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Lun. Lug 22nd, 2024

Intervista ad Edoardo Purgatori “Ne ‘Il Confine’ riviviamo il dramma della guerra. ‘Un medico in famiglia’ come una scuola”

Va in onda su Rai Uno, martedì 15 e mercoledì 16 maggio alle 21.25, la miniserie “Il Confine”. La voce dello schermo ha intervistato, in esclusiva, Edoardo Purgatori. L’attore, conosciuto per aver interpretato il personaggio di Emiliano Lupi in “Un medico in famiglia”, presenta la miniserie e il personaggio del Caporale Dalmasso. Purgatori sarà presto anche in “Freaks Out”, nuovo film di Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot) e ha presentato i suoi progetti teatrali.

Partiamo da “Il Confine”. Presentaci un po’ questo prodotto e il personaggio che interpreti?
“Il Confine” è una miniserie in due puntate di Carlo Carlei ed è stata realizzata dalla Rai per ricordare i cento anni della fine della prima guerra mondiale. Racconta la storia di tre ragazzi che potevano essere chiunque all’interno di questo conflitto e che ne hanno pagato le conseguenze.
Il mio personaggio è il Caporale Dalmasso, uno dei tanti ragazzi che sono stati presi dalle campagne e dalle scuole e portati sul fronte a combattere nelle trincee. Si tratta di una guerra che sembrava inizialmente molto rapida, ma che in realtà poi durò tre anni e ha cancellato tantissime vite di una generazione. Nello specifico, il mio personaggio lo vedremo quando quello interpretato da Filippo Scicchitano andrà sul fronte e fa parte del gruppo di ragazzi più stretti attorno al suo. Io sono anche il proprietario del cane della banda, che dovrebbe essere uno di quegli elementi che danno un tocco di umanità in una situazione di guerra.

Questa miniserie ha come sfondo la guerra. Cosa ha significato per te approcciarti a questa realtà drammatica?
Be’, io non ho fatto il militare, non sono mai stato in guerra e l’ho vissuta soltanto da quello che ho letto dai libri e dai giornali. E’ stato molto particolare per me, perché mi sono andato a leggere le poesie di Ungaretti, mentre ero sul set a girare, e il tutto ha cominciato ad avere una valenza molto particolare. Questa situazione ha dato a tutti emozioni molto forti, specialmente a me. Andando a raccontare un capitolo così tragico della nostra storia, c’è tanta voglia di rendere omaggio e di portare grande rispetto nei confronti di chi ha vissuto quegli avvenimenti.

Una fiction a cui sei molto legato è “Un medico in famiglia”. Cosa hai amato di questa esperienza e del personaggio di Emiliano Lupi?
Quello è stato il mio primo vero grande ruolo in un programma televisivo che c’è da tantissimi anni ed è sempre seguito da tantissime persone. Lo guardavo anch’io da piccolo. Ricordo i tempi con Elio Germano, Sermonti etc. Farne parte per me è stato, da un certo punto di vista, avere la possibilità di imparare il mestiere. Perché tre stagioni di “Un medico in famiglia” mi hanno consentito di apprendere tanto da grandi attori come Lino Banfi e Giulio Scarpati e, allo stesso tempo, di farmi conoscere ad un pubblico più ampio. Il mio personaggio è stato accolto benissimo dal pubblico e la storia con Anna è piaciuta molto.

Che fine ha fatto “Un medico in famiglia”?
Al momento so che è in programma un’undicesima stagione per dare una degna conclusione alla serie. Per il resto non so nient’altro.

Tu hai fatto tanto teatro nella tua carriera. Cosa ami del mondo teatrale e perché è importante per un attore?
Tutti gli attori che stimo provengono dal teatro. perché è il luogo in cui è nato questo mestiere. Il teatro per me resta il mondo in cui posso rischiare, sperimentare e fare dei progetti che mi stanno molto a cuore. Per la prossima stagione teatrale, io e la mia compagnia che si chiama “La forma dell’acqua”, avremo addirittura tre spettacoli. Quello più importante starà tre settimane al Piccolo Eliseo e si chiama “The Pass” di John Donnely. Poi avremo un altro spettacolo che si chiama “Killology” di Gary Owen. Infine, farò la mia prima regia teatrale a marzo.

Presto sarai al cinema con “Freaks Out”, il secondo film di Gabriele Mainetti. Puoi darci qualche anticipazione e cosa hai apprezzato di questa esperienza?
Purtroppo non posso dire niente. L’unica cosa che posso dire è che è stato un piacere lavorare con Mainetti perché è un regista che stimo tantissimo e lo seguo da molto tempo, anche da prima di “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Per me è una grandissima occasione e sono molto felice e grato di poter partecipare a questo progetto.

Cosa si prova a recitare in un film diretto da un mostro sacro come Woody Allen?
E’ stata una partecipazione piccolissima, ma è stato davvero pazzesco veder lavorare un monumento come Woody Allen e stare con Alec Baldwin e Jesse Eisenberg sul set è sempre un’occasione per imparare.

Qual è stato il ruolo più difficile da interpretare e perché?
Sicuramente, per ora, il ruolo di Christian in “The Pass” perché è un calciatore omosessuale che nega la sua natura per mantenere il successo. E’ stato sicuramente il ruolo che mi ha più coinvolto e sfidato sotto certi punti di vista.

Questo portale si chiama “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Lo schermo ci offre la possibilità di poter entrare dentro la persona che si trova sullo schermo. E’ una porta e un’occasione che può aprire il mondo e dare spazio a tante tematiche e persone e coinvolgere tutti.

Di Francesco Sciortino

 

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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