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Intervista a Ciro Esposito: “Da ‘Io speriamo che me la cavo’ a ‘Gomorra’” L'attore ripercorre le tappe più significative della sua carriera partendo dal film di Lina Wertmüller fino ad arrivare alla serie cult di Sky.

Lug 3, 2019

“La voce dello schermo” ha intervistato Ciro Esposito, new entry della quarta stagione di “Gomorra”. L’attore napoletano ha annunciato importanti novità riguardo la quinta stagione della serie, ricordato gli anni di “Io speriamo che me la cavo” al fianco di due mostri sacri del cinema come Lina Wertmüller e Paolo Villaggio e altri ruoli di prestigio come quello di Gianfranco Paglia ne “Le ali” e quello di Angelo Di Girolamo ne “Il grande Torino”.

Salve Ciro, benvenuto su “La voce dello schermo”. Cominciamo con i progetti attuali. A cosa stai lavorando attualmente?

Salve a tutti. Attualmente sono in fase di scrittura del nuovo spettacolo teatrale, in collaborazione con Salvatore Catanese. Con lui e con Ivan Boragine da anni portiamo in scena “Sotto lo stesso tetto”, che vanta una trentina di date sparse per l’Italia e continuerà a girare anche il prossimo anno. Stiamo scrivendo questo spettacolo nuovo con un titolo ancora da definirsi. Ho inoltre diversi progetti per il futuro e sono in attesa di novità riguardo la quinta stagione di “Gomorra”, che è già confermata ma bisognerà capire come si svilupperanno un po’ le linee narrative.

Cosa ha significato per te far parte di “Gomorra”? Che risvolti vorresti per la prossima stagione?

Sono molto grato di essere stato scelto per questo grande progetto. Nonostante sia entrato nella quarta stagione, quindi in corso d’opera, penso sia stato il momento giusto per farlo. I personaggi storici hanno avuto, in questo modo, l’opportunità di sviluppare la loro storia, dandomi la possibilità di inserirmi e di interpretare questo personaggio. È stato molto soddisfacente, anche perché ha subito suscitato grande curiosità nei confronti del pubblico e introduce il nuovo clan. Credo che sarà uno dei punti cardine dei nuovi episodi. Ho tantissima curiosità di vedere cosa succederà, ma il resto è top secret. Sicuramente ne vedrete delle belle.

Tu hai iniziato nel teatro. Quanto pensi sia importante questo mondo nella formazione di un attore?

Penso che il teatro sia fondamentale per chi vuole intraprendere il mestiere dell’attore perché calcare un palcoscenico e respirare quell’aria ti forma artisticamente e ti insegna tanti aspetti importanti sia per il cinema che per la televisione.

Tu sei napoletano e spesso hai dovuto interpretare ruoli non troppo felici per Napoli. Che effetto fa per te vestire i panni del cattivo?

È la parte oscura di Napoli e qualcuno la deve pur raccontare. La televisione, il cinema e il teatro sono anche mezzi di informazioni e c’è bisogno di personaggi negativi per far conoscere e valorizzare la parte buona. Mi fa piacere interpretare questi ruoli perché ritengo che spesso il cattivo sia quello che viene ricordato di più. Il buono ha bisogno del cattivo per essere tale. Credo che il lavoro sporco qualcuno lo debba pur fare e, dal punto di vista artistico, è sempre divertente e stimolante interpretare un cattivo.

Che ricordi hai di “Io speriamo che me la cavo”?

Nonostante siano passati trent’anni, ho sempre tantissimi ricordi legati a “Io speriamo che me la cavo” e a Paolo Villaggio, che ci ha lasciati poco tempo fa. Ho ricordi molto piacevoli, anche perché è stato un mio battesimo cinematografico. Inoltre essere battezzato artisticamente da Lina Wertmüller non è da tutti.

Hai qualche aneddoto che vorresti ricordare riguardante Paolo Villaggio?

Ne ho tantissimi. Io ho avuto la fortuna di lavorare spesso a stretto contatto con lui, avendo molte scene da soli, e mi sono goduto il grande artista che era in maniera più tranquilla e più pacata. Stando sul set con quattordici pesti, il set a volte poteva diventare ingestibile. Invece, stando da solo con lui sono riuscito a capire la sua sensibilità, pur essendo piccolissimo. Ricordo che gli venivano le voglie e spesso arrivava il catering. Una volta portavano le crocchette, una volta le palle di riso e altre pietanze particolari. A lui piaceva mangiare e molte volte offriva sul set.

Vuoi dedicare qualche parola all’Oscar alla carriera che riceverà Lina Wertmüller?

Penso sia un premio assolutamente dovuto e credo sia un peccato che questi grandi maestri debbano ricevere riconoscimenti del genere solo dopo tanto tempo. Al di là dell’Oscar alla carriera, lei è un pezzo di cinema internazionale e meno male che se ne sono accordi perché Lina è una forza della natura ancora oggi, sono convinto che se lo godrà a pieno e si toglierà qualche bel sassolino dalla scarpa.

Quali sono le altre esperienze a cui sei più legato?

Ce ne sono tante. Una di queste è il film tv “Le ali” di Rai Uno. Mi riempie d’orgoglio aver avuto l’opportunità di interpretare Gianfranco Paglia, un militare che fu ferito negli anni 90’ in missione di pace in Somalia. In seguito a questo incidente, ha ricevuto una medaglia al valore ed è finito su una sedia a rotelle. Nonostante tutto è riuscito ad ottenere il suo riscatto e continua ancora oggi a fare missioni e ad essere parte integrante dell’esercito. È riuscito a riprendere in mano la sua vita. Per questo motivo il titolo è “Le ali”, perché lui non ha bisogno di gambe ma è talmente forte che riesce a volare per quello che fa. Grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di imparare tante cose sia dal punto di vista artistico sia da quello umano.

Cosa ha significato per te crescere nel mondo televisivo e cinematografico?

Ho avuto la fortuna di avere fatto cinema negli anni 90’, quando c’erano pochi progetti ma di grandissima qualità. Si dedicava il giusto tempo di preparazione ai film, aspetto che ultimamente credo manchi al cinema italiano. Penso che ci siano passaggi un po’ troppo rapidi e repentini al giorno d’oggi. Mentre anni fa si facevano tante prove prima di arrivare sul set, ci si conosceva tra gli attori e si creava l’alchimia giusta; adesso forse si sente troppo la necessità di essere rapidi e corriamo un po’ troppo. Correndo spesso si perdono delle sfumature di colori che prima c’erano e per chi ha vissuto questo passaggio si nota parecchio.

“Gomorra” però è un prodotto diverso…

Assolutamente sì. “Gomorra” è una macchina ben oleata ed è stata costruita prima dal libro, poi dal film. È un’operazione studiata su un tavolo e molto bene. È una macchina grandissima e prestigiosa. Sono veramente felice di farne parte.

Se potessi rubare un ruolo ad un tuo collega quale sceglieresti?

Mai fare una roba del genere! (ride ndr.) Si dice che tutto torna nella vita. È giusto che ognuno si costruisca il proprio orto, che ogni personaggio prenda vita in base alle caratteristiche di ogni attore e a quello che può dare. Mi sarebbe piaciuto interpretare Carlito in “Carlito’s way” ma chi se non Al Pacino avrebbe potuto vestire i panni di quel personaggio? Nessuno, perché è stato lui a dargli l’anima. Ci sono tanti miti che ho nel cuore, ma non oserei mai prendere il loro posto.

Hai altre esperienze che vorresti ricordare?

Sicuramente “Il Grande Torino”. Pur interpretando un personaggio di fantasia, ho preso parte ad una storia vera: quella del grande Torino calcio, degli scudetti, di Mazzola, del Torino del dopoguerra. Il bello del mio mestiere è che ti fa rivivere varie epoche ed è un po’ come viaggiare nel tempo. Grazie a questa esperienza ho potuto, inoltre, conciliare le mie due passioni: la recitazione e il calcio, e ho avuto la possibilità di conoscere i figli dei calciatori che hanno perso la vita a Superga. Tuffarsi nelle storie vere è sempre un qualcosa di molto emozionante.

Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Quando penso alla voce dello schermo penso al pubblico. Il pubblico ha sempre ragione ed è lui che decide e che riesce a dare forza a quello che fai. È grazie alle persona che ci seguono che noi abbiamo l’opportunità di fare questo lavoro. Per cui non vanno mai deluse e, attraverso lo schermo, dobbiamo trasmettergli la voce che meritano.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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