“Un posto al sole” è da decenni una colonna portante dei palinsesti Rai e la recente la partecipazione di Whoopi Goldberg ha aumentato ancora di più l’interesse nei suoi confronti.
Abbiamo intervistato, per parlare del fenomeno “Un posto al sole” e di altre curiosità che lo riguardano, Flavio Gismondi, che nella soap interpreta Gianluca Palladini. L’attore ha raccontato cosa ama del suo personaggio, della sfida interessante che ha rappresentato interpretarlo e dell’attesissimo arrivo di Whoopi Goldberg nella serie. Ma “Un posto al sole” non è l’unico progetto che lo riguarda. Flavio ha infatti parlato degli impegni a teatro, in cui lo stiamo vedendo interpretare Lupin nell’omonimo musical, e della sua passione per la musica, che l’ha portato a realizzare “Libero”, canzone composta assieme a Samuele Cavallo e nata dal loro incontro proprio sul set di “Un posto al sole”. A voi…

Interpreti Gianluca Palladini in “Un posto al sole”. Quali corde ti ha permesso di toccare questo personaggio?
Gianluca è sicuramente un personaggio complesso, stratificato, con molte zone d’ombra. Siamo molto diversi sotto tanti aspetti: caratterialmente, nel modo di affrontare i conflitti e nelle scelte che compie. Proprio questa distanza è stata per me una sfida stimolante dal punto di vista attoriale.
La chiave di accesso al suo universo emotivo, però, è stata la nostalgia. È un tratto che condividiamo: entrambi siamo legati ai ricordi, a ciò che è stato, e tendiamo a trovare nel passato una sorta di rifugio dalle incertezze e dalle pressioni del presente. Lavorare su questa dimensione mi ha permesso di rendere Gianluca più umano, più fragile, e quindi più vero.
Cosa hai amato di questa soap?
Quello che ho amato di più è la sua natura di romanzo popolare. “Un posto al sole” è davvero una macchina produttiva straordinaria: una struttura organizzativa solida, quasi una catena di montaggio creativa, composta da professionisti instancabili che da trent’anni lavorano con rigore e passione per offrire ogni giorno un prodotto di qualità ai telespettatori.
Secondo te, qual è il segreto della sua longevità?
Credo che il segreto della sua longevità risieda proprio nel suo essere familiare. Non ha mai cercato di snaturarsi o di rincorrere mode in modo artificiale. Al contrario, ha sempre mantenuto una forte identità, cercando però di dialogare con il presente, affrontando tematiche sociali attuali e problematiche contemporanee.
Questa capacità di evolversi restando fedele a sé stessa le permette di offrire al pubblico non solo intrattenimento, ma anche uno spazio di riflessione, di speranza e di riconoscimento. Ed è proprio questo legame emotivo, costruito nel tempo, che la rende così longeva.
Nella serie è apparsa anche Whoopi Goldberg. Che effetto fa trovare una star del genere all’interno di questo prodotto?
Quando ho visto la mia immagine accostata alla sua è stato un momento surreale. Per un attimo, soprattutto durante le prime puntate, ho faticato a realizzare che stesse davvero accadendo: stavamo andando in onda insieme. È una di quelle situazioni che, fino a poco prima, sembrano appartenere a un altro mondo.
La presenza di una star internazionale come Whoopi Goldberg ha inevitabilmente un impatto forte, sia simbolico sia mediatico. Porta con sé un bagaglio artistico e umano enorme, un’autorevolezza che eleva la percezione del progetto anche all’esterno.
L’effetto, però, non è stato solo “di immagine”. Averla nella nostra squadra ci ha resi più compatti e consapevoli del valore del lavoro che facciamo ogni giorno. È stata una spinta motivazionale importante: un riconoscimento implicito alla solidità del prodotto e alla professionalità di tutto il team.
Il teatro è un altro mondo che ti appartiene. Attualmente sei impegnato in “Lupin”, un musical dedicato alla figura di Lupin. Come sta andando e cosa trovi di entusiasmante di questa esperienza?
È uno spettacolo che sento crescere giorno dopo giorno. Ogni replica aggiunge consapevolezza, precisione, profondità. Sarò particolarmente felice di portarlo a Roma il 21 marzo in una veste più matura, più solida dal punto di vista interpretativo e musicale.
Pur essendo un progetto inedito, “Lupin” sta dimostrando di funzionare. Ha un impianto drammaturgico robusto e una partitura raffinata che accompagna lo spettatore con naturalezza, senza sovrastrutture inutili. Il pubblico può lasciarsi coinvolgere dalla storia, dall’estetica e dal ritmo, senza dover “decodificare” continuamente ciò che accade in scena.
L’aspetto più interessante è il taglio umano che abbiamo scelto di dare al personaggio di Arsène Lupin. Non è soltanto il ladro gentiluomo iconico dei romanzi o dell’immaginario televisivo: è un uomo in conflitto, alla ricerca delle proprie radici e della propria identità.
Sono particolarmente legato a questo ruolo perché, insieme al regista Salvatore Sito, lo abbiamo costruito passo dopo passo. È un personaggio che in alcuni tratti mi somiglia, e forse è proprio questo che lo rende così autentico per me. In fondo, credo che tutti, in qualche misura, siamo costantemente alla ricerca delle nostre origini e di un senso più profondo di chi siamo.

Cosa ami del palcoscenico?
Sono tantissime le cose che amo del palcoscenico, a partire proprio dal teatro in sé: quell’idea di palco sgombro, apparentemente vuoto, ma in realtà carico di memorie, di voci che sembrano ancora risuonare nell’aria. È uno spazio fisico che diventa immediatamente spazio emotivo.
Ciò che amo profondamente è la possibilità di “replicare”, ma di farlo una volta sola. Può sembrare un paradosso, ma ogni replica è irripetibile. Il testo è lo stesso, i movimenti sono gli stessi, la struttura non cambia, eppure cambia tutto.
Come ti fa sentire?
Perché l’attore principale, ogni sera, è il pubblico. L’energia che arriva dalla platea modifica il ritmo, le pause, l’intensità, persino la qualità del silenzio in scena. È uno scambio continuo, quasi organico. Non sempre è percepibile in modo razionale, ma incide profondamente sul nostro modo di stare sul palco.
Il teatro mi fa sentire presente, esposto, vivo. È un atto di verità che accade qui e ora, senza possibilità di appello. Ed è proprio questa fragilità, questa irripetibilità, a renderlo così potente.
Il musical ti permette di conciliare anche l’amore che hai per la musica. Cosa rappresenta per te?
La musica è probabilmente una delle ragioni fondative del mio percorso artistico. Prima ancora di pensarmi come attore, mi sono pensato come musicista. Fin da bambino ero attratto non solo dal canto, ma anche dall’architettura sonora: arrangiamenti, armonie, costruzione dei brani, produzione. Mi affascinava il “dietro le quinte” della musica tanto quanto l’esecuzione.
Il musical, in questo senso, è il luogo ideale: fonde canto e recitazione in un’unica grammatica espressiva. Non sono due discipline che convivono, ma diventano un organismo solo, scandito dal tempo musicale. È una forma narrativa totale, che mi consente di abitare entrambe le mie passioni senza dover scegliere.
Com’è nato il featuring con Samuele Cavallo in “Libero”?
Il featuring con Samuele Cavallo in “Libero” è nato in modo molto naturale. È stato bello ritrovarsi dopo anni, soprattutto grazie al nostro incontro su Un posto al sole, e riscoprire un’intesa artistica che non si era mai davvero interrotta.
“Libero” è, di fatto, una fotografia del nostro passato. L’abbiamo scritta quindici anni fa, quando eravamo molto più giovani, con uno sguardo forse più istintivo ma estremamente sincero. Solo oggi abbiamo trovato la maturità e il coraggio di tirarla fuori dal cassetto e condividerla con il pubblico.
La risposta che stiamo ricevendo su tutte le piattaforme digitali in streaming è molto gratificante: il brano sta regalando soddisfazioni importanti, e questo dimostra che l’autenticità riesce sempre a trovare un suo spazio nel presente.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Per me significa concedersi una pausa consapevole. In un tempo in cui lo schermo è spesso rumore, velocità, consumo rapido di immagini, ascoltare la voce dello schermo vuol dire fare l’opposto: rallentare.
È come permettere a delle parole dette piano, quasi sussurrate, di trovare spazio dentro di noi. Non subirle, ma accoglierle. Non limitarsi a guardare, ma ascoltare davvero, anche interiormente.
Credo che lo schermo, quando è usato con intelligenza e sensibilità, possa diventare uno strumento di riflessione.
Di Francesco Sciortino

