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Intervista a Chiara Celotto: “Tra le complessità di Amaranta in ‘Uno sbirro in Appennino’ e la sfida di ’40 secondi’” L’attrice, che stiamo vedendo nei panni di Amaranta Palomba nella serie diretta da Renato De Maria, si racconta su “La voce dello schermo”.

Apr 30, 2026
Foto Lorenzo Taliani. Glam.: Emanuela Di Giammarco Styling: Allegra Palloni

Negli ultimi due anni Chiara Celotto si è ritagliata uno spazio importante all’interno della recitazione italiana. La stiamo vedendo, in queste settimane, nella nuova fiction di Rai 1Uno sbirro in Appennino”, al fianco di Claudio Bisio nei panni di Amaranta e di recente l’abbiamo apprezzata in prodotti di spessore come “40 secondi”, “Sara – La donna nell’ombra” e “Noi del Rione Sanità”.
L’abbiamo intervistata su “La voce dello schermo” per parlare della recente esperienza nella nuova serie diretta da Renato De Maria e di quanto sia stato importante per lei vestire i panni di Amaranta, personaggio inusuale e che possiede tantissime sfaccettature da raccontare. L’attrice, oltre a parlare di “Uno sbirro in Appennino”, ci ha regalato un’interessante chiacchierata su cosa significhi per lei recitare e su altri aspetti che hanno caratterizzato la propria carriera: dall’incontro con Massimiliano Gallo alla complessa ma appagante esperienza in “40 secondi”…

Foto: Lorenzo Taliani
Glam: Emanuela Di Giammarco
Styling: Allegra Palloni

Ti stiamo vedendo in “Uno sbirro in Appennino”. Quali aspetti hai amato di questa esperienza?

Interpretare Amaranta è stato molto diverte e in qualche modo complesso. È un personaggio non lineare, ha un percorso in cui fa due passi avanti e poi dieci indietro ed è stato stimolante. È stato bello lavorare con Claudio Bisio, una persona di cui ho grande stima. Per me è stato bellissimo ritrovarmi a essere sua collega. È stato un progetto che mi ha molto arricchita sotto tanti punti di vista.

Amaranta è una donna particolare, lontana dagli standard che vediamo spesso in tv. Come la definiresti tu?

È un personaggio non educato alle emozioni, acerba, un animaletto selvaggio e ciò la rende vulnerabile, confusa e diventa particolare nel momento in cui non vediamo il solito personaggio dolce, romantico o materno. È ruvida ma molto buona e mette distanza tra lei e il mondo che la circonda. È molto appassionata al proprio lavoro, è lì perché ha un sogno e ciò che la muove è il proprio lavoro. Durante l’arco della serie si trova di fronte a delle situazioni in cui non può scappare e incomincia, quindi, a conoscersi di più.

Secondo te, perché diventa importante raccontare personaggi lontani dai classici stereotipi?

Perché è bello rappresentare il genere umano sotto tutti i punti di vista e raccontare varie personalità.

Com’è stato creare un equilibrio artistico tra te e Claudio Bisio e tra Amaranta e Vasco?

È stato semplicissimo. Dopo una settimana con Claudio si era creato un grande rapporto di stima professionale e personale reciproca che si è riversato sul lavoro in modo spontaneo, organico e ci ha permesso di costruire insieme il rapporto dei personaggi e le situazioni e in modo armonico. È stato un progetto facile, divertente e sereno.

Cosa rende “Uno sbirro in Appennino” un prodotto vincente, secondo te?

Un grande cast e un’ottima regia, con una storia nuova da raccontare e con tantissime sfaccettature che possono esserci all’interno di una serie: l’indagine, la commedia, l’emotività e il dramma, l’amore giovanile e adulto. È una serie completa e in cui ci si può rivedere e rispecchiare.

Il 2025 è stato un anno molto appagante per te. Ti abbiamo vista in prodotti come “Noi del Rione Sanità”, “Sara – La donna nell’ombra” e “40 secondi”. Come si fa a spaziare tra progetti così diversi?

Ogni progetto per me è sempre una grande emozione e ho sempre la fortuna di toccare personaggi e storie molto diverse tra loro. È un aspetto che mi stimola molto e mi incuriosisce. Mi concentro sempre sul progetto su cui mi dedico e mi immergo completamente nel prodotto.

La carriera di un’attrice è fatta soprattutto di sfide e di prove. Ce n’è una che è stata un po’ più tosta per te ma sei stata soddisfatta di averla fatta?

Quella di ‘40 secondi’ è stata molto complessa. Non era un personaggio facile, sono stata pochissimo sul set ed era complicato entrare in così poco tempo in un ruolo del genere. Mi sono completamente affidata a Vincenzo Alfieri e lui l’ha fatto con me e siamo riusciti a dare un corpo a un personaggio minore ma molto importante all’interno della storia.

Un’attrice come gestisce sentimenti ed emozioni all’interno di una storia e di un personaggio?

Dipende dal personaggio e dal momento di vita in cui mi trovo. Alcune volte mi sento più in empatia con uno rispetto a un altro. Cerco di non giudicare quello che accade, provo a comprenderlo e nel momento in cui riesco a entrare nella psicologia del personaggio riesco a vivere quei sentimenti che devo andare a ricreare al mio compagno di scena.

Quali sono stati gli incontri più formativi della tua carriera?

Il primo, con Massimiliano Gallo, mi ha battezzata in questo mondo, mi sono rapportata con un grandissimo artista e mi ha insegnato la pratica di ascoltare l’altro in scena e di essere generosi per fare in modo che funzioni e altri aspetti come non stare mai su di sé e il tempo comico. È stata una grande scuola per gli altri progetti. Ma ogni esperienza che faccio mi dà qualcosa in più.

Durante la propria carriera un’attrice vive la sua evoluzione. Come ti piacerebbe evolverti in futuro?

Mi piacerebbe incontrare sempre di più il cinema, cercare film d’autore, raccontare storie di donne più adulte rispetto a quelle incontrate finora. Sembro più piccola di quella che sono, ma ho 29 anni, sono una donna e vorrei raccontare personaggi della mia età.

Che tipo di personaggio di qualche regista potrebbe rappresentare una sfida affascinante per te?

Bella Baxter in ‘Povere Creature” di Yorgos Lanthimos. Perché è un personaggio che rappresenta la donna in un modo completamente inedito, quasi sconcertante agli occhi sia delle donne sia degli uomini. Non ho mai visto personaggi del genere in altri film.

Secondo te, recitare significa conoscere più se stessi o l’altro?

Conoscere l’altro. Credo che conoscere se stessi sia molto più complicato perché, in qualche modo, dall’esterno si riesce a vedere un’evoluzione dell’altro in modo più oggettivo e distaccato. Siamo sempre in evoluzione. A volte non ci rendiamo conto di ciò che ci accade e facciamo fatica a conoscere la nostra vera essenza.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Ascoltare una voce sia esterna sia interna a te, che è presente in ognuno di noi ma che in realtà rivediamo in qualcos’altro fuori da noi.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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