Il 5 febbraio è uscito nelle sale “Io + te”, film diretto da Valentina De Amicis, con protagonisti Ester Pantano e Matteo Paolillo, che esplora il tema delle relazioni e dei giudizi e dei pregiudizi che possono essere presenti in determinate circostanze.
Abbiamo ritrovato con piacere Ester Pantano che ci ha presentato il film e Mia, una donna che deve confrontarsi contemporaneamente con le proprie sicurezze e fragilità e che metterà le proprie certezze in discussione nel momento in cui conoscerà un ragazzo più giovane, Leo, interpretato da Matteo Paolillo. Ester ci ha parlato di relazioni, del timore di mostrarsi vulnerabili di fronte all’altra persona e di come il giudizio della gente possa influenzare spesso il modo di comportarsi. Oltre a parlare di “Io + te”, l’attrice si è soffermata sulle esperienze in “Màkari” e in “Oi vita mia”, su quanto sia fondamentale per lei dar voce a donne che abbiano sempre qualcosa di importante da raccontare e su quanto sia determinante la sua voglia di scoperte e di crescita culturale…

È uscito nelle sale, giovedì 5 febbraio, “Io + te”, film diretto da Valentina De Amicis con protagonisti te e Matteo Paolillo. Interpreti Mia, una donna moderna, forte e fragile allo stesso tempo. Cosa dobbiamo aspettarci?
È un film che affronta il tema delle relazioni, in modo vero e non romanzato, e racconta delle difficoltà che si possono riscontrare nel superare stereotipi, i luoghi comuni e soprattutto il giudizio. Mia è una ginecologa affermata che decide di frequentare un ragazzo più giovane e che, prima di conoscerlo, era solita utilizzare app di incontri e sparire dopo aver passato la notte con qualcuno.
È una donna che non vuole legarsi ma, nel momento in cui conosce Leo, cambia qualcosa perché riscontra una verità e un modo di scoprirsi e di parlarsi a vicenda che le permette di affidarsi e di voler scommettere anche sulla paura di potersi fare del male.
Il film spinge a riflettere sull’esclusività di una relazione. Perché, secondo te, si ha paura di avere un legame esclusivo?
Credo che si abbia la paura di farsi vedere per ciò che si è. Un legame che dura, come una relazione o una convivenza, porta ad abbassare la guardia e a essere più noi stessi senza il dolcificante dei primi periodi o della maschera che indossiamo in un contesto pubblico, quando ancora non c’è confidenza con la persona.
Perché c’è la paura di abbassare la maschera?
C’è la paura di non piacere e di non aderire al modo di apparire belli e intelligenti. A volte c’è un uniformarsi al look e alla personalità del periodo. Viene sempre giudicato chi si veste in modo diverso, mentre viene considerato bene chi si adegua a quello che viene imposto da qualcuno che non sappiamo nemmeno chi sia, ma che comunque decide per noi dove dobbiamo andare, cosa fare e tanti aspetti che non portano ad avere una personalità. Nel momento in cui si ha una relazione, questi accessori vengono a mancare e a volte permettiamo a qualcuno di vederci veramente, che significa fare i conti con uno specchio. Non tutti si vogliono guardare allo specchio.
Hai mai avuto o hai paura del giudizio?
No. Da quando ero piccola, il giudizio non mi ha mai spaventata. Mi ha intimorita, invece, la mia emotività. Ho iniziato a fare recitazione perché sono piena di emozioni e questo fa sì che magari in un momento commovente ci siano le lacrime, dunque le ascolto e le lascio andare. Crescendo, mi sono resa conto, di quanta differenza ci sia tra adulti e bambini e di quanto mi senta vicina ai bambini o agli animali nel modo di essere onesti con ciò che accade in un determinato momento, dalla risata all’andarsene se non si sta bene in un determinato luogo.

Il film si chiede chi sia l’anima gemella. Chi è, secondo te, e come si interseca con il concetto di libertà?
Nell’anima gemella risiede il concetto di libertà. Non penso abbia a che fare con il colpo di fulmine. Nell’anima gemella c’è una sintonia che ci fa capire che l’altra può essere la persona giusta, me penso che l’unione che rende gemelli sia una costruzione che ha bisogno di tempo, di accettazione, di riconsiderazione e soprattutto non di compromesso, come viene detto spesso.
Nel film hai recitato con Matteo Paolillo, Pia Lanciotti e Antonio De Matteo. Che squadra hai trovato?
È stato bello lavorare con loro, ho trovato attori disponibili, umili e in grande ascolto. Sono tutti colleghi di alto livello.
Una citazione del film è: “Sta a te decidere se rischiare”. Quando e per cosa Ester decide di rischiare?
Per i viaggi, per le scoperte, per la crescita culturale e per tutto ciò che riguarda un bagaglio da rendere più ampio. Più che un rischio, la considero un’avventura che mi regala sempre qualcosa.
Al giorno d’oggi, il cinema deve fare i conti con problematiche legate alla distribuzione. Tu, essendo anche esercente, hai dovuto renderti conto ancora di più della situazione. Come bisogna affrontare questo aspetto?
Credo sia un problema enorme in Italia e penso ci sia la necessità di destinare un budget alla distribuzione prima della realizzazione del film. Spesso, durante la realizzazione di un film, si spendono tanti soldi per poi farlo morire subito dopo perché ci sono le possibilità di andare in distribuzione. Si fanno spesso uscite tecniche per poi lanciare il film in piattaforma. Tuttavia, credo sia fondamentale lasciare il film in sala il più possibile. Dalla mia esperienza, vedo che i film rimangono pochissimo tempo al cinema, ma non soltanto perché può rimanere poco, ma soprattutto perché la gente dopo non va più a vederlo. C’è un problema di struttura che va migliorato. All’estero si investe più sul marketing e sulla distribuzione più che sul film stesso e c’è un lavoro per far sì che la gente si affezioni prima che esca.
Nei mesi scorsi ti abbiamo vista anche nel film di e con Pio e Amedeo “Oi vita mia”. Come si passa da prodotti più d’autore ad altri mainstream?
Seguo la scrittura e il personaggio. Marina era una psicologa femminista, in linea con i personaggi da me interpretati e con la struttura che ho sempre affrontato negli altri racconti. Ho sempre provato a dare voce a donne che cercano di cambiare il modo di percepire quella che deve essere anche una struttura della società. L’interazione con Amedeo era di conversione, in cui c’è un dialogo anche riguardo i suoi limiti, la sua anaffettività e la sua paura di perdere gli affetti. Credo ci sia sempre un filo che ricolleghi i miei personaggi ai progetti che seguo.
In “Màkari” abbiamo visto una svolta inaspettata tra Saverio e Suleima…
Sì. A breve inizieremo la quinta stagione. “Màkari” è un prodotto che mi è rimasto nel cuore. C’è una squadra e una città che mi risponde con affetto e ha rappresentato il vero e proprio inizio. È la mia prima serie lunga e un posto in cui mi sono trasferita per tanti mesi. È stato un cambiamento nella percezione di quella che è la recitazione, un progetto che ho desiderato tantissimo. Mi ha portato a sostenere diversi provini prima di arrivare a ottenere il ruolo, perché inizialmente non era previsto che Suleima fosse interpretata da una siciliana. Un giorno, Carlo Degli Esposti entrò durante il mio provino e appoggiò la scelta di farmi interpretare Suleima, così come lo fecero Michele Soavi e Claudio Gioè. Con mia grande felicità, ebbi la parte.

Guardando avanti, come vedi Suleima?
Sta crescendo, così come lo sto facendo io. Tante cose stanno cambiando e credo che questo personaggio voglia trovare una sua dimensione. La sua realizzazione personale è altissima, in quello si sente completa e indipendente. Sta cercando una quadra emotiva e sta stimolando Saverio a guardare da qualche parte, invece di adagiarsi in quella casa a Màkari e di non avere un progetto.
La fine, o non fine, di questa coppia televisiva ha un po’ spiazzato il pubblico…
Ho ricevuto messaggi del tutto contrastanti. Molte persone mi hanno scritto dicendomi che non è possibile che finisca così, altre che sono arrabbiate per l’indipendenza di Suleima e dicono che è una donna antipatica, identificandosi meno con un personaggio così libero, non dipendente economicamente e che non si fa schiacciare da un uomo che l’ha tradita.
“Francesca e Giovanni”, invece, si sta facendo apprezzare in diversi festival anche all’estero…
Sì. Ne sono molto contenta. C’è stata una grande accoglienza da parte del pubblico francese, che sta apprezzando molto il film. Valentine Loeb Pictures si sta occupando della distribuzione in Francia. È stato molto bello partecipare al Festival del cinema di Bastia, ho cantato una canzone in onore del film ed è stata una serata a cui ha partecipato tantissima gente. È stato emozionante e potente vedere le persone in lacrime farmi i complimenti.
Cosa dobbiamo aspettarci da te adesso?
La libertà! (ride ndr.). Sto vedendo e mi sto nutrendo di film così belli, con un’espressione così alta che mi auguro di poter fare un percorso che vada anche oltre l’italiano e, soprattutto, di espressione libera. Ci sono dei registi e degli sceneggiatori che hanno dei progetti meravigliosi – che vanno un po’ a rilento perché non riescono a essere finanziati come un cinema più commerciale – e di cui ho letto delle sceneggiature veramente belle. Spero di poter dare forma a questo immaginario bellissimo che alcune persone del settore sono riuscite a cogliere di me, affidandomi una visione coerente a quella che sono io.
All’interno di quale cinema ti vorresti mettere alla prova?
Amo sia il cinema francese sia quello inglese. Su quello americano ho delle remore legate alla situazione governativa, anche se adoro Chloé Zhao e mi piacerebbe tantissimo lavorare con un’artista del genere. Ma ci sono tantissimi registi giovani meravigliosi con i quali sarebbe bello poter lavorare.
Di Francesco Sciortino

