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Intervista a Stefano Lodovichi: “Sono un regista pop” Il regista e showrunner dell'attesissima "Christian", dopo il successo de "Il Cacciatore" e de "Il Processo", si racconta su "La voce dello schermo"

Nov 20, 2020

Stefano Lodovichi è uno dei registi che ha più impressionato negli ultimi anni per il suo modo innovativo di fare cinema e serie tv. Le sue ultime due creature che abbiamo visto, “Il Cacciatore” e “Il Processo”, sono due prodotti che parlano un linguaggio universale, senza confini e che stanno ricevendo tantissimi consensi in giro per il mondo. Non è un caso che “Christian“, una delle serie tv più attese del 2021, porti la sua firma. Lo show, prossimamente su Sky, vanta nel cast attori straordinari come Edoardo Pesce, Claudio Santamaria, Silvia D’Amico, Giordano De Plano, Milena Mancini e Giulio Beranek su tutti. Con grande piacere su “La voce dello schermo” lo abbiamo intervistato e ci ha dato qualche piccola anticipazione riguardo la serie e sul suo ultimo film “La stanza“. Stefano ha inoltre ricordato i momenti sul set durante la prima stagione de “Il Cacciatore”, che sono valsi a Francesco Montanari il premio come migliore attore a Canneseries, e ha parlato de “Il Processo”, serie poco compresa su Mediaset ma che ha ottenuto il suo riscatto su Netflix. Un’interessante chiacchierata che ci porta a comprendere meglio cosa accade all’interno di un set e a conoscere uno dei registi più interessanti degli ultimi anni: un regista internazionale e libero.

*Foto di Arianna Lanzuisi

Salve Stefano, benvenuto su “La voce dello schermo”. Su cosa stai lavorando attualmente? Puoi presentarci qualcosa?

Buongiorno Francesco. Questi sono mesi pazzi perché sto chiudendo la post produzione del mio ultimo film, “La Stanza”, prodotto da Lucky Red con Guido Caprino, Camilla Filippi ed Edoardo Pesce e ho appena iniziato a girare “Christian”, una nuova serie prodotta da Sky e Lucky Red. “La stanza” è il mio terzo film, lo definirei uno psychological-thriller tutto ambientato in una casa mentre fuori c’è una tempesta. “Christian” è un supernatural-crime drama ambientato nella periferia romana. Il protagonista, Christian, è interpretato sempre da Edoardo Pesce. Con lui ci sono anche Claudio Santamaria, Silvia D’Amico, Giordano De Plano, Lina Sastri, Antonio Bannò, Milena Mancini, Gabriel Montesi, Giulio Beranek e molti altri.
È un progetto molto stimolante non soltanto perché mixa tanti generi e sottogeneri di cinema che ho sempre amato e con i quali sono cresciuto, come l’action o il fantasy, ma anche perché nella serie raccontiamo una periferia romana totalmente inedita e che non è quella che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni (penso ad esempio a “Romanzo Criminale”, “Suburra”, “Baby”, “Skam”…) e che stiamo cercando di rendere particolare e originale anche grazie a un tono semiserio, a volte pulp (alla Tarantino, alla Guy Ritchie per capirci), che da sempre mi diverte e affascina.
Inoltre per la prima volta mi trovo a ricoprire due ruoli, quello di regista e quello di showrunner. Un ruolo fondamentale nella serialità, che esiste da sempre nell’industria straniera ma che stiamo iniziando ad avere in questi anni anche in Italia (vedi Stefano Sollima su “Gomorra” o Matteo Rovere su “Romulus”).

Per quanto riguarda “Il cacciatore”. Non era facile creare un prodotto di qualità diverso rispetto alle serie già viste sulla Mafia, come ci sei riuscito?

Come sempre è stato un lavoro di squadra. Per quanto mi riguarda posso dirti che ci sono riuscito non guardando serie e film sulla mafia. La Rai aveva voglia di realizzare un prodotto nuovo, internazionale e pensato anche per un pubblico giovane. Raccontare la storia di Alfonso Sabella, che è il PM al quale la storia del nostro Saverio Barone ne “Il Cacciatore” è ispirata, fa parte di quella necessità editoriale che da sempre rende la Rai portatrice di un racconto costruttivo, pedagogico, che la rende memoria storica del nostro paese. Un intento nobile, fondamentale e necessario e che ho avuto la possibilità di poter tradurre trovando quella cifra originale che è poi diventata il “colore tipico” che caratterizza questa serie. Grazie a Rai e a Cross Productions ho così avuto il privilegio di avere una libertà non scontata, in particolare per un esordiente nel mondo della serialità. E così, invece che ispirarmi ai soliti progetti di mafia (all’italiana, per dire), ho potuto guardare in altre direzioni: Scorsese, Tarantino, Guy Ritchie, Sorrentino e così via. Mi sono divertito molto ed è stato un viaggio incredibile che ho avuto la fortuna di vivere insieme a dei compagni di grandissimo talento come gli autori Marcello Izzo e Silvia Ebreul. Con loro abbiamo potuto pensare un protagonista che non fosse il classico eroe buono: Saverio è infatti il classico anti-eroe, figura anomala per la nostra narrazione e che è stata modellata nel tempo anche su uno stampo iconico a noi molto caro, Batman. Anche il nostro PM è infatti un personaggio ossessionato da una sete di giustizia totalmente personale innescata dalla classica “ferita dentro” originata in un passato lontano. Ovviamente Saverio non sarebbe esistito senza Francesco Montanari che non soltanto si è messo totalmente a servizio ma ha saputo entrare sempre di più nei panni del personaggio scritto, rendendolo suo, dandogli una personalità unica e irripetibile.


Ti è dispiaciuto non curare la regia della seconda stagione?

“Il Cacciatore” è una serie che amo molto, perché è stata la mia prima esperienza televisiva e voglio molto bene a chiunque ne abbia fatto parte: Edoardo Pesce, Miriam Dalmazio, David Coco, Paolo Briguglia, Alessio Praticò, Giulio Beranek, Marco Rossetti, Francesco Foti e tutto il resto della squadra. Dal cast artistico a quello tecnico. E poi ormai amo Francesco Montanari, grandissimo interprete che è diventato un grande amico. Così tanto amico che è stato anche il mio testimone di nozze.
Con Il Cacciatore ho avuto la possibilità di lavorare a un progetto che sono convinto rimarrà nella memoria del pubblico ancora per qualche anno. E questo anche grazie a Rosario Rinaldo e a Cross Productions, che mi hanno dato la possibilità di seguire parte della scrittura con gli autori (ho sceneggiato gli episodi 4 e 5 della prima stagione).
Ma va bene così. Credo che nella vita sia sano cambiare e penso che alla mia età sia importante muoversi da un progetto all’altro, cercando di sperimentare e crescere il più possibile. Come dicevo, sono felice sia andata in questo modo, anche perché al posto de “Il Cacciatore” ho avuto modo di girare “Il Processo”.

Ti sei e ti hanno definito più volte un regista molto “libero” e che concede molta libertà agli attori. Cosa significa?

Penso che le due cose che contino più di tutte nel mio lavoro siano la storia e gli interpreti. Tutto quello che cerco di fare come regista è permettere agli attori di vivere al meglio il personaggio che devono interpretare nella storia che devo raccontare. A me non rimane che guidarli, tenendo sempre bene a mente il percorso, l’orizzonte, dal quale non devono allontanarsi. Poi ovviamente ci sono tantissimi elementi che ti portano ad arricchire quello che racconti, come la tecnica, il gusto, l’estetica… Ma la storia e gli interpreti sono gli elementi più importanti ed è fondamentale ricordarsi che quando si parla di attori, si parla di esseri umani. Anche questo non è un segreto, ma semplice buon senso che però diventa chiave di volta della direzione, perché se vuoi ottenere il meglio da qualcuno, devi capirlo e studiarlo come essere umano. Non si può chiedere a una persona di recitare qualche cosa senza parlarne, senza scioperare il materiale in questione. Non stiamo parlando operai o chirurghi. Perché la nostra è materia umana, profonda e delicata.
Probabilmente dicono che conceda molta libertà perché, una volta stabilite delle regole e dei paletti con chiarezza, a quel punto saranno proprio gli interpreti che dovranno portare avanti i personaggi a muovercisi dentro. Devo dire che mi diverte molto lavorare con gli interpreti. Stimo molto il loro sano egoismo e lo trovo vitale per la costruzione della scena. Quando parlo di egoismo intendo il proprio pensare soltanto a loro stessi, alla propria interpretazione, ai propri “perché”. Ma sono proprio i loro “perché”, le loro domande, sui personaggi che mi permettono di farmi domande e trovare risposte quando qualche cosa non torna o è il caso di andare ancora più in profondità. Quando un\un’ interprete fa suonare dei campanelli di allarme è molto importante ascoltarli.

*Foto di Valentina Glorioso

Quali tipi di personaggi prediligi?

Per quanto riguarda i personaggi, i più difficili e interessanti da costruire sono per me i secondari (che poi “secondari” non sono proprio per niente). Amo molto chi non è protagonista della storia perché la credibilità della serie si appoggia alla loro verità, al loro spessore. Ogni personaggio in scena dovrebbe essere così ben costruito da meritare uno spin-off tutto suo (in realtà questa frase l’ho fregata a mia moglie ma rappresenta benissimo anche la mia di idea). Questo significa dargli una vita vera, un carattere, un colore.

Quali sono quelli a cui tieni di più?

Ci sono due personaggi a cui tengo molto tra i non protagonisti. Uno è Mico Farinella de “Il Cacciatore”, interpretato da Giulio Beranek. Giulio è un attore incredibile e secondo me è uno dei più grandi interpreti della sua generazione. È stato bellissimo lavorare con lui perché è un vulcano, è lava magmatica che ha un’energia e una vitalità enorme. Ha una vita e un’umanità così tanto grande da essere un piccolo mondo. Lavorare con lui su Mico Farinella è stato molto bello, perché ci siamo capiti subito e volevamo divertirci, creare qualcosa di colorato e che pur nel nostro piccolo entrasse nella storia. Infatti è forse il personaggio della prima stagione che rimane più impresso nella mente del pubblico. Ricordo che gli mettemmo un giacchino rosso ispirato ad “Akira”, il film di animazione di Katsuhiro Ōtomo. Custodisco spesso per ricordo qualche costume dal set e dal Cacciatore ho deciso di portarmi a casa proprio il suo giacchino.
 L’altro personaggio a cui tengo è De Grandis, interpretato da Giordano De Plano. È una sorta di investigatore privato che ne “Il Processo” aiuta Ruggero Barone (Francesco Scianna) nelle indagini. De Grandis è meraviglioso perché è un personaggio silenzioso, di poche parole ma che non viene dimenticato così facilmente. Con Giordano l’abbiamo caratterizzato molto e ha trovato la sua ultima identità proprio durante la prova costume. Anche qui, da un costume è nato un personaggio. Giordano si presentò con una barba lunghissima per le prove e abbiamo cominciato a toglierla fino a lasciare i baffi. Lui mi disse: “mi ricordano un po’ i baffi di mio nonno”. E così abbiamo iniziato a farci guidare dal ricordo di suo nonno: lo abbiamo invecchiato sia di aspetto fisico (postura, pancia finta, mimica) che con l’abbigliamento, polveroso e piuttosto datato. Mi riportava a quel mondo Disney che da sempre mi caratterizza nello studio delle storie e dei personaggi. De Grandis in effetti potrebbe essere uscito da “La carica dei 101” o “Gli Aristogatti”. Poi ci sono anche quei personaggi che in scrittura hanno ancora meno spazio ma che te li ricordi per un’espressione, una battuta, un atteggiamento, che però li rende iconici. Penso per esempio al sorriso mostruoso del Mangano de Il Cacciatore, interpretato da Claudio Castrogiovanni. Quel sorriso non lo scorderò mai.

*Foto di Valentina Glorioso

Quale attore o attrice, invece, ha interpretato i ruoli più difficili?

I ruoli più difficili li ha interpretati sicuramente Camilla Filippi. La prima volta su “In fondo al bosco”, poi ne “Il processo” e infine ne “La Stanza”.
Nel primo doveva vestire i panni di Linda Weiss, una donna che dopo aver ucciso il proprio figlio, ne aveva rimosso ricordo e trauma, creandosi un’altra verità e credendo che il figlio in realtà fosse scappato. L’arco di quel personaggio era complessissimo anche perché nella linea del presente, con il ritorno a casa di un bambino uguale al proprio figlio, Linda doveva, piano piano, riportare al presente il ricordo del tragico omicidio degli anni passati, di quello che aveva fatto.
Altrettanto difficile è stato il ruolo di un’altra Linda (Monaco) ne “Il Processo”. Camilla, in questo caso, è riuscita a interpretare un personaggio che in alcuni momenti sembrasse innocente e in altri colpevole. L’ambiguità sulla quale si muove questa interpretazione è magistrale e difficilissima anche perché il personaggio di Linda Monaco necessita di un equilibrio cardine per la credibilità del giallo, dell’intera serie e dei punti di vista di Elena (Vittoria Puccini) e Ruggero (Francesco Scianna) sul caso. E così Camilla, anche grazie a un’ottima scrittura di Alessandro Fabbri, Laura Colella ed Enrico Audenino, è riuscita a calibrare perfettamente quell’ambiguità che ti porta a pensare tutto e il contrario di tutto fino all’ultimo episodio.
Anche su “La Stanza” l’ho messa davanti a un esame difficilissimo. In questo film interpreta Stella, una donna in crisi che sta tentando il suicidio alle prime luci dell’alba. E proprio quando tutto sembra ormai perso l’arrivo di uno straniero che cerca una stanza dove dormire, la ferma di colpo. Senza spoilerare niente (perché il film è in post produzione) provate soltanto a immaginare quale potrebbe essere lo stato d’animo di questo personaggio nei seguenti 90 minuti, in un contesto da thriller psicologico.

*Foto di Benjamin Maier

Parliamo de “Il Processo”. Il popolo di Netflix lo sta apprezzando molto. Com’è stato cimentarti col legal?

È una serie molto complessa, dal punto di vista registico stimolante, anche perché costruita tutta su due punti di vista strettissimi, quello di Elena, il PM interpretato da Vittoria Puccini che deve fare giustizia sulla morte della giovane Angelica; e quello di Ruggero, l’avvocato della difesa (di Linda Monaco\Camilla Filippi) interpretato da Francesco Scianna. La peculiarità della serie è che non c’è una verità altra al di fuori di quella che vivono loro due. Non ci si fa caso – ed è un bene – ma in tutti gli episodi non ci sono scene non vissute da loro in prima persona se si esclude la prima lunga inquadratura con la macchina che scende dal cielo e chiude sul corpo di Angelica nel diversivo (unico dato oggettivo: una ragazza è morta). Ed è un elemento chiave della serie che indirettamente ti entra dentro e ti fa sentire chiaramente quanto il mondo che raccontiamo sia stretto su loro due. Questo tipo di linguaggio e narrazione è importante perché profondamente tematico con il cuore della serie che ci racconta quanto la verità sia un elemento difficile da decifrare, spesso impossibile da conoscere, in particolar modo quando è viziato da un trascorso personale come può essere il senso di colpa (o l’idea di un amore mai provato per una figlia non voluta) o l’amore. Ho apprezzato tantissimo le interpretazioni di Vittoria e di Francesco perché si sono dedicati con scrupolo e una forte personalità a due personaggi che, un po’ come il Saverio Barone de “Il Cacciatore”, si muovono in quella linea sottile che caratterizza la vita vera: tra bene e male.

*Foto di Benjamin Maier

In chiaro forse è stato capito poco. Perché secondo te?

Se penso alla messa in onda de “Il Processo” su Mediaset penso a un esperimento. La nostra serie è nata libera grazie a Daniele Cesarano, direttore fiction di Mediaset, e ad Andrea Occhipinti produttore di Lucky Red. La scrittura della serie e l’approccio creativo e artistico è sempre stato pensato senza troppi limiti, improntato soltanto alla voglia di creare un progetto di qualità pensato per l’unico pubblico che esiste secondo me, quello globale, di chi ama le serie. Sapevamo che il nostro genere richiedesse una particolare attenzione (il legal con le sue dinamiche in aula ha bisogno di attenzione) ed eravamo pronti a un’accoglienza che potesse essere fredda almeno qui da noi, anche perché si trattava di un primo tentativo a tutti gli effetti. Infatti Il Processo è la prima serie legal-thriller della nostra tv. Ma le somme si devono tirare sempre nella lunga distanza e, a conti fatti, credo che Il Processo sia per tutti noi che l’abbiamo fatta, un vanto. E lo dico vedendo anche i risultati che sta ottenendo in tutto il mondo. La serie ha occupato i primi posti tra le visioni di aprile di quasi tutta l’America Latina, con il miglior risultato in Uruguay e piazzamenti importanti in Argentina, Messico, Brasile. È andata molto bene anche in Belgio, Olanda e Lussemburgo, e in Francia, dove abbiamo avuto critiche ottime.

C’è la possibilità, visti i consensi che sta ricevendo su Netflix, che abbia una seconda stagione?

Me lo auguro, però sinceramente non so niente a riguardo.

Un altro argomento a cui tieni è la differenza terminologica tra “serie tv” e “fiction”…

Beh, sì. La mia è una guerra linguistica più che altro. Credo che ormai non ci siano più confini nel nostro lavoro. Personalmente, quando lavoro su un progetto, lo faccio per il fandom internazionale, sperando che venga visto in tutti i paesi del mondo. Il pubblico giovane e adulto è un pubblico che è abituato a certi prodotti. Usare il termine “fiction” penso sia ormai desueto e che ti releghi a un certo immaginario un po’ superato. Non capisco proprio il motivo per cui non dobbiamo chiamarle serie tv. In tutto il mondo vengono chiamate in questo modo o “tv show”. Perché noi dovremmo usare un termine diverso? È come se dicessimo “non facciamo quello che fate voi, ma facciamo qualcosa di diverso”. Come diceva Nanni Moretti “le parole sono importanti!”. Ed è verissimo.
In questi mesi di quarantena altalenante, ho parlato con altri registi dell’importanza di ridefinire i nostri ruoli all’interno della serialità, sulla definizione dei crediti da usare nella necessità fondamentale di allinearsi a uno standard internazionale. Coniare l’hashtag #serienonfiction (usato ai tempi de “Il Cacciatore”) non indica qualcosa di migliore o peggiore, ma di diverso. Non abbiamo niente da invidiare alle serie straniere, quelle che amiamo e che ci ispirano. E allora non dobbiamo avere paura. In fondo credo che sia anche per questo motivo che Montanari abbia vinto la Palma D’Oro per la migliore interpretazione a Canneseries, perché è un progetto internazionale per un pubblico senza confini. E attenzione, dire internazionale non vuol dire non italiano. Anche “Il Processo” è una serie profondamente italiana, perché vive a Mantova, vive di un certo tipo di cultura, di approccio artistico profondamente italiano.

*Foto di Stefano Lodovichi

Hai parlato di riferimenti. Si può dire che “Christian” segua un po’, per certi versi, la scia inaugurata da “Lo chiamavano Jeeg Robot”?

Il 2015 è stato un anno importante per il cinema e per la mia generazione. Pochi mesi prima dell’uscita di “Lo chiamavano Jeeg Robot” arrivò nelle sale “In fondo al bosco”, il mio secondo film. L’anno dopo toccò a “Veloce come il vento” di Matteo Rovere. Tre film di tre generi totalmente differenti (un film sui supereroi, un thriller e un film di corse) ma che, con attenzione e riscontro differente, hanno segnato un passaggio importante. Di certo già si respirava aria di cambiamento ma il grande successo del film di Gabriele diede uno schiaffo a tutto. E di colpo, produttori e distributori arrivarono in cerca di storie differenti dal solito. Christian è la storia di un antieroe che si ritrova con un grande potere in un contesto di periferia e il nostro tono si muove dal serio a comico. Se vogliamo vedere in Jeeg un riferimento possiamo farlo, come possiamo vedere ispirazioni allo Spider Man di “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” o al cinema di Scorsese, Tarantino e Guy Ritchie.  

Ogni regista ha la propria “Z” di Zorro o qualche tratto distintivo. Quali sono i tuoi?

Io mi definisco pop, non so se sia realmente una “Z” di Zorro. A me piace divertirmi e divertire. Ci sono sempre scene che mi galvanizzano in quello che faccio, perché penso che la caratteristica fondamentale di tutta la narrazione e di tutto l’audiovisivo sia l’immedesimazione. Lo spettatore dovrebbe riuscire a immedesimarsi nei personaggi e nelle storie che raccontiamo perché tutto quello che vuole è vivere una vita diversa dalla propria. Tutto ciò che facciamo e che vediamo è rivivere e riproporre “La storia infinita”. Tutti quanti vorremmo essere Bastian che si trova da semplice lettore a protagonista ed eroe di un’avventura incredibile. Tutti noi vorremmo salvare il mondo, no? E questo meccanismo esiste da sempre, dalla lettura alla narrazione nell’audiovisivo. Anche i videogiochi, per esempio, sono mondi affascinanti che ti agganciano forse più del cinema.

Cosa pensi aggiungano i videogiochi al cinema?

Penso che i videogiochi abbiano ancora tanto da dare ma ho la sensazione che siano il vero futuro dello storytelling. In realtà ne sono già il presente a tutti gli effetti. Se i film sono comunque storie guidate in cui lo spettatore si trova davanti allo schermo, costretto in un percorso strettissimo scelto da altri e che il montaggio obbliga a subire a senso unico, alcuni videogames sono invece mondi infinitamente più aperti che possono essere vissuti in prima persona come veri e propri eroi con superpoteri, capacità uniche in esperienze immersive in prima persona. Penso che il cinema si spingerà sempre più in questa direzione per tentare di raggiungere il livello di coinvolgimento videoludico. Pensiamo a “1917”: molti l’hanno accusato di essere troppo vicino a un videogioco e, magari, troppo subordinato a una ricerca tecnica. Per me non è così perché si tratta di un’esperienza immersiva in cui ho vissuto novanti minuti attaccato al protagonista e con lui ho provato dolori, paure, emozioni, ansie e angosce. Non sarò il protagonista ma è la cosa più vicina che possa esserci fuori dalla soggettiva. Mi sono emozionato tantissimo durante la visione di questo film, anche perché l’unico motivo che ho per vedere e fare film e serie, così come quello di giocare ai videogames, è quello di emozionare.

Facciamo un gioco: hai a disposizione un solo ciak, puoi dirci soltanto tre nomi di attori o attrici. A chi ti affideresti?

È complicato rispondere perché dipende dalla storia e dai ruoli che dovrebbero interpretare. Se non so cosa raccontare non riesco a rispondere… e poi c’è sempre qualcuno che si offende.


Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare o nel tuo caso fare ascoltare la voce dello schermo?

Significa parlare con il mondo e condividere qualcosa. Un pò come con gli interpreti: significa entrare in contatto a livello intimo con un’altra persona, ti affidi ad altri in uno scambio di fiducia che è necessario. È dialogare. È fare l’amore. E la vita nasce dal confronto tra le persone. Le seghe non portano vita. L’amore invece sì. E l’arte, quello che facciamo, è vita.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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