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Intervista a Margherita Pantaleo: “Ne ‘Le cose non dette’ di Muccino rivivo le emozioni di Vittoria e il suo bisogno di farsi sentire” La giovane attrice lanciata dal regista iraniano Mohsen Makhmalbaf e apprezzata in prodotti come “E se mio padre” e "Mina Settembre" si racconta su “La voce dello schermo”.

Feb 18, 2026
Foto di Caterina Morelli

Classe 2012 ed enfant prodige della recitazione italiana, Margherita Pantaleo sta sorprendendo sempre di più pubblico e critica per la maturità artistica che continua a dimostrare nonostante la giovane età.
Dopo aver, infatti, stregato da piccolissima il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che la scelse per il suo “Marghe and her mother”, Margherita si è fatta apprezzare per diverse interpretazioni in prodotti come “E se mio padre” e “Mina Settembre” e nelle ultime settimane la stiamo vedendo nei panni di Vittoria ne “Le cose non dette”, il nuovo film di Gabriele Muccino.
Abbiamo intervistato la talentuosa attrice su “La voce dello schermo” per parlare della recente esperienza diretta da Muccino e al fianco di Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Miriam Leone e Claudio Santamaria. Margherita ci ha confidato le emozioni provate nell’interpretare Vittoria e cosa ha significato per lei crescere da figlia d’arte, condividendo con il padre Adriano l’amore per la recitazione e il talento innato…

Foto di Caterina Morelli

Ti stiamo vedendo ne “Le cose non dette” di Gabriele Muccino nei panni di Vittoria. Che esperienza è stata per te?

Inizialmente ero un po’ tesa e avevo un po’ di timore ad affiancare questi attori straordinari. Tuttavia, quando li ho conosciuti sono stati molto accoglienti, non mi hanno mai fatto sentire fuori posto e sono stata trattata come una di loro. Lavorare con Gabriele è stato molto bello e intenso. Mi aiutava nelle scene più forti e trovava sempre il modo per renderle leggere. Mi sono sentita protetta e importante all’interno di questo set, nonostante la mia giovane età. Gabriele mi ha sempre chiesto di capire ciò che avvertivo e quello che provava Vittoria, ricreandolo in modo autentico e senza fingere.

Come si affronta questo timore iniziale?

A volte è un po’ difficile gestire le emozioni. Tuttavia, la ritengo un’ansia sana, che mi porta a essere felice sul set e mi aiuta a rendere meglio l’interpretazione. Divertirsi mentre si fa questo lavoro è fondamentale perché ti fa passare tutte le ansie e ti porta una grande soddisfazione.

C’è stato un consiglio che Muccino ti ha dato e che ti ha colpito?

In realtà, mi ha dato tantissimi consigli. Ricordo che mi diceva spesso di pensare a quello che era accaduto prima della scena e a quello che si sarebbe verificato dopo e di trovare, quindi, un punto di incontro tra il prima e il dopo, perché in Vittoria si racchiudono tanti sentimenti.

Come ti sei sentita a interpretare Vittoria?

È un personaggio in cui mi sono ritrovata in molte caratteristiche: abbiamo la stessa età e viviamo la preadolescenza. Mi ha affascinato la sua voglia di voler farsi sentire. Quando urla non è un urlo di ribellione, ma un invito a far sentire la propria voce agli adulti. L’unico ad ascoltarla è Carlo, il personaggio interpretato da Stefano Accorsi, e in cui ritrova un conforto e una figura paterna. Sente, inoltre, la pressione della madre, che fa fatica ad accettare che lei stia crescendo e per interpretarla meglio ho provato a chiedermi come mi sarei sentita nei suoi panni.

Sei figlia d’arte, ma hai dovuto lottare per fare l’attrice. Come hai convinto la tua famiglia?

Inizialmente, mio padre non era d’accordo. Ho recitato nel mio primo film quando avevo 6 anni. Il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf stava per realizzare un progetto di cui facevano parte alcuni amici di mio padre. Stavano cercando una protagonista della mia età. Recitando mi sono innamorata ancora di più del cinema. È stato il mio primo provino e la mia prima esperienza. Per convincere mio padre c’è voluto tanto tempo, perché conosceva le difficoltà e gli aspetti complicati del mondo della recitazione ed era un po’ perplesso. Dopo aver provato a convincerlo diverse volte, insistendo gli chiesi: “Ma perché non me lo vuoi far fare?” e ha capito che se volevo inseguire questo sogno avrei dovuto farlo.

Riguardo “Marghe and her mother”, il film di Makhmalbaf, cosa ricordi?

Ero molto piccola, ho un bellissimo ricordo anche se era tutto molto istintivo. Mi sembrava un grande gioco, decidevo cosa dire e sono state aggiunte molte scene che non erano previste. Avevo tanti ciucci e mi divertivo tantissimo a giocare con questa collezione nonostante non li utilizzassi più da tempo, avendo sette anni. In camera mia ne conservo ancora uno legato a quella esperienza.

Quando si comincia a recitare da bambini, tutto si percepisce come un gioco, poi diventa piano piano un mestiere. Secondo te, quando finisce il gioco e quando comincia il mestiere?

Divertendomi sul set, per me è tuttora un gioco. Tuttavia, so che è anche un lavoro e che bisogna farlo con impegno e serietà. La parte giocosa, però, non finisce mai se si ha la passione. Da piccola giocavo a fare l’attrice, imitando mio padre e adesso, sperando di continuare così, sta diventando il mio mestiere.

Cosa ti piace della recitazione?

È il mio modo di esprimermi. Nel momento in cui parte il ‘ciak’ so che non c’è più la mia vita ma subentra quella del personaggio che sto interpretando. Recitare è la mia bolla personale, un modo per sentirmi più sicura e la recitazione mi permette di essere chi e cosa voglio e di vivere più vite. È un aspetto meraviglioso.

Come ti immagini di diventare grande sul set?

Mi immagino la stessa passione, la volontà e le stesse emozioni di adesso, ma con la maturità acquisita attraverso le diverse esperienze e con la consapevolezza di poter fare il lavoro che desidero.

Un altro set importante per te è stato “E se mio padre”, con Massimo Ghini e Claudia Gerini. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Avevo tra i dieci e gli undici anni quando l’ho girato. Mi ha lasciato una grande famiglia, abbiamo ancora un gruppo in cui ci scriviamo e ho legato molto con tutti. Il mio personaggio raccontava anche il film ed è stata un’esperienza nuova, che mi ha fatto capire meglio la storia, facendomi entrare nel punto di vista del narratore. È stata la prima esperienza da attrice più consapevole.

Abbiamo chiesto ultimamente a tuo padre se farebbe un film con te. Tu cosa risponderesti?

Sarebbe un’esperienza particolare, ma avrei anche un po’ di ansia. Mio padre mi dà tanti consigli sulla recitazione, mi conosce bene e sa quando ci metto impegno o quando posso fare meglio. Fare un film con papà mi piacerebbe tanto, ma avrei anche un po’ di tensione, perché è come se fosse il mio allenatore. È però un’esperienza che dovrò fare sicuramente. Ci vorrebbe però il giusto progetto, che racchiuda il nostro modo di essere. Ma non per forza nei panni di mio padre, sarebbe bello vederlo anche nei panni di un antagonista.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

È liberatoria. Sono cresciuta con il cinema e l’ho sempre vissuto. Vedere un film ci permette di conoscere tante versioni di noi stessi che non conoscevamo. Mi piace osservare gli attori per apprendere il loro modo di recitare e ascoltare ciò che il personaggio vuole dire.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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