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Gio. Apr 16th, 2026

Intervista a Massimo Nicolini: “‘Le libere donne’ ricorda Mario Tobino e l’importanza dell’empatia nella cura della salute mentale” L’attore si racconta su “La voce dello schermo” presentando la nuova serie di Rai 1 che vede protagonista Lino Guanciale nei panni di Mario Tobino.

Mar 8, 2026
Foto di Paolo Palmieri

Andrà in onda su Rai 1 dal 10 marzo “Le libere donne”, serie tv diretta da Michele Soavi con protagonisti Lino Guanciale, Fabrizio Biggio, Francesca Cavallin, Massimo Nicolini, Pia Lanciotti e Grace Kicaj.
La serie è ambientata durante gli anni ’40 all’interno del manicomio di Maggiano, in Toscana, e segue la storia dello psichiatra Mario Tobino, impegnato a difendere le pazienti ricoverate, molte delle quali sono state internate senza reali motivi. Il medico si trova così a contrastare le rigide e oppressive regole dell’epoca.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Massimo Nicolini che ci ha presentato la serie e ci ha parlato dell’interessante sfida che ha rappresentato per lui vestire i panni di Gianmassimo Parisi, un dottore che non riesce a essere empatico con le proprie pazienti e antagonista del personaggio interpretato da Lino Guanciale. Massimo, inoltre, ha parlato di quanto la serie di Soavi sia attuale per i nostri giorni e ha ricordato le altre esperienze della propria carriera, da “L’abbaglio” di Roberto Andò agli spettacoli al Teatro Greco di Siracusa

 

*Foto di Paolo Palmieri

Dal 10 marzo ti vedremo ne “Le libere donne”. Cosa dobbiamo aspettarci?

È ambientata nel secondo dopoguerra, all’interno di un ospedale psichiatrico femminile, dove troviamo delle dinamiche tipiche del tempo e il modo di gestirle, naturalmente, è correlato a quel periodo. È una serie che tratta molti punti che vanno dalla violenza di genere, in tutte le sue forme, al patriarcato, al maschilismo tossico, o a quello di pazzia contrapposto a quello di normalità e di libertà. La serie si chiede cosa sia realmente folle e come si possa concepire la libertà all’interno di un ospedale psichiatrico. È un prodotto che tratta molti temi che sono molto vicini a ciò che vediamo ancora oggi.

Cosa hai amato di questa esperienza? Quali opportunità ti ha dato questo progetto?

È stata una bellissima esperienza perché ho avuto l’occasione di interpretare un personaggio agli antipodi rispetto a chi sono io. È un antagonista, un cattivo ed è stata una prova da attore davvero stimolante. I cattivi sono sempre divertenti da interpretare, ovviamente si vanno a toccare anche delle corde poco piacevoli da suonare, ma che abbiamo tutti quanti dentro di noi.

Perché è così affascinante vestire i panni di un cattivo?

Perché possiedono degli archi narrativi più ampi a livello drammaturgico e attoriale. Hanno dei lati e degli altri aspetti molto forti. Mentre a volte può capitare che il classico buono sia più lineare da interpretare; un cattivo ti offre la possibilità di andare a esplorare sentimenti ed emozioni profonde e oscure che diventano interessanti da rendere.

Chi è invece tuo personaggio?

Interpreto Gianmassimo Parisi, uno psichiatra vecchio modello, che utilizza la disciplina del tempo. Non ha un approccio empatico e ripete spesso: “Le malate sono malate”. È narcisista, ha purtroppo tratti di sadismo e utilizza metodi più duri per punire piuttosto che per rieducare. È l’opposto del protagonista, interpretato da Lino Guanciale, che rappresenterà e anticiperà la psicanalisi moderna che vedrà il paziente non più come un malato da isolare e da tenere a bada, ma come una persona con delle problematiche evidenti che va capita e ascoltata.

Che squadra hai trovato all’interno di questo set?

È stata un’esperienza molto bella anche da questo punto di vista. Grazie al regista, Michele Soavi, c’è stata una fusione dell’intero cast dove ogni ruolo è stato ricoperto in maniera perfetta. C’è una grandissima varietà e ottimi attori e attrici. Ho trovato un’armonia non solita.

Che regista è Michele Soavi?

È un regista di grandissima esperienza. Ha idee molto chiare ed è fondamentale quando si arriva sul set. È molto preparato e sa cosa vuole dai propri attori. È un aspetto che fa la differenza. È una persona, sia dal punto di vista umano sia professionale, che riesce a comprendere chi ha davanti e come tirar fuori il meglio da tutti quanti. È stata una fortuna partecipare a un progetto così, con questa squadra e un regista come lui. Ha la capacità di andare oltre ciò che è scritto nella sceneggiatura per arricchire il lavoro.

Perché il pubblico deve vedere “Le libere donne”?

È una serie che parla di noi, dell’oggi e ha in seno quel modo di vedere la società e la donna che purtroppo portiamo avanti anche oggi. I femminicidi sono figli di una violenza insita che il patriarcato ha instillato nella coscienza comune. Questa serie va a toccare tanti temi, dalla violenza di genere alla normalità e la pazzia.

Di recente ti abbiamo visto anche ne “L’abbaglio” di Roberto Andò. Che esperienza è stata per te?

È stata breve, ma bellissima. Andò è un regista che ho sempre stimato e avere la possibilità di recitare all’interno di un suo progetto ha rappresentato un bel momento.

Sei molto legato al teatro. Quali opportunità ti ha offerto il palcoscenico?

Sono molto grato a questo mondo. Ho avuto la fortuna di cominciare presto e di fare spettacoli molto belli. Ho lavorato per tanti anni al Teatro Greco di Siracusa e mi sono formato lì. Quello è “il” teatro, il sogno di tutti e ti permette di costruire una solidità attoriale che ti porti dietro durante la tua carriera.

Foto di Enrico De Luigi

In che modo ti ha dato solidità?

Avere a disposizione soltanto il tuo corpo e la tua voce nel momento in cui vai in scena, ti permette di strutturarti. Non ci sono tante scenografie che ti possano aiutare o in cui poterti nascondere. Ti ritrovi davanti a seimila o settemila persone a sera e il tuo strumento attoriale si affina.

Tra le altre esperienze, dai film con Carlo Sarti o con Andrea De Sica, cosa ricordi con maggiore piacere?

In ogni lavoro cerco di imparare, di migliorarmi, di mettere tutto me stesso e di progredire come attore.

Cosa significa progredire nel tuo lavoro?

Significa togliere. Per arrivare a una semplicità nell’espressione finale, serve imparare a togliere. La recitazione è come se fosse un albero e bisogna capire quali sono i rami da tagliare fino ad arrivare alla forma finale. È un processo lunghissimo che riguarda una vita. A parte qualche fortunato caso di genio, che ha già la capacità di capire quello che funziona e quello che non funziona, è l’esperienza della vita che insegna come recitare.

Perché togliere e non aggiungere?

Perché la verità è semplice e diretta, non ha bisogno di orpelli.

Dove ti vedremo oltre ne “Le libere donne”?

Sarò ne “L’ora di Arianna” e tornerò al Teatro Greco di Siracusa con “I persiani” di Eschilo.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Significa sognare e dare voce alla parte più profonda di noi che si chiama anima.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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