Giovedì 4 dicembre esce nelle sale “Ammazzare Stanca. Autobiografia di un assassino”, lungometraggio diretto da Daniele Vicari, con protagonisti Gabriel Montesi, Vinicio Marchioni e Selene Caramazza. Il film – prodotto da Mompracem con Rai Cinema, distribuito da 01 Distribution – è ispirato alla vera storia di Antonio Zagari, figlio di un boss calabrese trapiantato in Lombardia che tenta di ribellarsi al proprio destino criminale e al potere del padre. Uccidere lo fa star male, prova avversione alla vista del sangue e trova conforto nella scrittura, che rappresenta la via di fuga da un sistema che lo opprime.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, il protagonista, Gabriel Montesi, nonché uno degli attori più rappresentativi del cinema italiano che ha saputo conquistare registi come i fratelli D’Innocenzo, Marco Bellocchio, Gianni Amelio, Paolo Virzì, Stefano Lodovichi, Enrico Maria Artale e tanti altri. Gabriel ci ha confidato dell’accattivante sfida che ha comportato vestire i panni di Zagari e dare vita al complesso mondo che si nascondeva dietro i suoi enormi baffi. L’attore ha, inoltre, parlato della bella sinergia che si è creata sul set con Vinicio Marchioni – con il quale ha dovuto far rivivere il rapporto conflittuale tra figlio e padre – e con Selene Caramazza, che nel film interpreta Angela, la compagna di Zagari. A voi…

Il 4 dicembre esce nelle sale “Ammazzare Stanca”, di Daniele Vicari. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
È stata un’esperienza più unica che rara. Lavorare con Daniele Vicari è stato un onore, una crescita continua e sul set abbiamo vissuto momenti indimenticabili. Quando Daniele mi ha proposto di raccontare una storia del genere, tratta dall’omonimo libro, e di interpretare un personaggio di questa caratura, mi ha conquistato immediatamente.
Perché è stato stimolante per te vestire i panni di Antonio Zagari?
È stato un viaggio psicologico ed è stato interessante inizialmente osservare le poche immagini che ci sono sul web di Antonio Zagari. Il punto di partenza sono stati proprio i baffi pronunciatissimi. Mi hanno portato ad avere una relazione visiva per entrare in lui perché i baffi possiedono anche un significato psicologico: ci portano a nasconderci o a tacere o a fermare la bocca. Dovevo comprendere cosa ci fosse dietro questo dettaglio fisico e, da questa maschera, spostare l’attenzione all’interno. Da lì ho creato un percorso sulla sua psicologia, grazie anche ai suggerimenti di Daniele che mi hanno aperto delle porte fondamentali e necessarie per avvicinarmi a una somiglianza con il personaggio.
Antonio Zagari è un ruolo complesso, un killer riluttante e con la paura del sangue. Essendo un personaggio realmente esistito, ci sono state delle testimonianze che ti hanno aiutato a entrare nella sua psicologia?
È stato importante leggere le lettere scritte di prima mano da Zagari con il giornalista Gianni Spartà, che l’ha aiutato anche a pubblicare il libro da cui è tratto il film. Daniele mi ha suggerito di riscrivere le lettere tantissime volte per cercare di scrivere come Zagari. Questa ricerca mi ha portato a trovare una voce, lavorando con un coach di Varese, e a scoprire l’uomo dietro quei baffi. Sapevo che, da quelle parole piene di verità e grazie alla scrittura, avrei potuto avvicinarmi a un personaggio particolare e complesso.
È molto interessante ascoltare quanto sia fondamentale la cura dei dettagli e vedere come possono aiutare nell’interpretazione. In questo caso, un semplice paio di baffi ti ha aiutato a diventare Antonio Zagari. Quanto pensi facciano la differenza i particolari per entrare al meglio in un personaggio?
Credo siano importantissimi. Attraverso i dettagli si riesce a scolpire e a intagliare. Ci avviciniamo come se fossimo artigiani e attraverso i particolari riusciamo a trovare una forma e un contenuto alle cose, sia nel mettere insieme gli elementi sia nell’approfondire. Ti danno la possibilità di conoscere come persona e come attore e ti permettono di interpretare, senza recitare in un modo meccanico o forzato, ma facendo vivere tutte queste componenti. È un aspetto fondamentale per il mio lavoro.
Un altro punto di forza del film è la grande sinergia tra te, Vinicio Marchioni e Selene Caramazza. Com’è andata questa collaborazione?
È andata molto bene. È stato un onore lavorare con Vinicio Marchioni. Ero un suo fan sin da quando ero giovanissimo per i ruoli che aveva interpretato. Avere l’opportunità di fare un ruolo del genere mi ha fatto rivivere anche un rapporto padre – figlio artistico, ma in maniera diversa da quello che è di conflitto che vediamo nel film. Ho trovato una grande persona e un grande attore, generosissimo, aperto, che accoglie gli altri e che cerca di prendere qualcosa. Trovarsi di fronte alla sua grande umiltà ti fa sentire molto grato. Vinicio mi ha confortato e sostenuto molto. È un film molto pieno di scene e di materiale, per questo motivo avevo un po’ di timore. Un giorno venne da me e mi disse: «Gabriel, mi raccomando, una scena al giorno, vai tranquillo». È stato bello lavorare anche con Selene Caramazza, un’attrice che cura molto i dettagli, molto raffinata e che riesce sempre a dare vita ai suoi personaggi con grande sensibilità ed emotività.

Come si riesce a trasformare un rapporto di grande stima artistica in uno conflittuale all’interno di un film?
Non c’è cosa più bella della distanza e fa parte della maturazione. Non per prendere distanza dalle cose, ma per poterle vedere meglio e averne consapevolezza. Quando si va in scena e si ha una consapevolezza del conflitto ma, allo stesso tempo, si ha anche la certezza della grande stima che c’è, è lì che nasce un contraddittorio e che ti permette di lavorare bene. Se c’è, invece, sia un conflitto nel reale sia nell’interpretazione, le cose diventano più nebulose. Per collaborare in maniera più coscienziosa e attenta ai dettagli è fondamentale lavorare insieme sulle cose. Noi ci siamo riusciti, svolgendo il nostro lavoro nel migliore dei modi.
Cosa ti ha colpito del modo di dirigere di Daniele Vicari?
La scoperta. Credo sia un grandissimo regista e una persona stupenda. Ha vissuto il processo creativo andando in scoperta e per farlo ci vuole tantissimo coraggio. Glielo riconoscerò per sempre perché è uno di quei grandi registi che riesce a insegnarti tanto nella vita e nel lavoro. Ha un grande dono: il modo di osservare le cose e gli attori. Mi sono sentito molto fortunato.
Quando si parla di prodotti che raccontano la criminalità spesso vengono accompagnati da alcune polemiche riguardanti una possibile idolatria criminale. Come pensi racconti la criminalità “Ammazzare Stanca”?
Uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente di questo film è vedere il protagonista, al di là che fosse un assassino, come un giovane inadatto all’ordine paterno. Questa dimensione e questo stigma criminale che arriva a rigettare, attraverso la repulsione per il sangue, ti fa riflettere su questo piano. Restituisce una soggettività e, per certi versi, anche una morale. Non nel film in sé, ma nel modo in cui gli elementi criminali vengono introdotti. Credo ci faccia riscoprire cosa sia giusto da cosa è sbagliato. In tanti film e in serie tv vengono raccontate questioni criminali attraverso questioni di potere e logiche criminali. In “Ammazzare Stanca” si esplorano maggiormente logiche di famiglia e patriarcali. L’aspetto criminale è venuto meno perché il movimento drammaturgico parte da un contesto familiare. È un film che non mostra questi criminali come eroi, ma li rende umani per poter trovare un po’ una soggettività da parte del pubblico e permettergli di immedesimarsi, per quanto possibile, all’interno della storia.

Tu hai un’impronta teatrale. Cosa ti ha lasciato questo mondo?
Ho scoperto il teatro ad Aprilia, al Teatro Finestra, in un’ex fabbrica abbandonata, dove facevamo un teatro di ricerca. Ero giovanissimo, la compagnia era composta da gente che abitava quei luoghi da circa sei – sette anni. Mi sono innamorato del teatro e da lì ho percepito che potevo approfondire, scavare, conoscere, riuscire a farmi delle domande e scendere in profondità con quello che è l’umano. Mi ha fatto molto crescere e capire che volevo fare questo. Da lì sono andato a Roma e sono entrato alla Gian Maria Volontè.
Secondo te, perché l’attore di teatro è meno appariscente ma molto efficace?
Credo sia relativo. Conosco anche tanti attori che non hanno fatto teatro ma sono anch’essi molto efficaci. Tuttavia, penso che ci sia una differenza e una costante che sta nella pratica, nell’esperienza e nel lavoro. Il teatro è un’esperienza collettiva e credo che faccia vivere cosa significhi realmente riuscire a raggiungere qualcosa avendo un obiettivo comune. Nel cinema è diverso: le lezioni sono separate, dobbiamo raggiungere l’obbiettivo comune di fare il film, ma c’è il passaggio a montaggio e noi attori siamo anche un po’ deresponsabilizzati. Nel teatro, invece, la responsabilità più grande ce l’ha l’attore quando va in scena.
Vieni da un periodo molto intenso e appagante. Ti abbiamo visto in “Campo di Battaglia” di Gianni Amelio e “Dostoevskij” dei fratelli D’Innocenzo. Che esperienze sono state per te?
Negli ultimi anni sono stato molto fortunato. Ho lavorato con registi di grande spessore come il maestro Gianni Amelio che riesce a darti tantissimo e ti insegna la verità. È stato un set indimenticabile e lui aveva tanti aneddoti del cinema di una volta e di quello che ha vissuto. Gli facevamo tante domande ed è stata un’esperienza fantastica. Ho imparato tantissimo e Alessandro Borghi è stato un compagno e un amico. In Dostoevskij c’è stato un rincontrarsi nostalgico con i fratelli D’Innocenzo, C’eravamo conosciuti in “Favolacce” e ci siamo ritrovati in questo progetto con un’altra grande storia. Ho una grande stima nei loro confronti e abbiamo fatto un altro tipo di lavoro rispetto a quello precedente. Siamo cresciuti percorrendo un ennesimo passo avanti assieme.
Nella tua carriera hai lavorato con registi di grande spessore, come i fratelli D’Innocenzo, Bellocchio, Amelio, Virzì, Lodovichi e Artale. Come sei riuscito a crescere artisticamente lavorando con loro?
Incontrandoli e osservandoli. Ho imparato guardando, cercando di carpire e di prendere i suggerimenti. È difficile riuscire a condensare con poche parole quello che riescono a darti questi incontri. Avere l’opportunità di lavorare con dei registi che sono dei grandi del cinema riesce a donarti uno sguardo sull’esperienza di cui hai fatto parte, ti permette di vivertela, per poi prenderti il tempo per riflettere su ciò che è stato e per prenderne coscienza.
Che attore ti senti dopo queste esperienze?
Un attore più maturo e più consapevole.
Dove vuole arrivare artisticamente Gabriel?
È una domanda che non mi faccio. A volte penso se faccio bene o male. Tuttavia, quello che mi chiedo più spesso è: «Cosa mi sto vivendo?», «Chi sono oggi?» e «Come attore cosa sto facendo adesso?». Sono le domande che più mi pongo, che mi fanno muovere, che mi fanno agire e mi fanno stare nel presente. Cerco sempre di avere un senso critico, che mi porta a conoscere le cose e a trovare un punto di vista su ciò che mi circonda. Credo sia necessario per noi attori e per i prossimi attori, perché bisogna vedere bene le cose oggi per capire cosa vogliamo fare domani.
Di Francesco Sciortino

