Antonio Bannò ci ha regalato interpretazioni interessanti e accattivanti in tantissimi prodotti televisivi e cinematografici. È, infatti, Chicco in “Vita da Carlo” al fianco di Carlo Verdone, ruolo che riprenderà presto nella quarta stagione; è stato protagonista – interpretando Pinna – de “La guerra del Tiburtino III” di Luna Gualano e lo abbiamo ammirato in serie come “Gigolò per caso” e “Christian”. In queste settimane lo stiamo vedendo nei panni di Federico in “Ogni maledetto fantacalcio”, commedia diretta da Alessio Maria Federici e che è disponibile su Netflix.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo su “La voce dello schermo”. L’attore si è raccontato parlando della stimolante sfida che ha rappresentato per lui far parte del nuovo film di Netflix e della bella atmosfera che si è creata all’interno di questo set, della grande opportunità che ha significato poter lavorare con Carlo Verdone in “Vita da Carlo” e delle altre esperienze che l’hanno riguardato. Ma non è tutto, Antonio ha parlato del proprio legame con la recitazione, dell’importanza per un attore di essere vulnerabile e di come si riesce a veleggiare nelle complicate acque del cinema. A voi…

Ti stiamo vedendo su “Netflix”, in “Ogni maledetto fantacalcio”. Com’è stato entrare nel folle mondo del fantacalcio e far parte di questa squadra?
È stato molto divertente. L’aspetto che mi ha conquistato maggiormente è stato il gruppo di attori che ho trovato. Oltre al rapporto di stima che si è creato, ho visto grande affiatamento e non si perdeva mai l’occasione per aiutarsi.
Quali opportunità ti ha offerto essere diretto da Alessio Maria Federici all’interno di un genere così estremo e grottesco?
Credo che Alessio Maria Federici abbia il talento di sapere ascoltare le persone di cui si circonda, cercando spesso il confronto con i membri della crew e con il cast del film. Ho amato questo approccio e tutti erano parte del processo. Inoltre, pur sembrando un film sul fantacalcio, è molto più complesso di questo e non si limita a raccontare soltanto questo mondo.
Che rapporto hai con il fantacalcio?
Piuttosto che guardare lo sport, preferisco praticarlo. Tuttavia, sono dentro il gruppo del fantacalcio dei miei amici e le dinamiche sono le stesse: mi fa molto sorridere leggere gli insulti che si lanciano per una partita di fantacalcio o quelli rivolti a loro stessi per aver lasciato in panchina un giocatore che ha fatto doppietta.

Dal folle mondo del fantacalcio a quello della recitazione. Secondo te, c’è della follia nella recitazione?
Non saprei. Credo di sì, ma penso ci sia anche una buona parte di narcisismo e di egoismo che bisogna tenere a bada. La recitazione è un’arte che continuo a scoprire e che non smette di sorprendermi. Mi piace ascoltare le dichiarazioni dei colleghi per conoscere punti di vista nuovi a riguardo. Qualche giorno fa, ad esempio, ho ascoltato l’intervista a Toni Servillo a Venezia, in cui gli si chiedeva come scegliesse i ruoli. Ha risposto dicendo di cercare un corpo e una voce. La reputo un’affermazione molto bella.
Come scegli i ruoli tu?
Purtroppo, non sono nella posizione di scegliere! (ride ndr.) Faccio i provini, ma ci sono tantissimi fattori che contribuiscono al ruolo che ottieni e se vieni scelto o no. Ci sono delle dinamiche che prescindono dal fatto che tu sia bravo o no, come ad esempio le caratteristiche di un personaggio.
Secondo te, in che modo l’istinto influenza l’interpretazione?
Credo dipenda dall’approccio. Ci sono attori che hanno il guizzo e Francesco Russo è uno di quelli. Nel momento in cui dici una cosa, è capace di rigirartela come vuole. Verdone è un maestro in questo: nel momento in cui improvvisi una frase, lui la prende e la rigira. Questo è un talento innato. Tuttavia, ci sono anche attori che studiano bene il testo e che si appoggiano maggiormente al copione.
Se il fantacalcio è una sfida di strategie, la recitazione cos’è?
Mi viene da dire “vulnerabilità”. Credo che un bravo attore debba essere vulnerabile.
Perché?
Deve esserlo per farsi attraversare dal personaggio, dalla frase del collega e dalla situazione che sono alla mercé del pubblico. Mi viene in mente Matthew McConaughey in “Interstellar”, durante la scena in cui si commuove vedendo il messaggio della figlia dopo tanto tempo e che si dice sia stata girata con un ciak. In quel momento quell’attore è stato vulnerabile e si è fatto attraversare da quelle battute. Magari qualcuno non sarà d’accordo con me, ma è anche il bello di questo mestiere.
Quale pensi sia stata la scena che ti ha reso più vulnerabile durante la tua carriera?
Durante l’ultima puntata di “Christian”, c’è una scena con Edoardo Pesce che mi ha entusiasmato e girarla è stato molto soddisfacente. Si parlava di invidia ed è un sentimento che mi affascina molto perché tra tutti i vizi capitali è quello più trascurato. Si sente dire: «Sono gelosissimo!» o «Sono goloso» ma non sentirete mai dire: «Come invidio io, non invidia nessuno!» (ride ndr.).
A proposito di “Christian”, ti ha permesso di lavorare con Stefano Lodovichi. Com’è stato recitare sotto la sua guida?
“Christian” è una serie che, secondo me, avrebbe meritato di più perché era molto bella. Stefano ascolta molto, è un buon capitano di barca, così come Federici. Aveva molto chiaro ciò che sarebbe successo nella scena e bisognava mettersi nella predisposizione giusta per dargli quello che desiderava.
Hai parlato di “capitani di barca”. Come si sta all’interno di queste barche?
Quello della recitazione è un mondo di pirati! (ride ndr.) Mi piace tanto il set, amo le sue dinamiche e la possibilità di incontrare nuovamente compagni di lavoro con cui avevo lavorato anni prima.
Come si fa a non fare naufragare questa barca?
Quelli sono fatti del regista! Scherzi a parte, credo che tutto consista nel trovare un equilibrio tra l’essere competenti, leggeri e un po’ punk perché a volte è necessario trovare soluzioni strambe per la riuscita della scena. Ad esempio, una volta ho visto un carrello realizzato con dei pattini.
Un altro personaggio che ha segnato positivamente la tua carriera è sicuramente Chicco in “Vita da Carlo”. Cosa rappresenta per te?
È iniziata cinque anni fa e abbiamo da poco finito di girare la quarta stagione. Prima di “Vita da Carlo” non avevo fatto tantissimi lavori. È stata una grande occasione, bella e importante, sia perché mi ha permesso di lavorare con Carlo Verdone sia perché mi ha dato la possibilità di farmi conoscere dal pubblico. Ringrazierò Verdone per tutta la vita.

Cosa hai ammirato di lui?
Oltre allo straordinario talento, il fatto di essere fuori da certe dinamiche che fanno male alla recitazione. Fa parte di una generazione che ha visto un cinema di un certo spessore. Ci raccontava di un cinema che non esiste più e ci diceva che non avevano il monitor. Mentre oggi si gira la scena e la si rivede, a quei tempi bisognava capire se una scena faceva ridere e funzionava, anche osservando se l’operatore accennava un sorriso o no. Inoltre, è un grande raccontatore di aneddoti ed è sempre un piacere sentirlo parlare di cinema.
Cosa pensi lo abbia colpito di te?
Ricordo che rimase colpito dalla mia faccia. Ho un naso pronunciato e il mio viso è diventato per certi versi un marchio di fabbrica. Credo che l’attore sia schiavo della sua faccia perché potrà cambiare tutto, ma il volto è sempre quello.
Federico e Chicco sembrano essere molto differenti, anche dal punto di vista visivo…
Sì, sono personaggi diversi, con situazioni e contesti differenti. La maggior parte del lavoro sul personaggio di Federico è stato fatto sul costume e con il costumista Fusco. Spesso dialogo con chi pensa all’estetica del personaggio per studiare l’idea originale nei bozzetti o nelle grafiche e per capire come trasformarlo in carne e ossa. Filippo Dini una volta, mentre stava lavorando su “Ivanov” di Čechov, disse di aver capito il personaggio nel momento in cui ha cambiato i calzini e ha iniziato a indossare calzini più spessi e lunghi. Ritornando a ciò che disse Servillo, è il corpo che fa il personaggio. Federico è più composto perché ha una giacca e una camicia molto stretta e il personaggio prende vita grazie a una serie di elementi che si intersecano tra loro.

Riguardo i progetti futuri, invece, cosa dobbiamo aspettarci da te?
Ovviamente non posso parlarne tanto, mi aspetta un film di cui sono molto contento e le cui riprese partiranno a ottobre. Inoltre, farò un po’ di teatro con uno dei registi di “Vita da Carlo”: Valerio Vestoso. Ha scritto questo monologo, debuttiamo a Napoli tra una decina di giorni e faremo un paio di date. Credo sia importante il rapporto che si crea con chi lavori.
Ti abbiamo visto cimentarti in tante commedie, ti piacerebbe metterti alla prova in un genere profondamente diverso?
Anche domani. Ma deve presentarsi l’opportunità perché non decido io e non dipende da me.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Grazie alla voce dello schermo riesco a fare uscire le mie emozioni e per me è molto più facile essere empatico attraverso uno schermo piuttosto che nella vita reale, anche se lo trovo assurdo.
Di Francesco Sciortino


