potrebbe sorprenderci anche in un lungometraggio e offrirebbe spunti ancora più differenti rispetto a quanto fatto.

Foto di Peppe Tortora

A breve ti vedremo in “Zamora”, diretto da Neri Marcorè. Cosa puoi dirci a riguardo?

Su questo set ci siamo divertiti tanto ed è stato bello perché c’era un’armonia insperata ed è stato merito di Neri. Inoltre, Alberto Paradossi è bravissimo e una persona d’oro ma ho trovato un bell’ambiente da parte di tutti. Il film è una delizia, pieno di grazia ed è come se fosse un romanzo di formazione.

Provieni dal teatro di grandi maestri come Ronconi e Strehler. Cosa ti ha trasmesso questo mondo e lavorare con loro?

Il teatro è lo spazio dell’anima, la terra degli spiriti e dello spirito. Ho avuto la fortuna di lavorare spesso anche con registi stranieri come Peter Stein, Tolcachir, Nekrosius e ritengo che il teatro ti renda più grande. Nel momento in cui cominci a indagare personaggi così straordinariamente profondi, verticali e li abiti, provi a diventare come loro e accenni un avvicinamento a quelle altitudini e a quegli abissi diventi una creatura più capiente.

Cosa pensi del teatro dei nostri giorni?

Il teatro grande dello spirito si fa ancora ed esistono delle personalità in grado di avvicinarsi ai grandi del passato ma la nostra umanità si sta un po’ depauperando e inaridendo per cui dove non c’è la possibilità di confrontarsi con qualcosa di tanto diverso da te e lontano da ciò che pensi dovrebbe essere si diventa piccoli piccoli.

Come giudichi invece la televisione e il cinema?

Non ho la televisione, quindi non la guardo. Le serie che guardo sono quelle straniere, molte le trovo scritte magistralmente e quelle potrebbero condurci a migliorare e allinearci a qualcosa di più grande. Le storie ci cambiano la vita e ci permettono di agganciarci a qualcosa più grande di noi, per questo motivo si va a teatro, si guarda un film, si leggono dei romanzi, si va a un concerto o si va al museo a guardare dei quadri e contemplarli. Quella è l’arte e le serie tv e i film belli fanno questo, ma bisogna avere il coraggio di scrivere di anime e non di fatterelli. L’aspetto principale è la scrittura.

Ci sono altre esperienze che vorresti ricordare?

Una delle esperienze che tengo a ricordare e che ho amato realizzare è stato un TED che ho scritto io, che mi hanno chiesto di fare questa estate e non pensavo di poter realizzare. È stato girato sul Monte Bianco ed era sul come un attore fa diventare la sua immaginazione. Mi sono misurata con un discorso davanti a delle persone e ho avuto la possibilità di raccontare loro alcuni aspetti interessanti. È stato molto bello ripercorrere il mio percorso fatto con i miei maestri teatrali e guide dello spirito. Ho raccontato anche di quanto sia fondamentale l’immaginazione per rinarrare degli eventi e dargli un nuovo corso nel loro cuore e quanto il teatro e le storie siano catartiche e possono rieducarti a un percorso che hai già vissuto. L’energia terapeutica che hanno gli attori è la stessa che hanno i medici.

Se fossi una giornalista che domanda faresti a Pia?

“Quale pensi possa essere il sentimento a cui tutti dovremmo ogni tanto agganciarci quotidianamente?” e ti risponderei: “La gratitudine, soprattutto quando pensiamo non ci sia niente di cui essere grati”.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Ascoltare la voce dell’anima, da qualsiasi tipo di schermo. Ciò che vediamo nello schermo cinematografico è un proiettore che proietta e penso profondamente che la nostra vita sia una proiezione della pellicola che abbiamo all’interno di noi. Quello che noi vediamo sullo schermo, la voce, le immagini, non sono altro che cose che noi abbiamo dentro ma che non riusciamo a vedere se non proiettate su uno schermo. Tutto ciò che ci accade ci parla di noi, anche un mattone che ci casca in testa, un signore che ci sorride e anche una guerra.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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