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Intervista al regista Christian Olcese: “Ne ‘La ragazza delle gardenie’ celebro la forza del cinema e della poesia” Il regista si racconta su “La voce dello schermo” presentando il suo nuovo cortometraggio con protagonista Marta Gastini e confidando diverse curiosità che lo riguardano.

Feb 28, 2026

Il cortometraggio di Christian Olcese, “La ragazza delle gardenie”, sta ottenendo grandissima considerazione in giro per i festival italiani. Il regista è riuscito a trasmettere la propria poetica nel raccontare le storie che si intrecciano – tra passato e presente – del ministro Alessandra Dominici e della poetessa Rosa. Entrambi i personaggi sono interpretati da Marta Gastini, che, con eleganza e duttilità, ha saputo rendere con grande maestria l’essenza delle due donne. Nel cast anche Francesco Patanè, Raffaele Barca, Ettore Scarpa e Steve Della Casa.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, proprio il regista Christian Olcese, che ci ha raccontato da dove è nata l’idea di realizzare “La ragazza delle gardenie”, cortometraggio tratto dall’omonimo libro di Livia Ciampi, e di quanto sia stato determinante l’incontro con la poetessa genovese Sara Ciampi. Il regista, che abbiamo conosciuto in altri cortometraggi come “Lettera a Faber” e “Il volto nascosto del cyberbullismo” con Giovanni Storti, ci ha confidato come possono incontrarsi poesia e cinema, ha ricordato le emozioni provate durante i festival in cui è stato presentato “La ragazza delle gardenie” e ha espresso la sua grande voglia di cimentarsi presto in un lungometraggio…

Parliamo de “La ragazza delle gardenie”. Perché hai deciso di rappresentare proprio questo libro in un corto? Quali tematiche ci tenevi a raccontare?

“La Ragazza delle Gardenie” nasce da un incontro in una piovosa giornata d’autunno con Sara Ciampi, poetessa genovese e candidata al Nobel per la Letteratura. In quell’occasione mi ha fatto leggere il libro scritto da sua madre Livia e dedicato a lei.
Sara convive da tempo con una forma cronica di tubercolosi, che limita molto la sua vita. Eppure è una scrittrice attentissima e molto produttiva. Il cortometraggio vuole celebrare questa sua forza: la capacità di restare aggrappata alla passione quando la realtà diventa difficile. Credo che la passione abbia questo potere: creare mondi paralleli in cui il peso del vivere si alleggerisce.

In che modo hai voluto restituire questa complessità all’interno del corto?

Nel corto si traduce in un contrasto tra tempi diversi. Da una parte c’è la frenesia del presente, incarnata dal ministro Alessandra Dominici; dall’altra l’attesa del passato, rappresentata da Rosa, poetessa del 1901, che vive un tempo lento e sospeso mentre aspetta l’uomo che ama, il contadino Antonio (Francesco Patané). Volevo raccontare questo scarto tra la liquidità del presente e una ricerca di bellezza più lenta e umana.
Il libro di Livia non ha questa struttura. Ho chiesto a Sara il permesso di farne una reinterpretazione libera, mantenendo solo i nomi e il titolo. Lei ha accettato, e così è nato il cortometraggio.
Durante le riprese ho cercato di non imporre uno sguardo, ma di ascoltare, lasciandomi guidare dai suoni della campagna alessandrina. Non volevo invadere quello spazio, ma abitarlo. Spero di esserci riuscito.

Come si riesce a essere sintetici ma efficaci in modo da racchiudere un mondo così complesso in pochi minuti?

Credo che la mia formazione letteraria e poetica mi abbia aiutato: il cortometraggio, per me, è un po’ come una poesia. In pochi minuti bisogna condensare pensieri e concetti universali, proprio come quando scrivi versi.
Quando racconto, cerco sempre l’essenza. Mi preoccupo molto della recitazione, perché è attraverso l’attore che il pubblico si riconosce. Curo la sceneggiatura e la scelta delle parole, quasi in modo maniacale. Sul set ho la fortuna di lavorare con il mio D.O.P., Edoardo Nervi, capace di tradurre i miei pensieri nella luce. Voglio che ogni reparto sia soddisfatto e possa lavorare al meglio.
Ci sono inquadrature a cui sono legato fin dall’inizio e che voglio conservare, altre che invece possono cambiare a seconda delle circostanze: comanda sempre l’ambiente. Chiudersi nelle proprie convinzioni rallenta la narrazione.

Il corto vede protagonista Marta Gastini, che si divide tra due figure diverse. Cosa è riuscita a dare Marta al corto e come mai hai affidato a lei il ruolo?

Interpretare due donne così distanti, sia nel tempo che nei comportamenti, era una sfida complessa. Avevo bisogno di un’attrice duttile e camaleontica: Marta Gastini corrispondeva perfettamente a questo profilo. Ha un volto elegante e antico, ideale per la poetessa del 1901, ma è credibile anche come ministro.
Con Marta si è creata subito una connessione. Fin dal primo incontro, durante una sua tournée teatrale a Genova, ha dimostrato totale disponibilità e voglia di mettersi al servizio della storia. La sua energia e il suo coinvolgimento sul set hanno reso più naturale tutto il lavoro. È un’attrice speciale e sono davvero grato per il contributo che ha dato al corto.

In questo corto è importante il legame con la poesia. Secondo te, quando il cinema diventa poesia?

Per me il rapporto cinema-poesia è imprescindibile: non riesco a pensare a un cinema che non contenga poesia. Spiegare la poesia è difficile, forse anche sbagliato. Io penso in modo poetico: è un mio rifugio dalla realtà. Amo la voce fuoricampo che legge poesie, perché sa accompagnare lo spettatore nel suo intimo.
Il cinema deve suscitare emozioni. Noi autori, sceneggiatori e registi abbiamo la responsabilità di far sentire il pubblico vivo. Sono stanco di uscire dal cinema arrabbiato o disilluso. Un film deve rilassare, far pensare senza agitare, portare lo spettatore nei suoi sogni, nel coraggio che usa per affrontare le paure, nel ritrovare l’amore che ha perso per strada.
La poesia è uno stimolo fondamentale: non spiega, entra dentro. Cerco di evitare tutto ciò che è didascalico o retorico. Non abbiamo bisogno di spiegazioni continue, ma di emozioni capaci di farci battere il cuore. Il cinema può farci rivivere momenti come il giorno in cui ci siamo innamorati, e non è poco. Vorrei vedere più persone innamorate e meno violente.

“La ragazza delle gardenie” sta avendo un grande successo tra i festival. Quali sono state le rassegne che ti hanno impressionato maggiormente?

Tutti i festival a cui ho partecipato, e sono stati parecchi, mi hanno lasciato qualcosa. Ho trovato tanta passione e trasporto per il cinema. Il festival più importante per me è sicuramente Ortigia, un vero gioiellino per il cinema d’autore. Ho apprezzato molto anche il Basilicata Film Festival, a Rionero in Vulture, dove ho incontrato persone fantastiche in un luogo vulcanico e incantevole, con una campagna dipinta e rilassante.
Il sistema dei festival, soprattutto per i corti, è fondamentale: è un onore essere invitato a queste manifestazioni. Ho letteralmente girato l’Italia, da nord a sud, incontrando persone, scoprendo posti e apprezzando ancora di più la nostra bellissima penisola. È una fortuna che questo lavoro permetta.

Durante la tua carriera hai realizzato diversi corti, come Lettera a Faber e Il volto nascosto del cyberbullismo. Ti senti pronto per un lungometraggio?

Finora mi sono dedicato principalmente ai cortometraggi, che hanno avuto un discreto successo. “Lettera a Faber” è stato il mio primo progetto, a cui sono profondamente legato, perché racconta le mie radici e il mio amore per Fabrizio De André. Ne “Il volto nascosto del cyberbullismo” ho avuto modo di lavorare con Giovanni Storti, comico con cui sono cresciuto e idolo di mio padre, ed è stato un vero sogno.
Oggi sono in una fase di attesa: non voglio forzare i tempi. Tra poco uscirà un documentario co-diretto con Edoardo Nervi sulla figura di Elia Orecchia, pescatore genovese e custode di un mestiere antico che non deve essere dimenticato. Ho anche portato in scena uno spettacolo teatrale, Voci Sole, sulla violenza digitale e di genere.
So che il prossimo passo sarà un lungometraggio. Ho scritto un soggetto molto personale, ispirato a momenti della mia vita. Per ora lo sto sviluppando nella mia testa: ho capito che non bisogna forzare, ma aspettare il momento giusto. Arriverà, e voglio essere pronto, anche se, lo ammetto, ho una gran paura.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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