Dal 19 dicembre è disponibile su RaiPlay “Tutta Scena”, serie tv diretta da Nicola Conversa con protagonisti Giorgio Panariello, Anna Favella, Euridice Axen, Arianna Mattioli e giovani e talentuosi attori come Ginevra Francesconi, Sabrina Martina e Tommaso Cassissa.
Abbiamo intervistato – su “La voce dello schermo” – Anna Favella, che nella serie interpreta l’impulsiva e passionale Rita e che abbiamo apprezzato in prodotti come “Incastrati”, “Maschi veri” e in set internazionali come “Luis Miguel – La serie”. Anna ci ha raccontato gli aspetti che hanno reso interessante l’esperienza in “Tutta Scena”, cosa le ha lasciato di importante questo progetto e cosa ha apprezzato della regia di Nicola Conversa. L’attrice, inoltre, ci ha confidato alcune curiosità sull’importanza di avere dei punti di riferimento validi e dei giusti insegnamenti, su come conciliare lavoro e passione e su come affrontare la paura di non essere all’altezza della situazione. A voi…

Ti stiamo vedendo su RaiPlay, in “Tutta Scena” di Nicola Conversa. Cosa hai amato di questa serie?
È stata un’esperienza molto bella. Abbiamo girato ad Arco di Trento, ci siamo trasferiti lì per due mesi intensi. Essendo una serie corale, abbiamo condiviso tante emozioni, anche fuori dal set, e si è formata una vera e propria compagnia teatrale. Venendo dal teatro, ho apprezzato molto il lavoro di gruppo e si sono create delle belle amicizie, in particolar modo con Arianna Mattioli ed Euridice Axen. “Tutta scena” mi ha lasciato tanto e mi è piaciuta molto perché mi ha riportato un po’ a quando avevo l’età dei protagonisti e in cui si sognava a occhi aperti, con grande voglia di credere e di costruire i propri sogni. È stato particolare passare dall’altra parte, anche se so cosa significa insegnare ai ragazzi, dal momento che collaboro con un’accademia di recitazione.
Cosa comporta, secondo te, insegnare ai ventenni?
Significa confrontarsi con un’altra generazione e capire che esistono altri linguaggi di comunicazione e di apprendimento. Quando ero una studentessa non c’erano i social, non avevamo la possibilità di rivederci in video, mentre per le nuove generazioni, è normale sia attraverso i self-tape sia attraverso delle riprese dei compagni. Suggerisco spesso di non riprendersi perché trovo importante avere la percezione del proprio corpo, delle proprie emozioni e delle relazioni tra i personaggi. La tecnologia è un’arma a doppio taglio, regala una consapevolezza più immediata ma distoglie dal focus su ciò che sta accadendo a noi attori.
Cosa hai amato di Rita?
È un personaggio che mi ha fatto tanto bene: è positivo, solare, passionale, agisce di pancia ed è diversa da me perché spesso sono molto razionale. Mi ha portata a seguire un po’ di più le emozioni.
Perché è stato importante interpretare un’insegnante?
È fondamentale avere maestri nella vita, che sono delle figure che ci spingono a spiccare il volo, a trovare noi stessi, ad avere coraggio e non è detto che debbano essere necessariamente insegnanti. I maestri possono essere delle persone che ci insegnano qualcosa e da cui trarre ispirazione. È importante avere dei punti di riferimento. Nel nostro mestiere non si finisce mai di imparare e a volte sento colleghi di settantanni che affermano di continuare a studiare e di sentirsi giovani. Un bravo maestro è colui che riesce a mantenerci alta la curiosità, lo stimolo, la voglia di continuare a imparare e di metterci in discussione.
Cosa pensi che manchi ai giovani?
Sicuramente manca la possibilità di far rivivere la scuola come luogo sicuro dove possano esprimersi e approfondire. Occorrerebbe ascoltarli maggiormente. Sono d’accordo sulla sensibilizzazione della sfera sessuo-affettiva perché fa parte di un insegnamento di vita. Sono favorevole all’insegnamento di altre discipline come il teatro, perché offrono stimoli e strumenti per rendere gli studenti più completi come persone, cittadini e come gli adulti che saranno.
Rita vive ogni avvenimento con grande passione. Quando pensi si incontrino passione e lavoro?
Per quanto mi riguarda, il lavoro che faccio è una passione che mi ha accompagnata da quando ero piccola. Era talmente vicina a me e accanto a me che l’ho sempre fatta dalle recite fino ai laboratori teatrali al liceo. Non ho mai smesso, poi mi sono resa conto che era una passione nel momento in cui mi faceva stare bene e per me era impensabile non farla. Ho deciso quindi renderla un mestiere. È stata una scelta difficile, complicata, che non è stata compresa inizialmente – non venendo da una famiglia di artisti – ma quando capisci di avere quel fuoco sacro di cui non puoi fare a meno e che ti fa stare bene, ti porta a inseguire a tutti i costi i tuoi sogni. In seguito, la passione si trasforma in altro, diventa più matura e assume altre forme bellissime.

C’è stato un momento di svolta in cui hai acquisito una consapevolezza definitiva?
Oltre ai momenti in cui sono arrivati i primi lavori, ho scoperto nel 2017 un set internazionale, con attori molto importanti e lì, andando fuori dall’Italia e dalla zona in cui mi ero sempre mossa, ho capito di essere considerata veramente per il mio lavoro. Nonostante avessi fatto già diversi prodotti importantissimi, l’essere uscita dal mio Paese mi ha fatto confrontare e scontrare con altre culture e in “Luis Miguel” ho percepito un peso più grande rispetto a quello che avevo avvertito fino a quel momento.
In “Tutta Scena” hai dovuto confrontarti con un Giorgio Panariello più serio del solito. Che effetto ti ha fatto?
A livello recitativo sì, ma nella vita quotidiana era il Panariello che conosciamo tutti. Ci ha portato una ventata di buon umore e ne avevamo bisogno, dal momento che era stata una serie non facile per la complessità e per il lavoro che ha comportato: abbiamo corso, c’era molto freddo ed eravamo tanti attori. Tuttavia, lo spirito giocoso del gruppo, capitanato da Giorgio, ha aiutato tantissimo. È stato bello recitare al suo fianco e osservare il modo in cui lavorava mentre interpretava un ruolo in cui toccava corde più drammatiche.
Cosa hai trovato di diverso in Panariello rispetto a Ficarra e Picone?
Appartengono a due tradizioni completamente differenti. Quella di Ficarra e Picone la conosco da vicino, dal momento che sono per metà sicula. Il modus operandi loro e quello di Panariello è diverso, essendo i primi un duo e avendo fatto parte di un prodotto scritto, diretto e interpretato da loro. “Incastrati”, inoltre, possedeva un forte messaggio e un lavoro autoriale molto importante. Sono entrata all’interno del loro mondo e della loro creatività. È stato molto totalizzante e immersivo. Giorgio Panariello è stato un ottimo compagno di squadra, un grande interprete e capitano. L’ho vissuto come se fosse il capocomico di una compagnia teatrale. Ho rivissuto i momenti dei miei inizi, delle prime tournée e del lavoro in scena.
Abbiamo visto un lato inedito di Panariello. Quale pensi sia stata, invece, l’interpretazione che ha fatto emergere il lato più distante da te?
Ho avuto la grande fortuna di aver interpretato tantissimi generi e qualsiasi tipo di personaggio, dal comico al drammatico. Mi piace tantissimo esplorare tante sfumature. Sia “Luis Miguel” sia “Coppola” sono stati molto importanti perché nei prodotti biografici c’è un lavoro particolare da ricercare. Ho interpretato una serial killer, una matta, ruoli comici, come in “Incastrati”, e uscire dai propri panni e allontanarsi dalla propria comfort zone è fondamentale per me. Ho bisogno di cambiare ogni volta e di rimettermi in discussione. Più che un ruolo in particolare, è il progetto che ti offre stimoli nuovi, ti apre gli occhi e ti fa guardare le cose in maniera differente.
Quale parte di te vorresti fare emergere che ancora non abbiamo visto tanto?
Mi piacerebbe fare dei ruoli d’azione, nonostante abbia già fatto qualcosa del genere in passato. Tuttavia, amo i ruoli fisici e mi piacerebbe anche lavorare nel cinema d’autore dove le sfumature e le piccole cose ti danno una percezione diversa all’interno della storia.
Che regista hai trovato in Nicola Conversa?
Ho trovato un’empatia immediata. Durante il provino, mi ha lasciato la libertà di improvvisare, mi dovevo concentrare per non ridere perché sentivo che rideva ma non potevo distogliere l’attenzione. Lì ho scoperto che persona e che regista è: estremamente solare, che ama divertirsi, ridere, scherzare e che porta grande leggerezza sul set e nei suoi prodotti, nonostante riesca a trattare tematiche profonde. È riuscito a ricreare dei personaggi che rappresentassero un mondo e delle dinamiche umane.
Il film racconta della paura di non essere all’altezza. È una paura con cui hai dovuto fare i conti?
Certo, è una paura con cui faccio ancora i conti. Il nostro mestiere è performativo, in cui ci si mette sempre in gioco e in discussione e in cui ogni volta si ha la sensazione di ricominciare da capo e a volte è destabilizzante, nonostante gli insegnamenti che custodisci per sempre. Ogni volta che mi approccio a un nuovo progetto mi chiedo sempre se sarò all’altezza della situazione e l’ultimo giorno di set è un momento sia di commozione sia di gratificazione per essere riuscita a raggiungere questo obiettivo. Credo sia il modo giusto per affrontare un’esperienza lavorativa perché significa che si ha voglia di migliorarsi e dimostra quanto si tenga a fare del proprio meglio. È una forma d’ansia, ma sana.
Come pensi bisogna affrontarla?
Avendo la consapevolezza che c’è sempre e che non la si può sconfiggere. Nonostante sia una perfezionista, bisogna accogliere questo stato d’animo con umiltà, accettando che possa capitare un imprevisto o che la scena può non venire come la si immaginava. Inoltre, bisogna fidarsi dei colleghi che ci circondano e, se facciamo il nostro lavoro nel migliore dei modi, accade il miracolo e nasce qualcosa di magico.
Riguardo le tue esperienze internazionali, che differenze hai trovato rispetto al nostro Paese?
Credo si percepiscano anche sul set le differenze culturali di ogni paese. Ogni film o serie si porta dietro una serie di tradizioni e di modi di approcciare differenti legati alla propria cultura. Quando ho girato in Argentina, sul set bevevano il mate in continuazione ed è un aspetto che mi ha molto divertita e sorpreso. In Germania, invece, si percepiva l’organizzazione tedesca, mentre noi affrontiamo l’imprevisto con molta creatività e se siamo meno precisi sappiamo fare di necessità virtù. In Messico, invece, si avvertiva l’impronta hollywoodiana ed era organizzato molto in grande. In fase di preparazione si notava la grande capacità di lavorare in team. Tuttavia, non credo ci sia un meglio o un peggio, sono esperienze differenti che consentono di prendere un po’ il meglio da ogni situazione. Ho avuto la possibilità di osservare attori stranieri e il loro modo di prepararsi e sono state occasioni di arricchimento artistico e di confronto con altri colleghi.
Credi che cambi il modo di recitare in base a dove si gira?
Sì, un po’ cambia e credo che sia dovuto alla lingua. Mi sono laureata in filosofia del linguaggio ed è un aspetto che riscontro. Sicuramente è differente il modo di porsi. Noi italiani gesticoliamo tanto. Quando ho recitato con attori del nord Europa erano molto più asciutti nella recitazione e nell’interpretazione, in Sud America ho visto un altro approccio ancora. Si percepisce la bellezza dell’identità culturale e della diversità ed è interessante vedere come si intersecano con le caratteristiche del personaggio che si interpreta.
Cosa dobbiamo aspettarci dalle tue prossime interpretazioni?
Sarò in “Una nuova vita”, serie con Anna Valle che uscirà prossimamente su Canale 5. Inoltre, c’è un film di cui sentirete parlare presto. Bolle qualcos’altro in pentola, ma è tutto top secret! (ride ndr.)
Di Francesco Sciortino

