Dal 13 febbraio è disponibile su Paramount+ “Amici comuni”, la nuova commedia di Marco Castaldi che racconta le vicende e gli intrecci sentimentali che ruotano attorno a quattro protagonisti, interpretati da Raoul Bova, Francesca Inaudi, Beatrice Arnera e Luca Vecchi.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Luca Vecchi che ci ha parlato dell’affascinante sfida che ha rappresentato per lui calarsi nei panni di Claudio e di cosa ha significato essere diretto nuovamente da Castaldi, dopo l’esperienza di “Nel bagno delle donne”, e raccontare la ‘corsa’ dei protagonisti di “Amici comuni”. Inoltre, l’attore ha spiegato cosa significhi per lui vivere la vita a pieno e ha confidato in che modo pensa di essere cambiato rispetto ai tempi in cui si è fatto conoscere sin dai “The Pills” fino a film come “Smetto quando voglio”, “Modalità aereo” e “Il migliore dei mondi“…

Ti stiamo vedendo in “Amici Comuni”. Che esperienza è stata per te?
Molto bella, sia perché sono tornato a girare con amici fraterni con i quali sono cresciuto sia umanamente che professionalmente (Marco Castaldi, il regista, e Vito Frangione, il Direttore della fotografia) sia con attori professionisti molto dotati (Francesca Inaudi, Beatrice Arnera e Raoul Bova).
Quali sono gli aspetti che ti hanno affascinato di Claudio?
È alla continua ricerca di conferme. Cerca sempre di testare i suoi amici, i suoi nemici e in generale le persone a cui vuole bene. Ho sempre avuto una passione morbosa per gli esperimenti sociali. Sono laureato in sociologia. Adoro l’etnometodologia e Garfinkel.
Cosa ti ha conquistato della regia di Marco Castaldi, con cui hai condiviso anche l’altro progetto “Nel bagno delle donne”?
Come ai grandi registi, a Marco non interessa il genere della storia che sta andando a raccontare. Credo che a lui piaccia proprio raccontare nel senso più ampio della sua accezione: fare film.
“Il tempo guarisce tutto, ma la vita può essere vissuta solo una volta”. Che significa per te vivere la vita a pieno?
Credo che significhi invecchiare e morire senza avere rimpianti. Che non vuol dire senza rimorsi, però c’è sempre un prezzo da pagare da qualche parte.
Il film racconta la storia dei quattro protagonisti alle prese tra tradimenti e amore. Secondo te, perché queste storie d’amore vengono messe in risalto attraverso il tradimento?
Credo che l’amore si divida in due fasi che sono come due discipline dello stesso sport, ovvero la corsa. La fase iniziale, l’innamoramento passionale, sono i 100 metri piani: è uno scatto al massimo della potenza che meno dura e più gioie dà. Mentre quando il rapporto si assesta, diventa duraturo e fatto di routine, invece si trasforma più in una maratona di 42 km. Si tratta della stessa disciplina, ma sono due modi di affrontare la pratica totalmente diversi. Ecco… i nostri protagonisti credo siano tutti centometristi.

Guardando indietro, dai The Pills fino a ora, come pensi di essere cambiato?
Sono diventato vecchio e ho la pancia! (ride ndr.) Scherzo. Non saprei. Probabilmente sono cambiate le mie ambizioni e le mie priorità. Ho imparato tanto, nel bene e nel male, e alcune lezioni sono state molto più costose di altre.
Tra le altre esperienze, quali pensi siano le sfide che ti hanno affascinato di più e perché?
Probabilmente quelle in cui mi sono sentito un pesce fuor d’acqua. Mi hanno aiutato a capire chi volevo essere e chi non volevo assolutamente diventare. Una specie di terapia d’urto. Credo molto nella terapia d’urto.
In futuro, in quali sfide lavorative ti piacerebbe imbatterti?
Mi piacerebbe scrivere un altro libro. Ma ci sto lavorando da tanto e mi sono arenato tante volte per tanti motivi diversi. Un po’ mi spiace.
Se fossi un giornalista che domanda faresti a Luca?
Qual è la capitale della Svizzera? È una domanda a trabocchetto perché la Svizzera ha tipo 3 capitali, come il Sud Africa.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Non lo so… mi fa pensare a Videodrome di Cronenberg. È un film molto più complesso e attuale di quanto si pensi. Da rivedere, anche se preferisco di gran lunga eXistenZ.
Di Francesco Sciortino

