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Intervista a Federica Pala: “In ‘Qualcosa di lilla’ per affrontare la bulimia e accompagnare chi ne soffre verso la guarigione” L’attrice, che abbiamo apprezzato in prodotti come “America Latina” dei fratelli D’Innocenzo e in “Avetrana – qui non è Hollywood”, si racconta su “La voce dello schermo”.

Apr 2, 2026
Foto di Luca Pegorer

Andrà in onda su Rai 1, giovedì 2 aprile, “Qualcosa di Lilla”, film diretto da Isabella Leoni, prodotto da RaiFiction, Master Five Cinematografica in associazione con Armosia Italia e con protagonisti Federica Pala, Alessandro Tersigni e Raffaella Rea. Il film esplora la delicata tematica dei disturbi alimentari, in particolar modo della bulimia nervosa, provando a offrire il punto di vista di una ragazza che compie il primo passo verso la guarigione.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Federica Pala che ha ricordato l’importanza di realizzare prodotti del genere e della grande responsabilità che ha avvertito nell’interpretare Nicole e nell’affrontare una tematica così delicata e in maniera adeguata. Oltre a soffermarsi sul film, l’attrice ha ricordato altre due esperienze che l’hanno messa alla prova per la loro estrema complessità: quella nei panni di Sarah Scazzi in “Avetrana – qui non è Hollywood” e quella in “America Latina” diretta dai Fratelli D’Innocenzo e che l’ha lanciata nel cinema che conta…

Foto di Luca Pegorer

Il 2 aprile ti vedremo in “Qualcosa di lilla”. Cosa ti ha colpito di questa esperienza?

Sono rimasta molto colpita dal modo in cui gli sceneggiatori e la regista, Isabella Leoni, hanno deciso di affrontare il tema. Hanno usato come primo strumento la delicatezza, direzione che abbiamo seguito anche noi attori, e soprattutto non hanno spettacolarizzato la malattia, ma hanno trovato il giusto equilibrio tra il racconto di una realtà cruda e l’esplorazione dell’aspetto psicologico della persona malata, in questo caso di Nicole.

All’interno della psicologia di Nicole cosa hai avvertito?

Sicuramente l’insicurezza di una ragazza di quindici anni che si trova probabilmente in una situazione più grande di lei. All’inizio è totalmente inconsapevole e cerca di minimizzare la malattia, non vedendo quanto possa essere dannoso continuare a rimanere in questa situazione. Nel momento in cui conosce Luce, nonostante le due abbiano in comune la bulimia nervosa, Nicole riesce a trovare un suo equilibrio e paradossalmente si sente molto meglio poiché condivide qualcosa con qualcuno.

Questa interpretazione ha comportato anche una grande responsabilità per te. Cosa diresti a chi soffre di questo problema?

Direi che sappiamo perfettamente che i processi di guarigione sono molto più lunghi e più delicati rispetto a quanto possa percepirsi da un film. “Qualcosa di Lilla”, però, vuole mandare un messaggio di solidarietà verso le persone che si trovano in difficoltà in questo momento, che lo sono state in passato e verso chi ha qualcuno che sta soffrendo a causa di un un disturbo alimentare. Può essere molto complicato e ci si può sentire impotenti, ma è importante farsi aiutare da bravi specialisti, trovare la forza e prendere una decisione per raggiungere una guarigione.

C’è stato qualcosa che hai scoperto grazie a questo film e che non conoscevi?

Oltre ad aver scoperto lati di Federica che ritrovavo anche in Nicole, ho avuto modo di conoscere alcuni aspetti della bulimia, non avendo avuto esperienze dirette. Di solito a questo disturbo alimentare si associa il vomito come prima conseguenza. Io ho scoperto che le mani di chi soffre di bulimia nervosa sono corrose dal vomito e dallo sfregamento dei denti. È un dettaglio importante e che non conoscevo prima di interpretare questo personaggio.

Foto di Francesco Marino

Spostiamoci da “Qualcosa di lilla” ad “Avetrana – qui non è Hollywood”, in cui hai dovuto interpretare Sarah Scazzi, affrontando un altro argomento complesso. Cosa ha rappresentato per te questa esperienza?

È stata molto importante e molto delicata per me. Inizialmente mi ero avvicinata a quell’interpretazione senza conoscerne la storia, dal momento che quando è accaduta avevo soltanto tre anni. Ne avevo sentito parlare successivamente, ma mi sono dovuta documentare maggiormente dopo aver ottenuto il ruolo. Quando ho capito che avrei dovuto vestire i panni di una ragazza già esistita e soprattutto a cui è stata tolta la vita, la mia priorità è stata di rappresentarla nel modo più veritiero possibile e senza mancare di rispetto a nessuno.

Da interprete, cosa significa esplorare tematiche così delicate?

Significa prendersi una responsabilità ed è importante porsi delle domande prima di affrontare ruoli del genere perché si trattano argomenti delicati e il cinema ha anche il dovere di raccontare l’attualità. Spero di aver sensibilizzato la gente verso tematiche importanti.

È stata l’occasione per incontrare grandissimi professionisti. Cosa ricordi di questo cast?

Ho un bellissimo ricordo di questa squadra e ci teniamo ancora in contatto. È stato un grandissimo privilegio, avendo avuto quindici anni nel momento in cui abbiamo girato. Potersi confrontare con attori così grandi è stato un modo per crescere, imparare e rubare con gli occhi.

Il tuo esordio al cinema avviene con due grandi registi: i fratelli D’Innocenzo. Cosa ricordi di “America Latina”?

Mi sta a cuore perché è stato il mio trampolino di lancio. Mi sono sentita vista per la prima volta e ancora oggi il rapporto con Fabio e Damiano è splendido. Mi hanno saputo guidare e responsabilizzare nel farmi interpretare la figlia di Elio Germano e affidandomi il compito di affiancare un attore così importante. Ho un bellissimo ricordo dell’esperienza. Era un film particolare e con una psicologia molto interessante, misteriosa e contorta.

Cosa ti ha colpito del loro modo di dirigere?

Mi ripetevano sempre: “Ci arriviamo assieme” e per una ragazza di quattordici anni che si sta approcciando per la prima volta a un grande set è stato fondamentale per sviluppare il personaggio di Ilenia. Il pensiero di non dovermi far carico di tutta la tensione, l’ansia e la preoccupazione, e sapere che in un modo o nell’altro saremmo arrivati alla scena e saremmo riusciti a portarla a casa insieme, mi rincuorava.

Come si sta all’altezza di un progetto del genere, soprattutto nel momento in cui coincide con il tuo esordio?

Ancora oggi mi chiedo se sia stata all’altezza e cerco sempre di essere professionale per progetti del genere. Credo che la professionalità e l’ umiltà siano due dei valori che cerco di mantenere e di portare avanti perché sono la base su cui sviluppare delle capacità e una carriera futura.

Cosa significa per te interpretare un personaggio?

Significa scovare qualcosa di Federica, anche una piccolissima parte, e saperla sviluppare in qualcuno di totalmente diverso. Credo che ognuno di noi abbia tantissime sfaccettature, caratteristiche e dettagli che possano essere interessanti da approfondire. Non ho un disturbo alimentare, non ho vissuto sulla mia pelle la bulimia nervosa eppure in Nicole in “Qualcosa di lilla” sono riuscita a mettere qualcosa di mio sia in lei sia nei personaggi che ho interpretato.

Qual è la scoperta più grande che hai fatto all’interno dei tuoi personaggi?

Ogni ruolo è differente. Nel caso di Nicole, ho scoperto di non essere tanto diversa da lei nei momenti di difficoltà e di bisogno. Tende a scoppiare nella rabbia per poi tornare nelle braccia dei genitori. Penso possa essere un punto in comune in quanto adolescente che può comprendere quanto possa essere complicato il periodo che sta vivendo.

Cosa pensi che possa lasciare al pubblico “Qualcosa di lilla”?

Spero che, oltre a sensibilizzare sull’argomento, stimoli una presa di coscienza nei genitori e nelle persone che si sentono in difficoltà. C’è bisogno di maggiore ascolto e di comprensione e i ragazzi che soffrono di questi disturbi non devono sentirsi soli. È una cosa tanto comune e spero che questo prodotto possa mandare un messaggio di solidarietà.

Foto di Francesco Marino

Come ti piacerebbe evolverti artisticamente?

Cerco di costruirmi tante strade da percorrere per arricchirmi. Studio anche psicologia e continuo a coltivare la recitazione sperando di raccogliere sempre più frutti.

Riesci a conciliare i tuoi studi con l’interpretazione del personaggio e con la sua psicologia?

Sì, è interessante ritrovare dei lati psicologici di ogni personaggio e di Federica all’interno di ciò che studio e ogni buona sceneggiatura contiene tanti piccoli dettagli che possono essere utili per l’interpretazione.

Se fossi una giornalista che domanda faresti a te stessa?

Chiederei qualche aneddoto di una sensazione o di un’emozione provata in una scena particolare del film. E risponderei raccontando un episodio divertente accaduto durante una scena un po’ tragica. In un momento particolare, il mio personaggio si chiude in bagno e in uno dei vari ‘take’ Alessandro Tersigni ha realmente sfondato la porta con una spallata. È stato un po’ paradossale e divertente ed è riuscito a stemperare una scena molto tragica.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Significa vedere la seconda faccia della medaglia di ciò che noi vediamo e andare maggiormente in profondità nell’ascolto di un racconto che ci appare attraverso lo schermo.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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