Quest’anno abbiamo assistito al ritorno alla Mostra del cinema di Luca Vergoni che, dopo essere già stato a Venezia nel 2021 con “La scuola cattolica”, è tornato per presentare “Orfeo” di Virgilio Villoresi. L’attore si è raccontato, su “La voce dello schermo”, parlandoci di quanto sia stato stimolante interpretare Orfeo, della particolarità stilistica che il film presenta e del doversi addentrare tra il mito di Orfeo ed Euridice e “Poema a fumetti” di Dino Buzzati. Luca ha, inoltre, ricordato gli altri progetti che hanno segnato positivamente la propria carriera, da “La scuola cattolica” – in cui ha dovuto raccontare il controverso Angelo Izzo – al teatro, e ci confidato infine con quale ipotetico progetto gli piacerebbe tornare in futuro al Festival del cinema di Venezia. A voi…

Total look: Sandro Paris
Press: Lorella Di Carlo
Ti abbiamo visto a Venezia per presentare “Orfeo”, un viaggio in bilico tra vita, sogni e morte. Che esperienza è stata per te?
È stata un’esperienza fuori dal comune. La produzione è stata molto atipica, iniziata tre anni fa con un abbozzo di storyboard. Mi innamorai sin da subito del progetto perché si percepiva come sarebbe stato a prodotto compiuto. Ho trovato affascinanti le tecniche utilizzate come le scenografie ricostruite, la stop motion e la pellicola. Mi sento fortunatissimo di aver fatto parte di un progetto del genere, indipendente e con un artista come Virgilio (Villoresi ndr.) perché nel cinema contemporaneo non è facile da trovare.
Da attore, invece, che sfida ha rappresentato per te interpretare Orfeo?
È stata una bella sfida. Il processo creativo è partito da una parte intellettuale e mi sono andato a informare sul mito di Orfeo ed Euridice per avere più spunti a disposizione. Inoltre, ho discusso molto con Virgilio riguardo tematiche come le fasi del lutto e l’abbandono. Dal punto di vista fisico, sul set avrei dovuto muovermi all’interno di scenografie che sembravano più grandi rispetto a quelle che erano in realtà. Mi ha portato a muovermi all’interno di un mondo che era sempre diverso ma al contempo lo stesso: fittizio ma realistico. Un’altra insidia del film è stata dover recitare con la stop motion, perché avrei dovuto recitare con dei pupazzi che sarebbero stati animati in seguito senza di me e rendere realistico qualcosa che non c’era ancora e che sarebbe diventato vero successivamente.
Il film ha due riferimenti letterari: “Poema a fumetti” di Dino Buzzati e il mito di Orfeo ed Euridice…
Sì, “Poema a fumetti” mi ha sorpreso. Non lo conoscevo prima di parlare del film con Virgilio e, dopo averlo letto, rimasi stupito. Era già folle nella poetica e nei disegni. Pensare a come il regista l’avrebbe reso nell’adattamento cinematografico mi suscitava grande curiosità. Buzzati è un grande autore italiano e aver fatto parte di un progetto tratto da una sua opera mi rende fiero. Riguardo, invece, il mito di Orfeo ed Euridice è stato interessante studiarlo senza doverlo specificare troppo. Ci siamo concentrati sul realizzare una versione diversa e con un mondo che ci potevamo immaginare noi.
Il punto di vista stilistico è molto importante in questo film, che diventa quasi un viaggio sensoriale. Secondo te, come mai il cinema sente la necessità di cercare anche altro rispetto al raccontare semplicemente una storia?
Un’idea me la sto facendo attraverso ciò che sta diventando la rete. Sui social si mostra sempre ciò che si vuole, soltanto le cose positive e spesso filtrate. Diventa quasi un mondo asettico, dove manca uno scambio di empatia e di umanità. Inoltre, con l’avvento dell’intelligenza artificiale non si riesca a distinguere se ciò che vediamo sia vero o finto e credo che tutte queste situazioni porteranno il pubblico a prediligere opere più sensoriali o delle performance dal vivo dove si può vedere ciò che accade in tempo reale. Credo che gli artisti, in questo momento storico, siano i primi a compiere questo salto, cercando di rimanere più con i piedi per terra e meno con la testa nel cloud! (ride ndr.).
Come pensi bisogna conciliare arte e cinema?
Credo che arte e cinema si incontrino nel momento in cui ci sono autori che hanno qualcosa da dire e la voglia di dirla in un determinato modo.
Che emozioni hai provato a Venezia?
Mi piace dire che è stata la mia seconda prima volta a Venezia. La prima volta andai a presentare “La scuola cattolica” ma ero molto timido di fronte a un mondo così grande. Mi nascondevo dietro un cast che aveva una maggiore visibilità, come Benedetta Porcaroli, Jasmine Trinca e Valeria Golino. Tornare a Venezia da protagonista – con un film indipendente, che ci abbiamo messo due anni e mezzo per girarlo e in cui abbiamo dedicato le nostre forze e la nostra fatica – è stata una soddisfazione enorme e una gioia immensa sia per me sia per quello che rappresenta per Virgilio.
Da quella volta, com’è cambiato Luca?
Sono cresciuto. Sono andato a Venezia molto più tranquillamente e con una maggiore consapevolezza di voler fare questo mestiere per tutta la vita. Voglio vivere a tutto tondo questo mondo.
Riguardo, invece, “La scuola cattolica”. Hai interpretato Angelo Izzo, com’è stato rendere un personaggio realmente esistito e così negativo?
È stata un’esperienza abbastanza particolare. Rispetto ai miei colleghi, Giulio Pranno e Francesco Cavallo, avevo più elementi dal momento che Izzo era stato più visibile. Ho potuto disporre di più materiale di studio per prepararlo bene e non avviene spesso perché a volte non si dispone del tempo necessario per farlo nel migliore dei modi.
Sei mai stato combattuto nell’accettare il ruolo?
Capisco la difficoltà nell’accettare un ruolo troppo negativo, in realtà non sono stato mai stato titubante. In questi casi ci si prende la responsabilità di raccontare una storia e, qualsiasi ruolo tu abbia, la devi portare a termine. Il personaggio è uno strumento, come il pianoforte per il pianista, e deve essere in funzione di qualcos’altro. Se tutti quanti rifiutassero i ruoli da cattivi, non ci sarebbero più storie da raccontare.
Il teatro è un altro mondo che ti appartiene. Cosa ti regala il palco?
Il teatro riesce a regalarmi una soddisfazione immediata in un certo senso, perché stare in contatto con il pubblico e avvertire il suo respiro porta un’emozione unica e che mi ha spinto sempre di più a farlo. Ho bisogno di teatro per alimentarmi come attore e perché sono sempre stato molto legato a questo mondo. Nell’ultimo spettacolo, “Il contagio”, diretto dal mio migliore amico, Andrea Goracci, abbiamo raccontato di un anarchico, di un comunista e di una liberale che vengono messi all’interno di un ospedale a causa della contagiosità delle loro ideologie. Il teatro è bello anche perché offre tanti spunti di riflessione.
Dopo essere tornato a Venezia per la seconda volta, con che progetto ti piacerebbe tornarci in futuro?
Non saprei adesso. Ho in mente tanti progetti per la mia carriera, ma non mi piace quando si compiono scelte di corsa. Quindi, con calma, penso di poter continuare il mio percorso bene, perché la fretta è nemica delle cose belle. Sognando un ritorno a Venezia in futuro, con una storia che mi piacerebbe raccontare, direi nell’adattamento del romanzo “Naif.Super” di Erlend Loe e edito da Iperborea. È la storia di un ragazzo che non sa cosa stia facendo, che rinuncia a tutto e ricomincia da capo. Prende un foglio e comincia a scrivere cosa amava da bambino fino a capire dov’è arrivato e come vuole continuare la sua vita.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Significa sospensione e magia. Staccarsi dalla realtà e allo stesso tempo osservarla è sempre stato interessante nel cinema. Sembra che si debba guardare un film soltanto per distrarsi dal mondo che ci circonda ma, in realtà, i film ci fanno notare cose della nostra vita che non avremmo notato.
Di Francesco Sciortino


