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Gio. Apr 16th, 2026

Intervista a Rita Abela: “Far parte di ‘Vanina’ è stato affascinante. ‘Gli occhi degli altri’ ci interroga su quanto siamo responsabili di ciò che accade” L’attrice, che stiamo vedendo nelle nuove puntate di “Vanina” e che sarà al cinema dal 19 marzo nel nuovo film di Andrea De Sica, si racconta su “La voce dello schermo”.

Mar 18, 2026
Foto di Francesco Ormando

Rita Abela sta vivendo un entusiasmante periodo lavorativo. La stiamo vedendo, infatti, nella seconda stagione di “Vanina – Un vicequestore a Catania” nei panni di Rita Crisafulli e la ritroveremo al cinema dal 19 marzo nel film di Andrea De SicaGli occhi degli altri”, pellicola con protagonisti Jasmine Trinca e Filippo Timi e liberamente ispirata al delitto Casati Stampa.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, proprio Rita Abela, che ha raccontato del periodo d’oro che sta vivendo e ci ha confidato quali aspetti ha amato esplorare in Rita Crisafulli in “Vanina” e in Nicoletta ne “Gli occhi degli altri”. Se, infatti, nella serie firmata Palomar l’attrice ha avuto modo di farsi portavoce dell’antimafia e della legalità interpretando una giornalista, nel film di De Sica ha dovuto addentrarsi nel complesso mondo di Nicoletta, personaggio chiave che fa riflettere sulla sottile differenza che esiste tra essere colpevoli ed essere responsabili di ciò che accade. Oltre a parlare dei progetti recenti, Rita ha ricordato l’esordio al cinema con Pupi Avati ne “Le nozze di Laura” e le esperienze in prodotti come “Flaminia” di Michela Giraud e nella serie tv “Il Cacciatore”. Infine, l’attrice ci ha raccontato del suo rapporto con il palcoscenico e altre curiosità che la riguardano…

Foto di Francesco Ormando

In queste settimane ti stiamo vedendo in “Vanina – Un vicequestore a Catania”. Che esperienza è stata per te?

È stato affascinante interpretare Rita Crisafulli, una giornalista che si occupa principalmente di antimafia e che, nonostante sia dalla stessa parte di Vanina, offre un punto di vista differente da quello del vicequestore. Inoltre, essendo cresciuta negli anni ‘90 e vivendo il triste periodo delle stragi, è stato importante per me interpretare un personaggio legato all’antimafia e alla legalità e così positivo. È un aspetto che mi ha fatto amare questo ruolo.

Cosa hai amato di questo set?

Tantissimi aspetti, a partire dalla Palomar – che ritengo una macchina produttiva esemplare – ai registi: Davide Marengo e Riccardo Mosca, alla troupe e ai miei colleghi, attori molto talentuosi e dotati di una grandissima umanità. Avere una comunione di intenti e di vivere il lavoro è sicuramente importante.

Diversi prodotti ambientati in Sicilia rientrano nello stesso genere di “Vanina”, da “Il commissario Montalbano” a “Màkari”. In cosa pensi si contraddistingua “Vanina”?

Mentre ne “Il commissario Montalbano” si parlava il linguaggio di Camilleri, che è un mondo a sé dal momento che è ambientata a Vigata e nella realtà non esiste; “Vanina” – al contrario – è ambientata a Catania e la storia, oltre alla trama e i vari casi di puntata, la fanno anche i luoghi. In “Vanina” viene raccontata la città sotto mille sfaccettature, dall’Etna e il mare, al Barocco e alle piazze. È una città sempre viva, con le sue caratteristiche e contraddizioni. Inoltre, Cristina Cassar Scalia affronta in maniera diversa l’umanità dei personaggi.

Ne “Il cacciatore”, sempre con Davide Marengo, eri invece un personaggio negativo: Giusy Vitale. Com’è stato, invece, passare dall’altra parte?

Interpretavo la prima donna a capo di un mandamento mafioso e ho fatto uno studio molto approfondito per diventare lei. Ho cercato di scendere più possibile nel profondo e di capire quali meccanismi ci possano essere all’interno di una scelta di vita di questo tipo. Spesso si tratta di un destino già segnato, nascendo in famiglie del genere. Ovviamente, il mio punto di vista è più vicino a quello del personaggio di “Vanina” che a Giusy Vitale, ma ho cercato comunque di non giudicarla per non tradire il bellissimo lavoro che facciamo.

Da siciliana, cosa ha significato fare l’attrice?

Dalle nostre parti si dice: “Cu nesci arrinesci” e significa che chi vuole realizzarsi è meglio che vada via. Confesso che per me ha rappresentato un po’ un dolore lasciare questa terra dopo gli anni della mia formazione e dopo gli spettacoli al Teatro Greco di Siracusa. Purtroppo, spesso è impossibile provare a costruire un futuro su questa terra e a volte la trovo un po’ ‘sorda’ da questo punto di vista. Lo trovo un peccato perché la Sicilia ha tanti frutti felici, ma li lascia scappare facilmente. Sapere che la tua base non è la città dove sei nata è un grande dispiacere. Amo tantissimo Siracusa ma con grande rammarico posso starci poco.

Il teatro è stato molto importante per te…

Assolutamente sì. Rappresenta l’inizio e non avrei mai scoperto questa passione se non lo avessi incontrato quando ero una ragazzina alle medie. Mi sono avvicinata alla recitazione grazie a un mio professore, Rabbito, che ha tuttora una scuola di recitazione a Siracusa. È stata la prima volta nella mia vita in cui ho sentito di poter appartenere a qualcosa senza timori e senza vergogna. Su un palco mi sentivo a casa. Mi ha appassionato tantissimo e il teatro ti impone di farti altro rispetto a quello che sei e crea un alibi per sperimentare in altre forme, versioni e modelli che vedi come distanti o irraggiungibili. Poi è arrivato anche il cinema, grazie a Pupi Avati, e ho scoperto un altro linguaggio della stessa materia. Il teatro ti porta in un mondo altro, attua un rito collettivo per cui è nato e vi è corporalità in presenza, non c’è uno schermo, non si può mettere in pausa ed è buona la prima.

Che regista è per te Pupi Avati?

È stato un maestro per me e colui che mi ha introdotta in un mondo incredibile, magico e stupendo. Ho avuto modo di incontrarlo successivamente e ho ritrovato la stessa persona della prima volta. Mi colpì perché la prima volta sul set mi disse: “Non devi recitare la battuta, ma dirla”. E mi ha insegnato la differenza tra la recitazione teatrale e quella cinematografica, in cui la seconda richiede di lavorare totalmente in sottrazione, avendo la macchina da presa e l’occhio dello spettatore vicinissimi e devi lavorare in sottrazione per non rischiare di venire meno alla tua credibilità.

Cosa pensi l’abbia colpito di te?

Durante il provino, ricordo che mi fece sedere al suo posto, nella sua poltrona. Si sedette di fronte e leggemmo insieme la scena. Mi disse che vedeva in me una dolcezza pulita per quel personaggio. Penso che abbia visto, oltre alle caratteristiche che si adattavano a quel personaggio, tanta voglia di fare. Inoltre, Pupi è un regista che ascolta molto e ha delle ottime intuizioni. Quando abbiamo girato “Le nozze di Laura”, in un momento di pausa, ci trovammo in una pineta. Tutti erano andati a prendere il cestino del pranzo e mi ero attardata un attimo. Mi disse: “Rita, tu canti? Fammi sentire qualcosa”. Avevo a memoria un canto che avevo fatto durante uno spettacolo teatrale e glielo feci sentire. Ricordo che si creò un’atmosfera magica, con silenzi, i pini e la mia voce che risuonava con la natura. Lo ricordo come un momento magico, come se fosse un rituale. Così mi chiese di cantare anche per una scena del film ed è stato molto emozionante.

Un altro progetto importante che uscirà nelle sale il 19 marzo è “Gli occhi degli altri” di Andrea De Sica. Cosa dobbiamo aspettarci da questo film?

Grandi cose. Andrea ha fatto un lavoro straordinario ed è un regista bravissimo, che ha un gusto e un’estetica particolare. Jasmine Trinca e Filippo Timi sono bravissimi. È ispirato al delitto Casati Stampa ed è ambientato negli anni ‘70 ma in modo attuale. Oggi una donna viene uccisa ogni tre giorni, il 70% delle donne nella propria vita ha ricevuto una molestia o un commento poco gradito e c’è ancora tanto da lavorare su questo argomento.

Interpreti Nicoletta, che funzione avrà nella storia?

Durante le feste organizzate in casa del marchese, Nicoletta introduce talvolta nuovi ospiti allo scopo di ravvivare le serate. Il film mostra la gravità di alcune situazioni e la noncuranza nel non proteggere l’intimità. Fa comprendere che è vero che non tutti gli uomini sono colpevoli, ma tutti – uomini e donne – siamo responsabili di ciò che accade e dovremmo assumerci le nostre responsabilità. Nicoletta e gli altri amici non sono colpevoli ma sono responsabili perché c’erano degli indizi che facevamo presagire che quel rapporto non fosse sano e che quell’amore non fosse amore, ma desiderio di possesso.

Un’altra tappa per la tua carriera è stata “Flaminia”. Quali opportunità ti ha dato questo progetto?

La conserverò sempre nel mio cuore come un diamante prezioso. Lavorare con Michela Giraud a questo personaggio è stato un lavoro così profondo e siamo andati dentro l’emotività di questa storia che non è stato soltanto rappresentare un personaggio, ma lasciarsi attraversare, buttarsi senza paracadute, dare anima, corpo, cuore, emozioni, lacrime e fragilità a questo lavoro. Se ripenso a quei giorni ancora mi commuovo per la profondità con cui sono stati vissuti. Ma naturalmente è stato fondamentale anche per un riscatto che mi ha permesso di interpretare un ruolo da co-protagonista. Spesso mi batto perché purtroppo in Italia c’è un grande tranello: se non hai una fisicità conforme non si può accedere a certi ruoli. Mi piacerebbe che non fosse così e che ci fosse una rappresentazione più variegata, soprattutto nei corpi femminili. In alcuni casi le fisicità non conformi vengono tagliate fuori a prescindere dai provini e spero che le cose possano cambiare.

Si è tanto parlato di politicamente corretto nel mondo del cinema. Che opinione hai a riguardo?

Credo che il politicamente corretto sia davvero corretto se venisse applicato. Se oggi non si facessero delle battute con degli insulti, su come appare fisicamente un corpo o sulla pelle o sulla religione o sulla sessualità, sarebbe sicuramente un bene. Sono dell’idea che bisogna ridere, ma è fondamentale ridere con e non ridere di. È importante capire il potere e il valore del linguaggio perché il primo segno di un’evoluzione della società. Diamo la possibilità a questa evoluzione di entrare in atto, senza dover per forza buttare al macero il vecchio per il nuovo, ma trovando un punto di incontro. Occorre recuperare il senso di umanità.

Come ti piacerebbe evolverti artisticamente?

Mi piacerebbe interpretare dei ruoli in cui la caratteristica fisica non sia determinante per quel personaggio e in cui la fisicità non è essenziale alla connotazione del personaggio.

È facile o difficile trovarli? Pensi che il vento sia cambiato rispetto al passato?

Non è molto facile, bisogna un po’ lottare con quello che forse ci si aspetta di vedere. Da quando ho iniziato questo mestiere sta diventando sempre più difficile perché non ci sono molti aiuti da parte delle istituzioni, perché le piccole produzioni sono spesso costrette a chiudere e non c’è molto spazio. C’è un momento di crisi molto delicato, non è un periodo roseo per il cinema ed è molto preoccupante.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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