Andrà in onda su Rai 1 dal 10 marzo “Le libere donne”, serie tv diretta da Michele Soavi con protagonisti Lino Guanciale, Fabrizio Biggio, Francesca Cavallin, Massimo Nicolini, Pia Lanciotti e Grace Kicaj.
La serie è ambientata durante gli anni ’40 all’interno del manicomio di Maggiano, in Toscana, e segue la storia dello psichiatra Mario Tobino, impegnato a difendere le pazienti ricoverate, molte delle quali sono state internate senza reali motivi. Il medico si trova così a contrastare le rigide e oppressive regole dell’epoca.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Massimo Nicolini che ci ha presentato la serie e ci ha parlato dell’interessante sfida che ha rappresentato per lui vestire i panni di Gianmassimo Parisi, un dottore che non riesce a essere empatico con le proprie pazienti e antagonista del personaggio interpretato da Lino Guanciale. Massimo, inoltre, ha parlato di quanto la serie di Soavi sia attuale per i nostri giorni e ha ricordato le altre esperienze della propria carriera, da “L’abbaglio” di Roberto Andò agli spettacoli al Teatro Greco di Siracusa…

Dal 10 marzo ti vedremo ne “Le libere donne”. Cosa dobbiamo aspettarci?
È ambientata nel secondo dopoguerra, all’interno di un ospedale psichiatrico femminile, dove troviamo delle dinamiche tipiche del tempo e il modo di gestirle, naturalmente, è correlato a quel periodo. È una serie che tratta molti punti che vanno dalla violenza di genere, in tutte le sue forme, al patriarcato, al maschilismo tossico, o a quello di pazzia contrapposto a quello di normalità e di libertà. La serie si chiede cosa sia realmente folle e come si possa concepire la libertà all’interno di un ospedale psichiatrico. È un prodotto che tratta molti temi che sono molto vicini a ciò che vediamo ancora oggi.
Cosa hai amato di questa esperienza? Quali opportunità ti ha dato questo progetto?
È stata una bellissima esperienza perché ho avuto l’occasione di interpretare un personaggio agli antipodi rispetto a chi sono io. È un antagonista, un cattivo ed è stata una prova da attore davvero stimolante. I cattivi sono sempre divertenti da interpretare, ovviamente si vanno a toccare anche delle corde poco piacevoli da suonare, ma che abbiamo tutti quanti dentro di noi.
Perché è così affascinante vestire i panni di un cattivo?
Perché possiedono degli archi narrativi più ampi a livello drammaturgico e attoriale. Hanno dei lati e degli altri aspetti molto forti. Mentre a volte può capitare che il classico buono sia più lineare da interpretare; un cattivo ti offre la possibilità di andare a esplorare sentimenti ed emozioni profonde e oscure che diventano interessanti da rendere.
Chi è invece tuo personaggio?
Interpreto Gianmassimo Parisi, uno psichiatra vecchio modello, che utilizza la disciplina del tempo. Non ha un approccio empatico e ripete spesso: “Le malate sono malate”. È narcisista, ha purtroppo tratti di sadismo e utilizza metodi più duri per punire piuttosto che per rieducare. È l’opposto del protagonista, interpretato da Lino Guanciale, che rappresenterà e anticiperà la psicanalisi moderna che vedrà il paziente non più come un malato da isolare e da tenere a bada, ma come una persona con delle problematiche evidenti che va capita e ascoltata.
Che squadra hai trovato all’interno di questo set?
È stata un’esperienza molto bella anche da questo punto di vista. Grazie al regista, Michele Soavi, c’è stata una fusione dell’intero cast dove ogni ruolo è stato ricoperto in maniera perfetta. C’è una grandissima varietà e ottimi attori e attrici. Ho trovato un’armonia non solita.
Che regista è Michele Soavi?
È un regista di grandissima esperienza. Ha idee molto chiare ed è fondamentale quando si arriva sul set. È molto preparato e sa cosa vuole dai propri attori. È un aspetto che fa la differenza. È una persona, sia dal punto di vista umano sia professionale, che riesce a comprendere chi ha davanti e come tirar fuori il meglio da tutti quanti. È stata una fortuna partecipare a un progetto così, con questa squadra e un regista come lui. Ha la capacità di andare oltre ciò che è scritto nella sceneggiatura per arricchire il lavoro.
Perché il pubblico deve vedere “Le libere donne”?
È una serie che parla di noi, dell’oggi e ha in seno quel modo di vedere la società e la donna che purtroppo portiamo avanti anche oggi. I femminicidi sono figli di una violenza insita che il patriarcato ha instillato nella coscienza comune. Questa serie va a toccare tanti temi, dalla violenza di genere alla normalità e la pazzia.
Di recente ti abbiamo visto anche ne “L’abbaglio” di Roberto Andò. Che esperienza è stata per te?
È stata breve, ma bellissima. Andò è un regista che ho sempre stimato e avere la possibilità di recitare all’interno di un suo progetto ha rappresentato un bel momento.
Sei molto legato al teatro. Quali opportunità ti ha offerto il palcoscenico?
Sono molto grato a questo mondo. Ho avuto la fortuna di cominciare presto e di fare spettacoli molto belli. Ho lavorato per tanti anni al Teatro Greco di Siracusa e mi sono formato lì. Quello è “il” teatro, il sogno di tutti e ti permette di costruire una solidità attoriale che ti porti dietro durante la tua carriera.

In che modo ti ha dato solidità?
Avere a disposizione soltanto il tuo corpo e la tua voce nel momento in cui vai in scena, ti permette di strutturarti. Non ci sono tante scenografie che ti possano aiutare o in cui poterti nascondere. Ti ritrovi davanti a seimila o settemila persone a sera e il tuo strumento attoriale si affina.
Tra le altre esperienze, dai film con Carlo Sarti o con Andrea De Sica, cosa ricordi con maggiore piacere?
In ogni lavoro cerco di imparare, di migliorarmi, di mettere tutto me stesso e di progredire come attore.
Cosa significa progredire nel tuo lavoro?
Significa togliere. Per arrivare a una semplicità nell’espressione finale, serve imparare a togliere. La recitazione è come se fosse un albero e bisogna capire quali sono i rami da tagliare fino ad arrivare alla forma finale. È un processo lunghissimo che riguarda una vita. A parte qualche fortunato caso di genio, che ha già la capacità di capire quello che funziona e quello che non funziona, è l’esperienza della vita che insegna come recitare.
Perché togliere e non aggiungere?
Perché la verità è semplice e diretta, non ha bisogno di orpelli.
Dove ti vedremo oltre ne “Le libere donne”?
Sarò ne “L’ora di Arianna” e tornerò al Teatro Greco di Siracusa con “I persiani” di Eschilo.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Significa sognare e dare voce alla parte più profonda di noi che si chiama anima.
Di Francesco Sciortino

