Francesca Valtorta sta vivendo una vera e propria rinascita. Dopo averla ammirata nei panni di Margaret in “Una nuova vita”, fiction che si è da poco conclusa su Canale 5, l’attrice si appresta all’attesissimo ritorno ne “Il paradiso delle signore” riprendendo i panni di Valeria Craveri e che vedremo più agguerrita che mai a causa di vecchie ferite.
L’abbiamo intervistata, su “La voce dello schermo”, per parlare di come abbia dovuto raccontare, attraverso i personaggi da lei interpretati di recente, come le fragilità possano trasformarsi in un’occasione di arricchimento e in un punto di forza. L’attrice ha, inoltre, confidato di come abbia dovuto fare i conti anche lei con le proprie debolezze e di come sia riuscita a trovare un nuovo equilibrio attraverso un complesso lavoro su se stessa. Una chiacchierata sulla sua grande rinascita, su come ha saputo impadronirsi della propria vita, tornare a viverla nel migliore dei modi e a brillare sia umanamente sia artisticamente…

Abiti: Malloni
Si è da poco conclusa su Canale 5 “Una nuova vita”. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Sono felicissima perché è andata molto bene e siamo molto contenti degli ascolti ottenuti. È stata molto seguita ed è il coronamento di un lavoro di cui vado molto fiera. Umanamente e professionalmente è stata una bellissima esperienza. Abbiamo girato a San Martino di Castrozza tra la stagione invernale e la stagione estiva e si è creato un gruppo molto affiatato. Ho dei ricordi bellissimi di passeggiate, cene e di rapporti nati e cresciuti sul set e che durano anche oggi. È stato un periodo molto bello.
Cosa hai amato di Margaret?
È un personaggio molto diverso da quelli che ho interpretato durante la mia carriera. Lontana sia dalla mafiosa siciliana che avete visto in “Squadra antimafia” sia dall’eroina romantica in “Sacrificio d’amore”, che erano caratterizzati da una loro irruenza e da una passionalità molto esposta. Margaret lavora molto in sottrazione: è riflessiva, una donna integerrima, pacata e molto rispettosa del proprio lavoro. L’aspetto più interessante è stato cercare di fare emergere un’umanità e una fragilità presente in lei, ma è mascherata dalla grande corazza che indossa.
La serie parla di come le fragilità possano essere un arricchimento. In che modo pensi sia possibile?
La fragilità è sinonimo di sensibilità ed è un valore aggiunto se non diventa troppo forte e limitante. Bisogna saper lavorare sulle proprie fragilità, accoglierle, non respingerle, accettarle e fare in modo che non prendano il sopravvento e non diventino un limite. Per fare ciò c’è bisogno di fare un grande lavoro. Quando si riesce a trovare un equilibrio con noi stessi e con il mondo esterno, le fragilità sono belle perché non fanno più paura e, di conseguenza, diventano un arricchimento.
Come si riparano le crepe dentro di noi e come pensi ci si rialzi dalle cadute?
Il lavoro su noi stessi è fondamentale. Sono anni che lo faccio e ho seguito un percorso di analisi per diversi anni, cambiando anche diverse figure. Credo che, nei momenti di debolezza, bisogna farsi seguire da dei professionisti. In seguito a questo percorso, sono riuscita a rialzarmi e a diventare una persona completamente diversa rispetto a prima, in cui mi sentivo in balia delle mie fragilità. A volte la vera forza è accettare di essere deboli, di non potercela fare da soli e chiedere aiuto quando è necessario.
La recitazione può essere terapeutica?
È terapeutica, non è un caso che esista la teatro-terapia. Recitare ti mette in contatto con le tue emozioni e con il tuo vissuto, ti porta a lavorare con e su te stesso e ti spinge a porti delle domande. Tuttavia in certi casi non è sufficiente, anche se sicuramente può essere uno degli elementi che possono accompagnarti in un processo di crescita.
In che modo pensi ti abbia aiutato la recitazione nella tua vita?
È stato catartico interpretare alcuni ruoli perché l’essere umano è animato potenzialmente da tutti gli istinti, tutte le emozioni e tutte le passioni, comprese quelle negative. Nella socialità alcune possono essere espresse, altre meno. Noi attori possiamo esprimere, attraverso i nostri personaggi, emozioni che fanno parte di noi ma che non possiamo tirare fuori. Un esempio può essere vivere un amore molto passionale come in “Sacrificio d’amore”. Durante questa esperienza mi sono lasciata andare e ho tirato fuori dei lati caratteriali che facevamo parte di me ma che magari avevo vissuto poco. Oppure, girare le scene di azione interpretando Rachele Ragno mi ha permesso di sfogare alcune emozioni. È molto liberatorio ed è un lusso che noi attori abbiamo.
Il titolo della fiction ci rimanda a un momento in cui inevitabilmente la protagonista deve ricrearsi una nuova vita. Quali sono stati i momenti di svolta della tua vita o carriera?
Quello di quest’anno è stato un momento molto importante. Stavo male e non riuscivo a uscire da un buco nero che mi risucchiava. Il lavoro che ho fatto con la mia analista e il mio psichiatra è stato fondamentale perché mi ha cambiato la vita. Sono una persona diversa, lucida, in equilibrio, padrona di me stessa e capace di vedere le cose belle che ho e che ho sempre avuto ma che prima non vedevo. Sento di aver fatto un lavoro che mi ha cambiato lo sguardo sul mondo che mi circonda. È come impari a guardare le cose che hai che ti può rendere felice o infelice.

Abiti: Malloni
C’è la possibilità di una nuova stagione della serie?
Ne parliamo tantissimo all’interno del nostro gruppo whatsapp e per noi sarebbe un sogno, perché siamo stati così bene che lo speriamo con tutte le nostre forze. Purtroppo non si sa e al momento non abbiamo informazioni a proposito. Incrociamo le dita!
Sei apparsa molto toccata dalla scomparsa di James Van Der Beek. Secondo te, oltre ovviamente al dispiacere per la scomparsa di una persona, cosa fa sì che la gente si affezioni tanto a un personaggio?
Avevo quindici anni quando uscì la serie e ho vissuto la mia adolescenza assieme a Dawson, Joey, Pacey e Jen. Questa serie e lui, che la rappresenta, incarnano gli anni della mia adolescenza, in cui la tecnologia non era presente come oggi, non c’era Instagram e tante cose erano diverse e più belle perché le ricordiamo con nostalgia e non ci sono più. È come se la sua scomparsa avesse dato, a me e a chi ha vissuto quella generazione, uno schiaffo in faccia mettendoci di fronte alla morte della nostra adolescenza e giovinezza. È stata una botta per questi motivi, oltre ovviamente al dispiacere per la persona, per l’attore e per la situazione.
A breve assisteremo al tuo ritorno ne “Il paradiso delle signore”. Cosa dobbiamo aspettarci e come mai questo ritorno al passato?
È stato un meraviglioso regalo che va a chiudere un cerchio e di cui sono felicissima. Mi hanno chiamato e mi hanno chiesto se avessi voglia di far rinascere Valeria Craveri. Credo che poter riprendere in mano un personaggio a distanza di dieci anni sia un privilegio enorme per un attrice. Gli sceneggiatori hanno saputo regalarle un background interessante, che ho fatto mio e che ho cercato di raccontare nel migliore dei modi. È stato divertente perché la Valeria di dieci anni fa viveva negli anni ‘50, mentre adesso nella serie siamo quasi alla fine degli anni ‘60. È stato bello assistere al cambiamento della moda, delle pettinature e degli abiti. È molto divertente giocare con l’abbigliamento. Sono molto contenta di questo ritorno. Ritroviamo una donna forte, carismatica e che, durante questi dieci anni, ha ricevuto alcune batoste che la faranno tornare più agguerrita che mai, con ferite e fragilità che l’hanno segnata e arricchita.
Hai parlato di quanto sia divertente giocare con i costumi. Quali abiti senti più tuoi?
Da Valeria ne “Il paradiso delle signore” a Silvia in “Sacrificio d’amore” sono state vesti che ho indossato con molto piacere, dal momento che l’abito d’epoca femminile mi piace tantissimo e mi sento molto a mio agio a indossarlo. Quanto più l’abito è diverso dal mio quanto più è interessante da indossare. I costumi, il modo di parlare e di muovermi cambiano e si accordano a ogni tipo di personaggio e aiutano a entrare nel ruolo e sono elementi fondamentali nel nostro lavoro.
Cosa rappresenta per te “Il paradiso delle signore”?
È una gioia, motivo di grande orgoglio, soddisfazione e sono felicissima di essere rientrata in questa famiglia. Ho ritrovato tantissime persone che conoscevo e con cui avevo lavorato negli anni. Ho avuto accanto a me registi, colleghi e sceneggiatori che si sono confrontati con me e ho trovato un ambiente molto stimolante.

Sei in tournée con “Uno, nessuno e centomila”, che accoglienza state riscontrando?
Abbiamo avuto una bellissima accoglienza, registrando il tutto esaurito dappertutto e stiamo ricevendo richieste per la prossima stagione. La produzione ci ha chiesto la disponibilità per un terzo anno. Siamo molto contenti e stupiti, perché l’adattamento del testo poteva essere non semplice da far arrivare allo spettatore. Noi siamo riusciti a dare una nostra interpretazione, inserendo personaggi che rappresentano la meschinità umana e la cecità di cui si ritrova circondato il protagonista. Abbiamo messo in scena questi personaggi in maniera grottesca, esasperata e inserendo elementi di commedia che spesso vengono non visti o eliminati. In questo modo il testo viene alleggerito, senza però perdere la profondità e l’importanza del messaggio del romanzo, e il pubblico ne rimane piacevolmente sorpreso.
Cosa dobbiamo aspettarci da Francesca?
Sono molto contenta del presente e me lo voglio vivere senza pensare al dopo. Mi voglio godere la tournée con i miei compagni di viaggio, con i quali ho festeggiato i miei quarant’anni. Poi farò dei viaggi bellissimi, tra cui il Cammino di Santiago e partirò per Siviglia con mia madre, Cordoba e in Marocco a Tangeri. A fine maggio riprenderò le riprese de “Il paradiso delle signore” e ne sono felicissima.
Di Francesco Sciortino

