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Dom. Feb 8th, 2026

Intervista a Enrico Borello: “I personaggi che interpreto mi aiutano a capire meglio me stesso” L’attore, in queste settimane su Netflix in “Ogni maledetto fantacalcio” e nei mesi scorsi ne “La città proibita” di Gabriele Mainetti, si racconta su “La voce dello schermo”.

Set 11, 2025
Foto d Guido Stazzoni

Dal 27 agosto potete vedere, su Netflix, “Ogni maledetto fantacalcio”, commedia diretta da Alessio Maria Federici che racconta le vicende di un gruppo di amici esasperati dai problemi quotidiani e da quelli provocati dal gioco più amato dagli italiani: il fantacalcio.
Abbiamo intervistato – su “La voce dello schermo” – Enrico Borello, che nel film interpreta il controverso e arrivista Gianni. L’attore ha raccontato dello stimolante banco di prova che ha rappresentato la commedia di Federici, mostrandosi in un ruolo profondamente differente rispetto a quello di Marcello ne “La città proibita” di Gabriele Mainetti e in cui l’abbiamo ammirato e apprezzato nei mesi scorsi. Proprio riguardo il film di Mainetti, Enrico ha ricordato quanto sia stato fondamentale per lui far parte di questo progetto, che ha segnato un vero punto di svolta, e ha ricordato altri lavori che hanno reso gratificante la sua carriera, da “Settembre” di Giulia Steigerwalt a “Familia” di Francesco Costabile. Infine, l’attore ci ha confidato alcune considerazioni riguardo il mondo del cinema e ha sottolineato l’importanza di provare a lasciare alle spalle la dicotomia tra cinema d’autore e cinema mainstream. A voi…

Foto di Guido Stazzoni

Ti stiamo vedendo su Netflix in “Ogni maledetto fantacalcio”, film diretto da Alessio Maria Federici. Com’è stato raccontare il mondo del fantacalcio e di Gianni?

È stato molto divertente e ho conosciuto un sacco di colleghi speciali. Si è creato un bel gruppo di lavoro. Alessio Maria Federici è una personalità che, se non la incontri nella vita, la devi andare a cercare. È un artista senza censure, come ormai ne esistono pochi. Ci prova, lotta e riesce a fare incontrare le persone giuste. Ha il merito di aver creato una bella squadra, affiatata e professionale ed è un aspetto raro. Ho trovato colleghi, attori – anche di teatro – di una certa caratura, che hanno dato voce e corpo a questo film.

Quanto è importante per un attore lavorare all’interno di un’atmosfera del genere?

Il lavoro di squadra è la base. Si recita insieme, non da soli. Avere un buon gruppo di lavoro significa fare esperienze più ricche, trovare una bella armonia e orchestrarci bene tra di noi. Non c’è nessuno che rimane un personaggio indefinito e vengono esaltate le caratteristiche di ogni attore.

Che sfida rappresenta interpretare un personaggio per certi versi estremo?

Tutto ciò che ti richiede di andare verso un estremo diventa ultra-stimolante. Gli estremi sono difficili da raggiungere. Viviamo all’interno di una zona grigia e questa società ci educa a essere per certi versi, tutti quanti, la stessa entità indefinita. Avere la possibilità di spingere verso dei poli, su cui possiamo essere più o meno aderenti, diventa interessante per renderci conto anche di quanto sia lontano da noi un polo rispetto all’altro.

Un attore quanto si può spingere nell’interpretazione?

Credo dipenda dall’indole della persona che interpreta un determinato personaggio. Ognuno di noi è diverso, io cerco di provare a dare più che posso e più del massimo. A volte può essere difficile o un po’ spaventoso. Può capitare che in alcuni ruoli che sembrano più estremi riesco a buttarmi con più facilità, mentre in altri può diventare più difficile per una serie di convenzioni mentali mie personali rispetto a come guardo le cose. Mi è accaduto in “Ogni maledetto fantacalcio” e sono riuscito a spingermi oltre anche grazie ai miei compagni di lavoro.

Crediti Netflix

Quale pensi sia stato il ruolo che ti ha permesso di metterti maggiormente alla prova durante la tua carriera?

Forse deve ancora arrivare. Ci sono dei personaggi che mi hanno dato tanto e credo che ogni progetto di cui ho fatto parte finora sia stato sempre incisivo e fatto con grande attenzione.

Cosa hai amato di Gianni?

Del modo di essere di Gianni non ho amato nulla, mi sono dovuto riconoscere miserabile com’è lui in molte circostanze. Siamo tutti bravi a dirci quanto siamo belli, profondi e sensibili, invece, è più difficile guardarci allo specchio e riconoscere che non siamo poi così perfetti. Interpretare personaggi così meschini rappresenta una bella opportunità e un’occasione per ricordarci che, alla fine della fiera, siamo tutti quanti sulla stessa barca.

Tu hai visto il fantacalcio dall’esterno, avendo provato questo gioco soltanto una volta in passato. Perché, secondo te, è così amato?

Il calcio è un gioco che unisce tanto. Circa una settimana fa, io e Giacomo Ferrara ci siamo ritrovati allo stadio, durante Juventus – Parma, e ci siamo detti che il calcio è forse l’unico evento in Italia che riesce a unire e a richiamare così tante persone. Io che non ho mai avuto questo sport dentro casa – dal momento che mio padre non è mai stato un tifoso e non ho mai avuto quel legame con lo stadio e con il tifo – credo che non capirò mai questa sensazione. Da una parte mi dispiace anche perché, vedendo i miei amici, comprendo che è una sensazione d’amore vero che purtroppo non riesco a vivere.

Il fantacalcio è un gioco fatto di strategie. Quando devi interpretare un ruolo quali strategie metti in atto?

Una volta ho letto il libro “Buio a mezzogiorno”, in cui il protagonista si definiva un grande stratega e affermava che le strategie, in fondo, sono già presenti nel momento stesso in cui le cose accadono e il grande stratega è soltanto colui che sa interpretarle nel momento in cui succedono. Mi sento un po’ così: uno che guarda le cose momento per momento, le legge e si muove, ma che non porta niente da casa.

Crediti Netflix

Tu hai iniziato a 26 anni la tua carriera. Hai avuto mai la sensazione di dover recuperare in fretta il tempo? Come ci sei riuscito?

Certo, anche adesso. Mi sono applicato tanto e devo sempre sfidarmi per provare a migliorare sempre di più.

Il teatro è un mondo che hai esplorato meno. Ti piacerebbe conoscerlo meglio?

Assolutamente sì. Ho un gruppo di amici che fanno teatro e che per me sono grande fonte d’ispirazione. Credo che il modo di stare in scena che insegna il teatro sia profondamente diverso ed emana una sensibilità differente. L’ho notato con Francesco Russo e con Francesco Giordano, che osserva persino dove sono posizionate le luci.

Quali pensi siano i tuoi punti di forza?

Ho un po’ la faccia di bronzo, mi butto a capofitto nelle situazioni e mi giudico più quando mi guardo rispetto a quando faccio le cose.

Ne “La città proibita” di Gabriele Mainetti hai interpretato Marcello ed è stato un altro ruolo molto importante per te. Cosa ha significato questa esperienza e quale possibilità ti ha dato essere diretto da un regista come lui?

Lavorare con Gabriele ha segnato un punto in cui c’è un prima e c’è un dopo. È stata un’esperienza formativa e stancante. Mi ha insegnato e mi ha educato a realizzare che anche quando pensi di non avere più risorse o strumenti, in realtà ce li hai. Quando si lavora con lui tutto diventa vibrante. È stata un’esperienza molto ricca e impegnativa e non vedo l’ora di poter ritrovarlo nuovamente in altri progetti. Dopo “La città proibita” mi sento come se avessi avuto una nuova fonte di carburante.

Riguardo invece “Familia” di Costabile, “Settembre” di Giulia Steigerwalt e “Supersex”. Cosa ti ha colpito di queste esperienze?

Ho bei ricordi da ogni set. Giulia Steigerwalt in “Settembre” è stata la regista che più mi ha fatto sentire amato e capace sul set e di conseguenza mi fa sempre dare un qualcosa in più. Anche “Lovely Boy” di Francesco Lettieri è stata un’esperienza tosta ma incredibile e mi ha formato tantissimo. “Supersex” mi ha permesso di incontrare persone, personaggi, attori e registi fantastici. “Familia” di Costabile è stato un altro viaggio incredibile che mi ha fatto incontrare un caro amico come Francesco Geghi. Inoltre, ci sono anche degli altri film che devono ancora uscire ma che sono comunque esperienze molto ricche. Me le porto tutte dentro, perché faccio un mestiere che amo.

Cosa significa per te avere la possibilità di fare cinema?

Fare cinema è bello e trovo sempre qualcosa di significativo in quello che faccio. Ovviamente, possono esserci dei limiti nella macchina cinematografica italiana, che vanno dalla produzione pre-realizzazione alla realizzazione del film e che riguardano anche l’attitudine di noi italiani a fare cinema. A volte ci lasciamo scoraggiare da noi stessi, dalla visione che abbiamo del nostro Paese e dalle nostre capacità. Tuttavia, sono elementi che cerchiamo di migliorare e la nostra generazione mira a rendere diversa la situazione, non tanto nella forma ma più che altro nell’attitudine con cui si esplorano i contenuti, e prova a dare uno sguardo un po’ meno disilluso e smaliziato.

Hai fatto parte di un cinema di un certo tipo. Secondo te, esiste un cinema più autoriale e uno più per il grande pubblico?

Il cinema è il cinema, così come l’arte è l’arte. Poi ci sono persone e persone, individui che si raccontano e cercano di esprimersi in un modo o in un altro. Non credo esista un cinema A e un cinema B, ma esiste il cinema, dentro il quale le alternative si riducono un po’. È come se quest’arte si stesse cominciando a polarizzare tra il mainstream e l’autore. In realtà, a livello teorico, questa dicotomia non esiste. Tuttavia, se la gente comincia a pensare che esiste, i meccanismi produttivi di chi fa cinema diventano questi, si creano delle differenze polarizzanti e non è più possibile esprimersi attraverso il mezzo cinematografico.

Diventa fondamentale, dunque, mettere da parte la differenza tra un cinema autoriale e uno mainstream…

Sì, credo che questo sia il grande limite di oggi, perché si potrebbe realizzare un film d’autore stratosferico che rispetta le logiche del mainstream, così come si potrebbe fare un cinema pensato per il mainstream che però rispetta le dinamiche d’autore. C’è già chi fa questo ed esiste questo meccanismo. Ovviamente però l’arte e la cultura non si buttano a caso, ma deve esistere un’educazione alla cultura ed è fondamentale.

Secondo te, lo spettatore è già educato o va educato?

Secondo me, lo spettatore è molto educato ma bisogna anche permettergli di continuare a farlo. Non penso che il pubblico medio sia composto da persone che non capiscono, perché è formato da noi. Siamo educati alla cultura, ma credo che ci sia, nel nostro Paese, un problema legato all’istruzione, che esula dal cinema perché non è fatto per educare. Dovrebbero pensarci più le istituzioni preposte. Diventa quindi difficile pensare che la stragrande maggioranza delle persone possa fruire di tutti i prodotti cinematografici ed è chiaro che poi vengano favoriti e privilegiati soltanto alcuni.

Crediti Netflix

Uno spettatore sente l’esigenza di cambiare genere anche in base allo stato d’animo. Un attore invece, nel momento in cui deve fare delle scelte, è dettato dallo stato d’animo o più dalle esigenze?

Credo sia più legato alle esigenze. Per me recitare significa vivere e associo la mia vita e il percorso umano che sto intraprendendo ai miei personaggi. Questo è il modo che ho di rispettare la mia necessità di stare al mondo, di vivere e di far vivere le persone che interpreto. Per me diventa un’esigenza, perché in questo modo mi individuo e riesco a capire meglio chi sono, dove sono e in che società sto vivendo. Fino adesso mi rendo conto, sempre di più, quanto non mi piace la società e il mondo in cui vivo e mi sento un privilegiato a potermene rendere conto e a poterci anche fare dei discorsi sopra.

La prima cosa che cambieresti dell’attuale società?

Penso che cambierei tante cose, probabilmente per prima cosa i governi.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Lo schermo ha significato tanto nella mia vita e mi ha dato dei suggerimenti che non sapevo neanche di cercare.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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