Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Vincenzo Ferrera, attore che per sei stagioni ha dato anima e corpo all’iconico e amatissimo Beppe, regalando al pubblico momenti indimenticabili. Cresciuto artisticamente nel teatro di un maestro come Carlo Cecchi e facendosi apprezzare da professionisti come Toni Servillo, Mario Martone e Roberto Andò, Vincenzo ha saputo dimostrare il proprio talento non soltanto nella serie più seguita d’Italia, ma anche in prodotti cinematografici come “Iddu – L’ultimo padrino”, “L’amore che ho”, “Eravamo Bambini” e in serie tv come “Morbo K”, “Belcanto”, “Sopravvissuti”, “Per Elisa – Il caso Claps” e “Noi siamo leggenda”.
L’amore per il palco, il successo e l’energia di “Mare Fuori”, gli insegnamenti di Carlo Cecchi, la voglia di interpretare un antagonista e le esperienze più importanti della propria carriera. Queste e altre curiosità nella nostra intervista a Vincenzo Ferrera…

Beppe è una colonna portante della serie. Cosa ti ha affascinato quest’anno dei nuovi episodi?
Quello che affascina di “Mare Fuori” è la traccia differente che ogni regista riesce a lasciare. La sesta stagione è completamente diversa dalle altre e l’arrivo di nuove attrici e nuovi attori ha portato la serie a non adagiarsi dopo sei anni. Mi ha affascinato la forza e l’energia dei nuovi attori, da cui uno impara, e delle storie.
Nella lunga serialità, dove si trovano, secondo te, gli stimoli per andare avanti?
A volte possono perdersi. Nel caso di “Mare Fuori” non avviene quasi mai proprio per una connessione di energia sempre nuova. I ragazzi nuovi si mettono in gioco perché vogliono spaccare il mondo e si creano dinamiche differenti rispetto a quelle si trovano con persone con cui si recita da anni. L’aria di novità è sicuramente fondamentale, così come il fatto che ci divertiamo tantissimo a girarla. Penso che lo spettatore lo percepisca.
Beppe rappresenta un appiglio e una spalla per i ragazzi. Quanto è importante per te interpretare un personaggio del genere?
È diventato un personaggio iconico che vuole incarnare la figura dell’educatore come un ruolo estremamente importante in Italia. Porta con sé una responsabilità incredibile perché è quasi meta-teatrale. È un esempio per tutti e vengo invitato anche a dei dibattiti dove l’argomento trattato è l’educazione carceraria. Non mi permetto soltanto di giocare con un personaggio, ma con la vita di tutti i giorni.
Rappresenti appunto un educatore. Esistono vari approcci, che vediamo anche all’interno della serie, da quello più rigido a quello più flessibile. Secondo te, cosa fa sì che realizzi un processo educativo?
Non credo di poter rispondere adeguatamente, perché ovviamente interpreto un personaggio ma non sono un educatore nella vita reale e non ho fatto studi a riguardo. La mia fortuna è stata trovare una chiave ed è stata vincente, ma è pur sempre interpretativa. Certo, il mio modo di pensare è più incline all’idea di un educatore buono, più morbido e visitando le carceri italiane mi è sembrato di intuire che l’approccio duro e punitivo non sempre porta a dei risultati.
Hai un figlio adolescente, come ha vissuto il tuo ruolo nella serie?
Lorenzo è un diciassettenne che ha vissuto le prime stagioni con un po’ di imbarazzo perché tutta la scuola aveva visto la serie e lui era il figlio di Beppe. Piano piano questo imbarazzo si è trasformato in orgoglio. Ormai si è abituato all’idea.
Si è parlato dell’influenza negativa che può avere “Mare Fuori” sui giovani…
Sì, ma ritengo che queste accuse lascino il tempo che trovano. La serie è stata accusata da gente che non vede e non ha mai visto “Mare Fuori”. Chi la guarda non si permetterebbe mai di parlare di esempio negativo. C’è molta malafede quando si parla della serie in questi termini.
Hai sempre dichiarato che Carlo Cecchi è stato fondamentale per te. Perché è stato tanto importante?
È stato il mio secondo papà e un padre artistico in tutti i sensi. Ho passato venticinque anni della mia vita facendo teatro con lui e sono stati anche di lacrime e fatica, ma di grande soddisfazione. È stato uno dei più grandi maestri di teatro nel panorama italiano e se sono qui, con delle soddisfazioni attoriali, è assolutamente merito suo.
Quali caratteristiche lo rendevano unico?
Era un fautore della linea di Peter Brook del “qui e ora” e ho imparato l’arte dell’esserci in quel momento, dell’ascolto del personaggio con l’altro e del rendere tutto estremamente reale e non finto. Lo devo a lui e ho la presunzione di dire di esserci riuscito.
Hai fatto parte di un teatro con la t maiuscola. Perché, secondo te, un’arte così nobile è condannata a una sorta di silenzio mediatico?
È sempre stato così. È e rimane l’ultima riunione di esseri umani dopo la messa, in cui c’è un evento che inizia e finisce in quel momento e ha un fascino incredibile. Purtroppo si dovrebbe imparare a scuola e non c’è un’educazione da questo punto di vista. Viene visto come un qualcosa di noioso, eppure non è così perché andare a teatro credo sia una delle attività più belle che si possano fare.
Saresti favorevole allo streaming o alla messa in onda di qualche spettacolo teatrale?
Ci provano. La Rai l’ha fatto. Sono il primo a dire che in televisione il teatro perda il suo fascino e può risultare noioso. La televisione non mi sembra il canale giusto. Il teatro vive della vita degli attori che si presentano e recitano davanti a te, non attraverso lo schermo. È un aspetto che bisogna imparare in un’educazione scolastica, la televisione non può far venire la voglia di vedere uno spettacolo. Il pubblico non lo vedrebbe. Magari vedrebbe “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo, ma con gli altri spettacoli non è semplice.
Dal mondo più silenzioso del teatro a quello più ‘chiassoso’ di ‘Mare Fuori’. Perché, secondo te, c’è voluto questo prodotto per farti avere ciò che meritavi?
Credo sia una questione di fortuna e di sfortuna. Ad alcuni ragazzi di “Mare Fuori” è capitato a vent’anni, a me no. Alla loro età ebbi un ruolo da protagonista in una serie su Rai 1 con Michele Placido che non ebbe successo, così come tantissimi attori di un talento straordinario non hanno avuto la fortuna che ho avuto io a cinquant’anni ma saranno sempre nel chiaro scuro della loro carriera. Passano delle stelle comete e ti ci appendi. Io l’ho fatto a quarantotto anni.
C’è stato un momento prima di “Mare Fuori” in cui credi ti saresti meritato una maggiore visibilità?
Noi tutti pensiamo di meritarcelo sempre. Ma è difficile, c’è tanta concorrenza e a volte poca meritocrazia. Credo che il fatto di esser diventato popolare a quest’età mi abbia blindato di più nella vita rispetto ai ragazzi, perché ancora non hanno gli strumenti e possono vedere in “Mare Fuori” come la tappa cruciale che potrebbe portare della loro vita artistica. Per me “Mare Fuori” diventa un’esperienza di vita come tante altre, me la gioco meglio e vivo la mia vita in maniera più serena.
Ti stiamo vedendo in tantissimi prodotti, quali sono gli altri progetti che ti sono rimasti a cuore?
A parte “Mare Fuori” che mi ha cambiato la vita e senza il quale non avrei fatto altri progetti, “Morbo K” è un prodotto che mi ha dato la possibilità di prendermi una storia sulle spalle da protagonista e credo di aver dimostrato ampiamente di poterlo fare nel migliore dei modi.
Per un attore perché è affascinante raccontare storie vere?
Perché hai una responsabilità in più, devi tenere conto della sensibilità di chi ha vissuto quelle storie sul serio e fare un passo indietro. Non si può gigioneggiare e recitare come se fosse una ‘fictionaccia’ perché bisogna avere rispetto per chi ha vissuto quella storia. Quando riesci a farlo nel modo più opportuno diventa bellissimo e una soddisfazione doppia rispetto a una storia inventata.

Non riusciamo a immaginarti cattivo. Nella vita cosa ti fa arrabbiare?
In realtà sono molto diverso da Beppe. Sono molto più cinico di lui e non ho quell’ingenuità e bontà. Sono molto più iracondo, mi arrabbio più spesso e sono un po’ più isterico di lui. Tuttavia, se e quando mi arrabbio mi spengo in due minuti.
Se dovessi scegliere una tipologia di cattivo da interpretare, quale sceglieresti?
Qualsiasi, basta che me lo facciano fare. In Italia è un po’ difficile. Come insegnava Verdone: “quando hai gli occhi da buono, hai gli occhi da buono e basta”. Eppure dagli occhi da buono si potrebbe ricavare un cattivo eccellente.
Cos’è per te la felicità?
Non so rispondere, forse è un concetto inarrivabile per me. Credo molto nella serenità, ma non so chi possa ritenersi felice e sono molto invidioso di chi dice di esserlo. Credo sia uno status che si raggiunga prima di morire nel momento in cui ci si rende conto di aver vinto, di raggiungere tutto quello che si poteva fare e solo in quel momento possiamo essere davvero felici.
Artisticamente, dove vuole arrivare Vincenzo?
Va bene così. Ognuno di noi ha una propria ambizione, quando si interpreta un ruolo si vuole fare sempre qualcosa di più importante, ma non è il mio caso. Non ho più nulla da dimostrare dal punto di vista attoriale, vivo di questo mestiere, mantengo mio figlio con questo e vengo riconosciuto non come una figura di passaggio, ma come un attore strutturato. Per me è la vittoria più grande e quello che volevo dalla mia vita.
Di Francesco Sciortino

