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Intervista a Gaja Masciale: “Far parte di ‘Duse’ è stato indimenticabile. Sono rimasta sorpresa da me stessa” L’attrice racconta su “La voce dello schermo” le emozioni di Venezia e le indimenticabili sensazioni provate durante le riprese del film di Pietro Marcello e al fianco di Valeria Bruni Tedeschi.

Set 19, 2025
Foto di Maddalena Petrosino. Total Look: Sportmax Location: The Rome Edition. Hair & MakeUp: Martina Belleggia. Styling: EP Suite 19 PR. Ufficio Stampa: Lorella Di Carlo

Dopo il grande successo alla Mostra Del Cinema di Venezia, “Duse” è uscito nelle sale il 18 settembre. Il film è prodotto da Palomar, Avventurosa, Rai Cinema, PiperFilm, Ad Vitam Films, è diretto da Pietro Marcello e ha per protagonista Valeria Bruni Tedeschi e, al suo fianco, altri attori di prim’ordine, come Fanni Wrochna, Gaja Masciale, Noémie Merlant, Fausto Russo Alesi, Vincenzo Nemolato e Vincenzo Pirrotta.
Dopo aver incantato Venezia per la propria eleganza, Gaja Masciale si è raccontata su “La voce dello schermo” parlando di cosa abbia significato per lei interpretare Cecilia Rinaldi in “Duse” e dell’impegnativa sfida che ha rappresentato per lei girare scene intense con Valeria Bruni Tedeschi, una performance che il regista Pietro Marcello ha definito un vero e proprio “battesimo” per Gaja. L’attrice ha, inoltre, ricordato altre esperienze importanti come “Sul più bello”, “Eppure Cadiamo Felici”, “I leoni di Sicilia” e “Champagne”. Questo e altro nella nostra intervista a Gaja Masciale: un viaggio tra eleganza, ricerca di verità nelle interpretazioni e sfide stimolanti che hanno lanciato l’attrice nel cinema che conta. A voi…

Foto di Maddalena Petrosino.
Total Look: Sportmax
Location: The Rome Edition.
Hair & MakeUp: Martina Belleggia.
Styling: EP Suite 19 PR.
Ufficio Stampa: Lorella Di Carlo

Partiamo dalle emozioni di Venezia. Cosa porti nel cuore di quei giorni?

Sicuramente una gioia estrema e faccio fatica a credere che sia accaduto veramente. Avevo la sensazione – in sala, mentre guardavo il film – che si stesse realizzando un sogno e un progetto a cui tenevo veramente tanto. Quando ci si rende conto che ciò che hai sognato è vero ed è diventato realtà, è sempre un grande momento personale. Non avevo ancora visto il film, guardarlo mi ha lasciato sbalordita per la potenza dell’operazione in toto e dell’interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi. È stato un turbinio di emozioni e un viaggio meraviglioso.

Durante le riprese, si percepiva la potenza del progetto?

Assolutamente sì. Sin dal primo incontro e dalle prime letture, ho compreso che avrei fatto parte di un progetto molto ambizioso e di una grande operazione. Era presente una cura estrema per i dettagli da parte di ogni persona presente nella realizzazione del film e nulla veniva lasciato al caso. Quando incontri dei grandi artisti, dal regista ai miei colleghi, lo senti.

Il film è stato acclamatissimo a Venezia. Cosa hai amato di questa esperienza?

È stata la prima volta che ho avuto la possibilità di girare in pellicola ed è stato lungimirante perché possedeva un altro gusto. La accomuna un po’, per certi versi, all’esperienza teatrale che, nel momento in cui si va in scena, è importante ottenere il “buona la prima”, non avendo possibilità di replica. La pellicola ti restituisce quella sensazione di non avere infiniti tentativi davanti a te. Ti fa percepire lo scorrere del tempo e ti mette in una condizione di non risparmiarti mai dal punto di vista attoriale.

Perché è stato stimolante interpretare Cecilia Rinaldi?

Per prima cosa, è stato meraviglioso trovarmi a tu per tu con Valeria Bruni Tedeschi e girare la scena dello scontro, perché attraverso questo momento si toccano delle vette inimmaginabili per l’essere umano. Ho avuto la sensazione di cavalcare un crinale tra finzione e realtà, mi ha permesso di entrare all’interno di una zona molto viscerale dell’essere umano, anche grazie al talento di Valeria e al suo aiuto. Mi ha insegnato l’arte dell’irriverenza e Cecilia è un’attrice che non si ritrae di fronte a una difficoltà, anzi si ribella. Questo le permette di entrare in conflitto con Eleonora Duse. Mettere in scena questo contrasto è ciò che noi attori cerchiamo: trovare la chiave di una scena e arrivare a una verità estrema e inimmaginata.

Come si sta testa a testa, artisticamente, con Valeria Bruni Tedeschi?

(ride ndr) Sicuramente è un’esperienza che non ti dimentichi più. Ricordo che anche durante i mesi successivi continuavo a sognare i suoi occhi, la sua voce e quel momento. È una sensazione che ti rimane attaccata e ti fa sentire sia piccolissima sia motivata. Di fronte a una situazione così impegnativa, sono rimasta sorpresa di cosa sono stata in grado di fare e della forza che sono riuscita a tirare fuori. Sono profondamente grata a questo incontro e mi ha cambiato un po’ l’attitudine a questo lavoro. Pietro Marcello mi ha detto che sono stata battezzata artisticamente da questo momento.

Foto di Erika Kuenka

Riguardo il lavoro con Pietro Marcello cosa ti ha colpito?

Posso dire che sono fortunate le persone che hanno il privilegio di incontrarlo. Lavorare con un artista così è una fortuna rara per la genialità, il talento e soprattutto per il fatto che ha amato e protetto insistentemente ogni suo attore. La sua priorità era proteggere gli esseri umani che aveva attorno a lui e creare un gruppo di lavoro estremamente tutelato e in una condizione di grande libertà. Quando c’è fiducia, c’è anche libertà espressiva. Mi ha colpito molto perché non capita sempre.

Hai conquistato Venezia con la tua eleganza. Cos’è per te?

L’eleganza è contemporaneamente a un aspetto estetico, penso che sia anche un lato caratteriale, qualcosa a cui tendere nel quotidiano. L’eleganza intesa come bellezza e purezza nei gesti. Durante la preparazione avevo il terrore di risultare fuori luogo, ma non perché fossi preoccupata di come dovevo apparire, ma perché volevo restituire lo stato d’animo che mi appartiene che fa parte di un rispetto estremo della situazione in cui mi trovo, del film e delle persone con cui ho lavorato. L’eleganza è un po’ la consapevolezza di preservare dei valori che hanno a che fare con l’antico, ma non per questo sono fuori moda.

Oltre a Valeria Bruni Tedeschi, hai dovuto confrontarti anche con il mito di Eleonora Duse. Com’è stato approcciarti con questa figura?

L’ho vissuta con un senso di grande avventura. Conoscevo il mito di Eleonora Duse nei miei percorsi di studi ma avevo ancora il dubbio su cosa significasse essere Eleonora Duse e su come recitasse. Abbiamo pochissime tracce, se non “Cenere” che è un film muto ma, nel momento in cui lo vedi, si riconosce comunque il suo talento, si percepisce il suo lavoro di sottrazione e sembrava una recitazione fuori dal suo tempo. Incontrarla era un grandissimo desiderio, potere realizzare questo incontro, in senso metafisico, è stato ancora meglio di come potessi immaginare perché Valeria è stata lungimirante e ha incarnato perfettamente l’animo di questa donna. Navigare in queste tracce da scovare è stato un bellissimo momento per me.

Lei dice: “L’unico modo che ho di rispondere alla guerra è il teatro”. Come commenti questa frase in giorni come questi?

È sicuramente una frase che ha un impatto enorme su di me. La trovo estremamente vera e significativa per il momento in cui viviamo. C’è una scena molto bella in cui Eleonora Duse ha un confronto con Sarah Bernhardt e in cui dice: “ma dopo tutto quello che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto, come fai a mettere in scena ancora testi che non hanno nessuna aderenza con il contemporaneo”. Questo fa rimettere in discussione Eleonora che sceglie di mettersi alla prova mettendo in scena un testo per quel tempo contemporaneo. Credo che sia estremamente importante perché l’artista deve interrogarsi su come possa darei il proprio contributo. Viviamo in tempi in cui facciamo fatica a credere in qualcosa, abbiamo una profonda necessità di riconoscerci in ciò che vediamo e credo che l’arte abbia il dovere di rappresentare qualcosa in cui credere.

Qual è il carburante della recitazione, secondo te?

La vita vera, gli sbagli che facciamo, le storie che la gente ha voglia di raccontare e, oggi più che mai, i sentimenti dell’animo umano.

Cosa ti spaventa di questo mondo?

Il fatto che viviamo in un’epoca in cui ci dimentichiamo velocemente di tutto e che siamo facilmente sostituibili. Mi fa un po’ paura perché significa che il lavoro che fai oggi può essere importantissimo, ma domani ci potrà essere sempre qualcuno che lo farà meglio di te. Tuttavia, mi consola il fatto che sono fiduciosa nella durata e certe verità trovano loro spazio nella durata del tempo.

Foto di Erika Kuenka

Vanti una bellissima carriera, negli ultimi anni sei cresciuta tantissimo e velocemente dal punto di vista artistico. Come si bruciano le tappe e come pensi di essere cambiata come attrice?

In realtà, non credo sia stata una crescita così rapida. Penso sia stato un processo di costruzione che mi ha dato l’opportunità di metabolizzare ogni cambiamento. Mi ha permesso di pormi degli obiettivi sempre molto lucidi per fare dei passi successivi.

Altri set in cui ti abbiamo ammirata sono: “Sul più bello”, “Champagne” e “I leoni di Sicilia”. Cosa ricordi di questi set?

Di “Sul più bello” ricordo l’alchimia che si è creata con i miei colleghi. Era il mio e il loro esordio e avevamo la sensazione di poter crescere insieme ed è stato molto bello poter mettere un pezzetto di vita personale in questa esperienza artistica. “I leoni di Sicilia” è stato il primo set in costume ed è stato bellissimo poter esperire quel tipo di recitazione e quel mondo. “Champagne” invece mi ha permesso di scoprire meglio la vita di Peppino Di Capri e trovo sia sempre avvincente conoscere i tratti umani di artisti noti al grande pubblico per il loro talento.

Se fossi una giornalista che domanda faresti a Gaja?

Le chiederei: “Quanto è importante per te essere Gaja attrice e Gaja essere umano?” e “Pensi che la separazione sia un processo immediato o c’è identificazione istantanea?”.

Qual è la tua caratteristica da attrice che ti rende fiera di avere?

Il mettere da parte sempre sul set i miei timori, le mie paure e la mia stanchezza. Sono instancabile e potrei andare avanti all’infinito senza risparmiarmi. Mi ritengo contenta di questo, nonostante sia molto critica con me stessa.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Ci sono pensieri, sentimenti o sensazioni che possono abitare dentro di me ma a cui non sono in grado di dare un nome specifico o non sono ancora in grado di verbalizzare. La voce dello schermo è la trasposizione immediata che un mio pensiero che posso avere, lo posso sentire. Nel momento in cui senti delle cose, ti ci riconosci, sai dargli un nome e identificarle, quindi, riesci a portarle con te con consapevolezza. Questa è la voce dello schermo.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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