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Intervista a Gabriel Montesi: “Tra Favolacce e cassanate” La voce dello schermo intervista il talentuoso attore romano che vedremo nel nuovo film di Virzì e nelle nuove serie di Bellocchio e di Stefano Lodovichi.

Nov 22, 2021

Gabriel Montesi è uno dei profili giovani più interessanti che il cinema italiano ci sta regalando negli ultimi anni. Dopo averlo apprezzato in lavori come “Favolacce”, dei fratelli D’Innocenzo, “Speravo de morì prima” nei panni di Antonio Cassano, e in “Romulus” e “Il Primo Re” di Matteo Rovere, ritroveremo Montesi in tre prodotti attesissimi: il primo è la serie tv firmata Sky e diretta da Stefano LodovichiChristian”; il secondo è “Esterno Notte”, serie tv di Marco Bellocchio incentrata sul rapimento di Aldo Moro; e infine in “Siccità”, nuovo film di Paolo Virzì. Con grande piacere abbiamo intervistato Gabriel, che ci ha confidato interessanti aneddoti della propria carriera e cosa abbia significato per lui essere diretto da alcuni dei più importanti e interessanti registi del cinema nostrano.

* Foto di Aeterna Photography Studio

Salve Gabriel, Benvenuto su “La voce dello schermo”. Prossimamente ti vedremo in “Siccità”, film di Paolo Virzì; “Esterno notte”, serie di Bellocchio; e infine in “Christian” di Stefano Lodovichi. Cosa puoi dirci a riguardo? Cosa ti ha colpito di questi tre registi?

Salve a tutti. È stato importantissimo per me lavorare e confrontarmi con questi registi e sperimentare quella che è la mia passione. Sono molto contento di aver avuto di fronte tre registi totalmente diversi e di aver affrontato tre contesti differenti a livello narrativo. Ho lavorato con Stefano (Lodovichi ndr.) ed è stato divertentissimo e molto formativo. Non è stato difficile trovare un’intesa e sono contento di aver diviso il set con lui, con Edoardo Pesce, che reputo uno dei più grandi artisti in circolazione, e con gli altri miei colleghi. Riguardo Virzì è stato un onore essere diretto da uno dei maestri del cinema italiano. Ho avvertito la sensazione di un regista che conosce alla perfezione la pelle, gli odori, i profumi e i sentimenti degli attori e questo aspetto mi ha dato la possibilità di divertirmi tantissimo, creando un rapporto bellissimo. Questa esperienza mi ha dato molta consapevolezza e ho trovato molti punti in comune con Virzì, tra cui lo stesso numero di cappello. Infine, con Marco Bellocchio ho fatto i provini in estate del 2020 per il ruolo di Valerio Morucci, un esponente delle Brigate Rosse, facente parte del partito dei sudisti, insieme alla Faranda, e rappresentiamo un aspetto di tutti quanti gli spettri che caratterizzarono il rapimento di Aldo Moro. È stato super interessante e per me una fortuna lavorare su un evento della storia politica italiana. Dare uno sguardo al passato dà sempre la possibilità di verticalizzare le coscienze in qualche modo. È stato importante anche a livello umano. L’incontro con Bellocchio è stato come avvicinarsi al grande maestro. Avevo le ginocchia che tremavano, ostentavo una falsa sicurezza e mi ritrovavo lui, ai primi incontri, che mi diceva: “Ehi, tu. Giovane, stai calmo!” (ride ndr.). È stato un incontro vero, vivo, profondo che mi ha insegnato tantissimo. Mi sento molto fortunato di aver far parte di queste tre esperienze.

Hai fatto parte di diversi progetti diretti da Matteo Rovere come “Il Campione”, “Romulus” e “Il Primo Re”…

Dopo Abel Ferrara, si può dire che sono stato praticamente lanciato da Matteo. Ringrazio Francesca Borromeo che mi ha dato la possibilità di conoscerlo. Con lui è nata dentro di me la consapevolezza di poter fare questo lavoro al meglio. “Il Primo Re” è stata un’esperienza insuperabile perché si trattava di un processo creativo in atto e, nonostante fossimo affiancati da dei latinisti, abbiamo lavorato anche sulla lingua e “ricreato” quasi la lingua del film, anche sulla sonorità. È stato un lavoro molto affascinante. Ho girato questo film durante il mio periodo di studio alla scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volonté e mi dividevo tra set e scuola. Si è creato un bel rapporto anche perché Matteo si è dimostrato sempre molto aperto ad ascoltare le mie proposte. È un regista molto innamorato degli attori. È stato l’inizio di una ventata d’aria nuova, giovane e diversa. Con “Romulus” abbiamo riconfermato questo entusiasmo ed è stato bellissimo potermi vedere con i capelli lunghi, il barbone, anche se i peli purtroppo sono veri! (ride ndr.) Questo tipo di lavoro ha comportato mesi di prove e di allenamenti che ci hanno permesso di arrivare sul set quasi pronti a girare e con la concentrazione giusta. Mi auguro di poter lavorare ancora con lui in futuro.

*Foto di Max Malatesta

Dal punto di vista recitativo quali sono state le difficoltà?

Prima di tutto il latino è stato un ostacolo non facile da superare. Ho scoperto che l’uomo, mettendosi alla prova, ha la possibilità di superare i propri limiti. Nonostante abbia frequentato il ragioneria, sono riuscito a superare questo scoglio. Anche a livello fisico è stato impegnativo. Eravamo sottoposti sempre al freddo e al caldo torrido e non è stato molto facile, anche perché dovevamo fare una dieta e allenarci allo stesso tempo. Per me “Romulus” è stato più semplice perché ho avuto la possibilità di girare all’ombra, mentre mangiavo del maiale e mi auto-dichiaravo re. Meglio di così? (ride ndr.) Sono andato in difficoltà soltanto una volta: stavamo girando dentro le grotte, mi sono sdraiato su un terreno argilloso, stavo andando in ipotermia a causa del freddo, avevo le labbra viola ed erano tutti preoccupati per me. In quella scena avrei dovuto interpretare il momento in cui il mio personaggio moriva e ho pensato: “perfetto!”.

Andiamo a un altro film apprezzatissimo dalla critica e non semplice da interpretare: com’è stata l’esperienza con i D’Innocenzo in “Favolacce”?

Anche per i fratelli D’Innocenzo non posso che spendere belle parole. Se mai dovessi scegliere un gemello, sceglierei uno di loro o magari tutti e due. Con loro mi sono sentito parte della famiglia. A livello empatico e di chimica ha influito molto sul set. È stato come stare tra amici e un colpo di fulmine. Ho trovato una sintonia fuori dal normale. Abbiamo molte cose in comune, a partire da luoghi della nostra adolescenza. Si è creata un’intesa molto forte, modi di vedere la vita e un’ironia che ci accomunava anche per il nostro vissuto. Li stimo in una maniera indescrivibile e ho imparato molto da loro, grazie ai loro suggerimenti posti sempre come consigli. Dialogare con loro non è mai banale, si può partire dal calcio e finire con il fare delle metafore sul pallone e la vita. È molto bello girare con degli amici e mi ritengo molto fortunato ad aver lavorato con loro. Amelio è un personaggio a cui tengo veramente tanto.

Rispetto alle interpretazioni in “Romulus” e “Il primo Re”, “Favolacce” richiedeva delle difficoltà più emotive che fisiche…

La cosa bella quando leggi una sceneggiatura come quella di “Favolacce” è che ti porta sempre a indagare. Vediamo una famiglia che mangia e il bambino che si strozza con la carne, anche una scena del genere ti porta a riflettere su quello che succedeva. Non accedeva nulla di particolare fino a quando non succede quel che succede nel finale. C’erano dei momenti in cui mi fermavo a riflettere e a pensare di essere sul punto di perdere la direzione giusta. A un certo punto ho capito che dovevo leggere tra le righe, fare delle prove entrando in dei punti di vista. Ho letto più volte la sceneggiatura, per poi staccarmi e concentrarmi sulle mie parti. Ho cominciato a fare un lavoro su quello che mancava e su quello che risultava di troppo. In base a dei calcoli ho trovato degli elementi su cui poggiarmi. In ogni cosa che faccio cerco sempre di mettere alla prova la mia vita e metterla a servizio sul set. È stato un bel viaggio anche mentale.

*Foto e copertina di Giordana Faggiano

Da un ruolo serio a uno più divertente, ma non meno complesso: Nei mesi scorsi ti abbiamo apprezzato in “Speravo de morì prima” nei panni di Antonio Cassano. Cosa ha significato per te interpretarlo?

Mi sono divertito tantissimo. Appena parlo di Cassano subito mi viene di imitare la sua gestualità e il modo di parlare. Arrivo subito diretto a viverlo. Mi sono trovato benissimo anche con il regista, Luca Ribuoli, ed è bello circondarsi sempre di registi che vogliono divertirsi. Entravo sul set e lo chiamavo “Mister”. Entravo e dicevo “Ciao Mister, allò!”. Il personaggio mi richiedeva di vivere un’anarchia totale e spesso non mi dispiace fare le cose a modo mio. Con il barese mi ha dato una mano Francesco Zenzola e abbiamo fatto un lavoro enorme durato un mese e mezzo. A un certo punto abbiamo pensato che fosse impossibile riprodurre esattamente il barese per restituire una figura all’immaginario collettivo. Abbiamo dovuto mediare sul barese anche perché, dopo la permanenza in Spagna, Cassano ha un po’ cambiato il modo di parlare, e ci siamo concentrati sulla sua personalità.

Ti piacerebbe uno spin-off incentrato su Cassano?

Sarebbe un’idea interessante, magari come film, anche se, da attore, spesso tendo a non ritornare sugli stessi personaggi. Poi magari un domani mi vedrete a fare il film su Cassano (ride ndr.). È un personaggio sportivo interessante. Sono contento che ci sia stato un apprezzamento da parte di tutti e sono contento di essermi avvicinato a lui. È stata un’esperienza bellissima, formativa e divertente.

Hai mai fatto “cassanate”?

Nella vita sì, una volta sono stato bocciato in prima superiore perché ho lanciato uno zaino in aria, rompendo anche il soffitto. Eravamo una classe sempre pronta a fare “caciara”, ma ho fatto io il danno più grande di tutti, sono stato sospeso e costretto ad andarmene via in primo superiore. Un po’ di cassanate le ho fatte ma sul set no, mi piace divertirmi, stare insieme a tutti e concentrarmi nel migliore dei modi sul ruolo che interpreto.

Altra esperienza di cui hai fatto parte è stata “A Tor Bella Monaca non piove mai”. Che ricordi hai di questo set? Com’è stato condividerlo con Libero De Rienzo?

Venivo da un periodo particolare e dovevo riprendere a vivere, dal momento che tornavo da un brutto incidente e sono stato circa due mesi a letto per poi tornare in accademia e sul set per interpretare Fabio. Marco Bocci sapeva del mio incidente e ha voluto aspettarmi, compiendo un bel gesto nei miei confronti. Lo ringrazio per la fiducia che ha dimostrato. Non stavo benissimo e facevo fatica a reggere le ventiquattro ore. Avevo una controfigura che girava le scene più movimentate al mio posto. Ho conosciuto Libero in quel set e c’è stato uno scambio molto umano. Lo osservavo molto perché lui era uno dei più esperti e ho avuto una bella intesa a livello empatico. Mi ha riaccompagnato a casa dopo un giorno di set, era molto umile e molto generoso. Era sempre consapevole dell’obiettivo che veniva montato, delle luci e si percepiva il suo background da regista. Aveva una grande passione e amore per il set, parlava tanto anche con il direttore della fotografia, si percepiva la sua esperienza e osservarlo mi ha fatto riflettere molto.

Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Cinema. Riflettevo poco fa sul significato del cinema. Per molti è immagine, per me è suono. Pensate che proprio stamattina mi sono andato a comprare una tromba. Sono molto amante del suono e la voce dello schermo per me è cinema.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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