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Rocco Schiavone, ritratto di un fuoriclasse della serialità da tutelare La quinta stagione spazza via le critiche e ci dimostra che "Rocco Schiavone" è più vivo che mai.

Apr 21, 2023

La quinta stagione di “Rocco Schiavone” si è appena conclusa totalizzando circa 1.793.000 telespettatori e il 10.1% di share e si è dimostrata, ancora una volta, una serie di grande qualità. Ma, terminata la messa in onda degli episodi, ci sembra doveroso fare una riflessione sulle solite polemiche mosse contro la serie.


Prima di soffermarci sulle critiche alla serie e sui suoi punti di forza, occorre fare un passo indietro. Correvano gli anni 2000, anni in cui la serialità italiana, eccezioni a parte, non riusciva a essere del tutto innovativa. Le fiction sembravano arrivate a un punto di non ritorno, con personaggi perfetti e sbiaditi che rappresentavano un mondo poco colorato e imprigionati nella banalità del bianco. Poi, a un tratto, ci ha pensato SKY, la piattaforma televisiva a pagamento, a dare una sterzata e a lanciare dei prodotti che sono stati promotori di un cambiamento significativo dell’offerta televisiva italiana. In particolar modo, sono stati due prodotti a dare una svolta notevole alle nostre serie tv e a farci rendere conto che avremmo potuto realizzare serie innovative e che fossero motivo di vanto per la nostra televisione: “Romanzo Criminale – La serie” e “Boris”. La prima ha fatto sì che le serie non fossero caratterizzate soltanto da eroi, ma anche da antieroi, con il loro fascino e con le loro storie interessanti da raccontare, lasciando al pubblico la facoltà e l’intelligenza di comprendere la differenza tra il bene e il male. Scoppiarono alcune polemiche anche su “Romanzo Criminale” e sull’”esempio che avrebbe potuto dare a chi la guardava”, il che fa comprendere come prodotti diventati cult per la televisione italiana a volte vengano giudicati superficialmente. La seconda serie che ha cambiato gli occhi (del cuore) dei telespettatori è sicuramente “Boris”, la fuoriserie italiana che criticava aspramente un modo di fare serie tv poco innovativo e piatto, con sceneggiature poco curate e semplificate. Un aspetto singolare è il fatto che Marco Giallini ha fatto parte di entrambe le serie, una coincidenza che però riflette anche il desiderio dell’attore di credere in questo cambiamento televisivo che ha portato alla ribalta anche Schiavone. Da lì in poi c’è stata, sempre su Sky, “Gomorra” e l’avvento delle piattaforme che ci hanno regalato serie tv più “internazionali” e che non fossero “troppo italiane”, come le definisce il buon Stanis La Rochelle.

Tuttavia, l’aspetto positivo di questa evoluzione televisiva non ha riguardato soltanto le piattaforme di streaming e Sky ma anche la tv generalista. Non è un caso che, negli ultimi anni, tra i prodotti apprezzatissimi e interessanti ci siano tante serie andate in onda su Rai Due, come “Rocco Schiavone”, “Il Cacciatore”, “Mare Fuori”, che vengono accomunate dal non raccontare soltanto un punto di vista monodirezionale, ma diverse sfaccettature che agli occhi dei più superficiali possono risultare “scomode”, “poco corrette”, quasi “diseducative”, ma che in realtà nascondono ben più di ciò che appare in superficie. Non è nemmeno un caso che queste serie siano andate in onda su Rai Due, nonostante presentino una qualità estrema che meriterebbe più visibilità e i numeri e l’interesse che questi prodotti hanno suscitato in Italia e all’estero, attraverso il loro approdo sulle piattaforme, lo dimostra.
Tornando a “Rocco Schiavone”, è un antieroe, un personaggio maledetto, che ha visto uccidere la moglie davanti ai propri occhi e che ha anche compiuto la propria vendetta, è un vicequestore che ha vissuto tante ingiustizie e che cerca di crearsi una giustizia tutta sua, perché ha visto che quella con cui ha avuto a che fare presenta anche delle mele marce. Ricordiamo che è stato trasferito ad Aosta per aver picchiato il figlio di un politico che aveva violentato delle ragazze e che era rimasto impunito grazie al padre. Questi sono alcuni dei pochi aspetti che ci fanno capire che tipo di prodotto ci troviamo di fronte, un prodotto ben scritto, che viene tratto dai romanzi di Antonio Manzini, e che ci fa comprendere quanto sia complesso il personaggio e la vita di Schiavone. Va in onda su Rai Due proprio per le tematiche trattate e, nonostante si sia parlato spesso di uno spostamento su Rai Uno, anche gli addetti ai lavori si sono mostrati poco convinti di un ipotetico cambiamento di collocazione proprio perché la serie avrebbe perso la propria essenza.


La quarta puntata della quinta stagione si dimostra una gemma della serialità nostrana. Il caso è avvincente, collegato con la storia principale del vicequestore e si conclude con un’importante rivelazione e una scena carica di malinconia che scatena un mix di sentimenti. Gli ultimi minuti sono da brivido, sia per la scoperta sia per la qualità interpretativa e di regia. Schiavone è vivo più che mai, fa vivere tante emozioni al proprio pubblico, riesce a trattare argomenti delicati come l’omosessualità, la ludopatia, l’idea di giustizia e di ingiustizia, l’amicizia e la solitudine. E mentre oltreoceano, tra le tante, spopolano serie che hanno per protagonisti professori di chimica che si mettono in affari con spacciatori (“Breaking Bad”), poliziotti della scientifica serial killer (“Dexter”), stalker psicopatici e assassini (“You”), avvocati di giorno e giustizieri di notte (“Daredevil”), riusciamo a criticare e a chiederci che esempio possa dare “Rocco Schiavone”?
Partendo dal presupposto che è ovvio che un vicequestore che fa uso di stupefacenti (e che ha ucciso l’assassino di sua moglie) possa risultare poco gradevole, scomodo e “diseducativo”, ma è altrettanto ovvio che lo spettatore ha l’intelligenza di distinguere cosa sia giusto da cosa sia sbagliato, quella che è la vita reale da quella televisiva.


La Rai ha avuto il merito di credere in “Rocco Schiavone”, anche penalizzandolo in termini di ascolti, collocandolo su una rete con un bacino d’utenza inferiore a quella di Rai Uno, che ha mantenuto una programmazione adatta al proprio pubblico, mandando in onda prodotti meno scomodi e altrettanto validi. Ma in Schiavone ha trovato un fuoriclasse, un gioiello televisivo, ha saputo evolversi e lasciarsi alle spalle la banalità del bianco che apparteneva alla serialità degli anni 2000 ed è giusto continuare a credere in questa serie e proteggerla dagli attacchi, anche perché è assurdo vedere Marco Giallini, un maestro della recitazione e un gigante nell’interpretazione di Schiavone, dover prendere le difese e quasi giustificare, durante la conferenza stampa, una serie che ha come unica colpa di non essere “troppo italiana”. Sarebbe un po’ come vedere Bryan Cranston dover prendere le difese di Walter White. Anche perché, guardando con attenzione e con occhi meno superficiali “Rocco Schiavone”, non emergono messaggi negativi, anzi. Nonostante il vicequestore più famoso d’Italia non si possa definire un esempio da seguire, tra i messaggi che ha lanciato durante le nuove puntate ci sono: “cerca di far del bene, è l’unica cosa che conta”, “se trovi una ragazza che ti piace davvero, che te ne innamori, tienitela stretta”, dirette a Gabriele, il giovane vicino di casa di Rocco; e “Vivi la tua vita, libero e felice, che un’altra possibilità non te la dà nessuno”, dirette a Deruta per incoraggiarlo a non perdere l’amore della sua vita, perché frenato dalla propria omosessualità.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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