Marta Gastini ci ha abituati a interpretazioni di altissimo livello. La sua Giulia Farnese ne “I Borgia” è rimasto un personaggio indimenticabile, ma sono tantissimi i ruoli che le hanno permesso di farsi apprezzare per la sua duttilità, autenticità e per la capacità di mettersi alla prova in vesti complesse e differenti. L’abbiamo vista, infatti, in prodotti horror come “Il rito” e “Dracula 3D”, che l’hanno portata a confrontarsi con Anthony Hopkins e a essere diretta da un maestro dell’horror come Dario Argento; ed è stata protagonista di commedie come “Tutta colpa di Freud – La serie”, “Io e Marilyn” e “Zamora”. Di recente, la stiamo apprezzando ne “La ragazza delle gardenie” di Christian Olcese, cortometraggio che l’ha conquistata per la poetica che il regista è riuscito a donare e per l’interessante sfida che le ha permesso di interpretare e di raccontare contemporaneamente due donne profondamente diverse.
Abbiamo intervistato Marta su “La voce dello schermo”, che ci ha portato alla scoperta del cortometraggio di Olcese, ci ha ricordato gli anni sul set de “I Borgia” e ci ha spiegato cosa ha significato per lei confrontarsi con grandi prodotti internazionali e incontrare professionisti come Dario Argento, Anthony Hopkins e Leonardo Pieraccioni. L’attrice ci ha parlato, infine, di quanto sia stata fondamentale per lei e per la propria carriera la voglia di sperimentare nella recitazione e ci ha regalato altre curiosità che la riguardano. A voi…

Ti stiamo vedendo nel coinvolgente cortometraggio di Christian Olcese, “La ragazza delle gardenie”. Cosa ti ha affascinato di questa esperienza?
Sicuramente è stato sorprendente lavorare con il regista, Christian, per il suo desiderio di raccontare questa storia e per la sua capacità di coinvolgere nelle sue idee. Ha un entusiasmo enorme e riesce a trasmettertelo. Inoltre, mi ha colpito la storia di Sara Ciampi, a cui il corto si ispira. È una donna che ha ricevuto riconoscimenti enormi per le proprie capacità creative da poetessa ma che è costretta a rimanere in casa per una sua malattia cronica e che non le consente di vivere il mondo nella sua totale potenzialità. Mi affascinava l’idea che questo corto parlasse attraverso un mezzo espressivo che non è spesso collegato al cinema, ovvero la poesia. Christian nasce poeta e ha avuto la capacità di inserire all’interno di un corto questo modo di esprimersi così alto.
Il cortometraggio è anche un viaggio tra passato e presente. Che effetto ti ha fatto?
È stato divertente perché mi ha concesso di interpretare due ruoli: uno nel presente e uno nel passato. Sono due temi separati ma che per tutto il corso del corto si uniscono, fino a ricongiungersi sul finale. È stato interessante raccontare questo rapporto tra presente e passato perché non possono essere slegati l’uno dall’altro, ma sono abbracciati continuamente.
Sei nostalgica?
Sì, ma adesso sto imparando a concentrarmi più sul presente che sul ricordo del passato.
C’è qualcosa che ti manca del passato?
Sicuramente la spensieratezza dell’essere bambina. Spesso alcuni rimpianti ci legano al passato e ci manca quello che magari avremmo potuto o voluto fare e che non abbiamo fatto o per paura o per altri motivi.
Come si supera un rimpianto?
Credo si possa superare accettando che in quel momento si è fatto ciò che si poteva e accogliendolo come lezione per il presente e per il futuro.

Come pensi di essere cambiata nel tempo e come ti confronti con il cambiamento?
È cambiata l’età e cominciano a cambiare i ruoli da interpretare. Se prima vestivo i panni di figlie, adesso interpreto madri, mogli e donne in carriera. Da un punto di vista più profondo, ho fatto mia più conoscenza del settore e mi ha portato a vivere il lavoro con più attenzione. Mentre prima mi buttavo più a capofitto nelle cose, adesso sono più attenta.
Hai esplorato il genere horror in diversi progetti come “Il rito” con Anthony Hopkins, “Dracula 3D” di Dario Argento, “Evil Thing”. Quanto è affascinante per un’attrice cimentarsi in un genere di questo tipo?
L’ho trovato molto affascinante perché mi incuriosiscono gli argomenti che vengono trattati all’interno dell’horror e, inevitabilmente, una sceneggiatura del genere permette di confrontarsi o con ciò che non è visibile o con le nostre paure. È sicuramente un’esperienza lavorativa molto divertente. Sono stati set molto belli perché mi hanno permesso di mettermi alla prova con grandi professionisti come Anthony Hopkins, Dario Argento e Rutger Hauer. In particolare, “Il rito” è stata un’esperienza emotivamente e fisicamente molto intensa. Per prepararmi al ruolo ho avuto la possibilità di essere testimone diretta della realtà degli esorcismi. Il ruolo, inoltre, mi ha richiesto talmente tanto sforzo fisico che la produzione dopo quattro giorni passati a girare una sola scena di esorcismo mi ha regalato dei massaggi!
Com’è stato lavorare con questi professionisti del grande cinema?
Dividere il set con loro, a 19 anni, è stato per me molto formativo e un enorme privilegio. Ho avuto modo di vederli all’opera da vicino perché, prima di allora, li avevo visti soltanto attraverso lo schermo. Sono state esperienze fatte con grande entusiasmo, senza timore e con profondo rispetto.
Come affronti le tue paure?
Alcune le ho affrontate di petto e uscendone vincitrice, altre le porto ancora con me e sto cercando di capire come superarle.
Abbiamo visto, nel corso della tua carriera, che ami sperimentare. Cosa significa per te?
Credo sia ogni prova che ti consente di allontanarti da chi sei nella quotidianità. È un aspetto che mi è sempre piaciuto e che ultimamente sto trovando meno nel cinema. È come se si affidassero i ruoli a chi è quel ruolo e non a chi potrebbe diventarlo. Mi dispiace un po’ perché, secondo me, tentare di mettersi nelle scarpe di qualcun altro è la parte più divertente della recitazione.
Un’altra esperienza importante degli ultimi anni è stata sicuramente “Zamora”, di Neri Marcorè. Cosa ti ha lasciato?
È stata una bellissima esperienza, molto divertente e godibile. Il film è un ottimo prodotto che Neri ha scritto e realizzato con grande cura ed è un aspetto che si percepisce. Uscendo dalla sale ti fa sentire bene e tante persone ci hanno detto che si sentivano felici e rilassate dopo averlo visto.

Quanto è importante per te interpretare donne che portano un messaggio importante?
Credo sia ciò che il cinema, in quanto mezzo espressivo, debba fare. Ti consente di raccontare ciò che è stato, come la storia o la società del momento, con problematiche e caratteristiche. Il fatto che una sceneggiatura o un personaggio siano densi di messaggi è sicuramente fondamentale.
Uno dei primi registi a darti fiducia è stato Leonardo Pieraccioni. Com’è la sua regia e cosa ricordi di “Io e Marilyn”?
Ricordo di essermi divertita moltissimo. Pieraccioni è come lo si vede, con un’energia divertente e coinvolgente che riesce a trascinarti. Avevo 19 anni, ma dovevo interpretare una quattordicenne. Allora dissi di avere quattordici anni, Leonardo lo scoprì durante l’ultimo provino e ci fu un episodio divertente nel momento in cui mi rivelò di averlo saputo. Fortunatamente non fu un problema (ride ndr.). È stata la prima esperienza per il cinema, mi sembra passata una vita ma la ricordo con grande affetto.
Ci sono altre esperienze che ti sono rimaste a cuore?
Sicuramente “I Borgia” è stata una serie molto significativa per me, con cui sono cresciuta dal momento che ho interpretato Giulia Farnese dai venti ai ventiquattro anni. È stato un progetto magnifico e una serie internazionale. Inizialmente, durante la prima stagione, ero l’unica italiana. Non potevo crederci nemmeno io e ho avuto modo di vedere, come accaduto ne “Il rito”, quello che le produzioni che hanno determinate risorse possono fare. Ho visto set incredibili ricreati negli studi di Praga, come la ricostruzione della Cappella Sistina o di Piazza San Pietro.
Cosa ha rappresentato Giulia Farnese?
Interpretare Giulia Farnese è stata una scuola di recitazione. Ho lavorato con registi provenienti da tutto il mondo, in una lingua straniera che conoscevo bene, ma che comunque non era la mia, l’inglese, e ho interpretato un personaggio che era lontanissimo da me, sensuale e manipolatrice.
Come si cresce su un set?
Ho avuto la fortuna di crescere sia su set italiani sia internazionali. Ti apre la mente perché ti permette di confrontarti con professionisti che hanno un background culturale diverso dal tuo e di far diventare familiari altre lingue. Spesso cresci solo, perché sei in viaggio, ma è bello perché puoi imparare tantissimo e incontrare tante persone.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Significa aprirsi ad altri mondi e ad altre vite, compiere dei viaggi attraverso le opere che si guardano e calarsi nei panni di qualcun altro.
Di Francesco Sciortino

