In queste settimane Danilo Arena è tornato a interpretare Lo Faro nella seconda stagione di “Vanina – Un vicequestore a Catania”. Avevamo già conosciuto l’attore nei panni di Davide durante la terza stagione de “Il Cacciatore”, ma è in “Vanina” che percepiamo un’evoluzione e una maturità artistica ancora maggiore. Interpretazione dopo interpretazione, scopriamo sempre di più un attore che non si risparmia, che prepara con cura il personaggio, mettendoci tutto se stesso. Durante la prima stagione, infatti, Danilo ha dovuto raccontare le fragilità del suo personaggio e restituire le debolezze di un poliziotto affetto da schizofrenia. Durante i nuovi episodi, però, Lo Faro ha saputo trovare il proprio equilibrio e Danilo è riuscito a donargli una verità ancora maggiore, attraverso una preparazione fisica che l’ha aiutato ancora di più a entrare nella psicologia del personaggio.
L’abbiamo intervistato su “La voce dello schermo” e ci ha raccontato interessanti retroscena riguardanti la nuova stagione della serie prodotta da Palomar e ci ha confidato quanto Lo Faro gli abbia permesso di mettersi alla prova. Oltre a parlare della nuova stagione di “Vanina”, Danilo ci ha raccontato della sua passione per la musica, ha presentato il suo ultimo inedito, “Marco”, e ha confidato altri aspetti che riguardano lui e la propria carriera…

“Vanina – un Vicequestore a Catania” è tornato in queste settimane. Dalla prima alla seconda stagione Lo Faro ha vissuto un cambiamento evidente. Quale pensi sia stato il percorso che ti ha portato a questo cambiamento?
Vado sempre alla ricerca della perfezione nella mie interpretazioni. Come dice Al Pacino: “Noi possiamo arrivare a una buona imitazione della vita”. Io cerco in ogni scena e in ogni momento di restituire un’autenticità. Lavorare alla prima stagione e rivedermi, mi ha portato verso la seconda e verso quella che era la strada da seguire, assieme al regista e al coach, per andare avanti e continuare a raccontare la storia di questo personaggio.
In che modo pensi sia cambiato Lo Faro?
È cambiato ma, allo stesso tempo, mostra la sua reale essenza. Durante la prima stagione emergono tutte le proprie fragilità e i propri demoni e si spiega il motivo per cui lui era in quel modo. Tuttavia, è un buon poliziotto, che si impegna e mette l’anima nelle cose.
Di questa stagione, quali aspetti hai amato?
Mi sono messo in gioco sulla verità di questo personaggio. Dopo la prima stagione, conoscendo i problemi mentali che ha, poteva esserci il rischio di cadere nella caricatura. Si è deciso di raccontare e approfondire il suo proseguo di vita e l’aspetto più difficile è stato mettermi in gioco su come portare avanti la linea del personaggio, tenendo conto di ciò che abbiamo visto dalla scorsa stagione, facendo percepire determinate sue caratteristiche ma senza esasperarle.
Lo Faro ti ha permesso di raccontare la schizofrenia e, per certi versi, il riscatto di chi soffre di una patologia del genere. Che effetto ha fatto per te fare da portavoce a una tematica del genere?
Ovviamente è stata una grande responsabilità. Bisognava stare in equilibrio senza far cadere nel ridicolo il personaggio, come vediamo nella scena dei fiori durante la prima stagione o del cassetto durante i nuovi episodi. È stato importante ascoltare i registi e la coach. Mi ha portato grande responsabilità, ma non mi ha fatto paura perché ero consapevole di poterla raccontare nel migliore dei modi.
Come ti sei preparato a un personaggio di questo tipo?
È stata una sfida interessante sia fisicamente sia mentalmente. Dal punto di vista fisico, ho seguito una dieta e mi sono allenato tantissimo. Una cosa è studiare e andare sul set, un’altra preparare un personaggio per tre mesi. Mi sono allenato per tre/quattro mesi con il nuoto e con il corpo libero, per consegnare visivamente un’atleticità tipica di un poliziotto che presta in servizio alla omicidi di Catania. Mentalmente, mi sono imposto di essere quella persona cercando quasi di diventare lui in quel momento della sua vita.
Hai avuto dei riferimenti che ti hanno ispirato?
Mi sono interfacciato con i miei fratelli che sono nell’arma. Ho provato a costruire, con loro, nell’aspetto fisico e nel modo di camminare la parte fisica, lucida e scattante di Lo Faro. Inoltre, uno dei consigli che ho seguito sia dai registi sia dai miei fratelli, è stato quello di seguire la passione. Questa seconda stagione mi ha fatto divertire e mi ha permesso di dare tutto ciò che potessi in lui. Mi ritengo fortunato perché ho dentro di me la passione per quest’arte e il divertimento nel farla.
L’allenamento fisico è stato più duro rispetto al primo anno. Perché hai sentito la necessità di intensificarlo?
Durante la prima stagione mi sono preparato soltanto attraverso il corpo libero, nella seconda ho aggiunto il nuoto, andando in piscina sette giorni su sette. Ho sentito la necessità di preparare fisicamente il personaggio per dare ancora di più l’idea del poliziotto e dello stare dritto. Sul finale di stagione, Lo Faro aveva riavuto il distintivo con la consapevolezza di non poter più sbagliare e volevo sentire sulla mia pelle il bisogno di camminare dritti.
Certi aspetti di Lo Faro li hai avvertiti anche nella vita reale…
Nel momento in cui un attore prepara un personaggio mettendo in atto il metodo Strasberg, la linea di demarcazione che separa la finzione dalla realtà è molto sottile. Vestendo i panni di Lo Faro entro quasi in trance e non mi rendo conto nemmeno dove sia la macchina da presa.

Dopo la puntata in cui abbiamo visto Lo Faro in tutte le sue fragilità, hai ricevuto messaggi che ti hanno colpito?
Ho ricevuto messaggi di persone che mi hanno ringraziato perché un familiare stava vivendo quella situazione. Mi hanno colpito parecchio. Un messaggio mi ha toccato particolarmente perché una signora mi disse che con questo personaggio le stavo portando un sorriso durante un suo momento molto delicato in ospedale.
Abbiamo visto che Lo Faro è diventato un fedelissimo di Vanina, che si fida tantissimo di lui. Come credi si sia evoluto il rapporto tra i due?
I colleghi di Lo Faro hanno saputo la sua storia in maniera marginale, mentre lui sul terrazzo ne ha parlato dettagliatamente soltanto con Vanina e ha confidato alcuni particolari soltanto a lei. Tra i due si è creato un rapporto di massima fiducia.
Cos’è per te la recitazione?
Recitare è la mia vita, fa parte di me, dei miei giorni, del mio modo di essere, dei miei desideri. Ho bisogno di un personaggio da interpretare e trovo me stesso nell’essere qualcun altro.
E la musica?
La musica, invece, mi permette di essere Danilo e di raccontare il suo punto di vista su quelli che sono i sentimenti e i principi.
Non pensi che una carriera potrebbe escludere l’altra?
No, non credo. Penso che queste due forme d’arte attraverso cui mi esprimo siano destinate al pubblico con l’intento di emozionarlo. Il mio modo di essere me stesso è interpretare dei personaggi o scrivere delle canzoni.
È uscito da poco il tuo ultimo brano, “Marco”. Chi è Marco?
Ho avuto modo di vedere e di conoscere realmente Marco. Massimiliano Gallesi, uno dei miei riferimenti musicali nonché mio pianista, mi ha sempre spinto a guardarmi intorno e, allo stesso modo, mio padre mi ha sempre detto di non ignorare ciò che accade agli altri. Tutti noi pensiamo soltanto alle nostre vite, non curandoci degli altri. Marco rappresenta un po’ tante persone che vorrebbero un aiuto ma che nessuno gli dà. È fermo con le sue scelte e i suoi pensieri. Volevo raccontare una storia vera e ci sono tante persone come lui.
Se avessi la possibilità di scegliere tra vincere un David o Sanremo. Cosa sceglieresti?
Se avessi l’opportunità di interpretare molti più personaggi possibili e la mia musica venisse ascoltata ed emozionasse più persone che si possono, forse raggiungerei questo compromesso per non vincere nessuno dei due.
Di Francesco Sciortino

