Dal 28 novembre è disponibile su RaiPlay “L’appartamento – sold out”, serie diretta da Giulio Manfredonia e da Francesco Apolloni – con protagonisti Giorgio Pasotti e Liliana Fiorelli – che ci offre uno sguardo divertente e allo stesso tempo significativo sull’integrazione e sull’accettazione di sé e degli altri.
Ne abbiamo parlato con Liliana Fiorelli, protagonista femminile nei panni di Luisa che sta vivendo un periodo lavorativo molto appagante. L’attrice si è raccontata, infatti, su “La voce dello schermo” presentandoci la nuova serie Rai e confidandoci cosa ha rappresentato per lei far parte di questa esperienza ed esplorare tematiche importanti come l’integrazione e la convivenza. Oltre a parlare de “L’appartamento – Sold out”, Liliana ci ha regalato alcune anticipazioni riguardanti “Il grande Boccia” – film con protagonista Ricky Memphis che è stato accolto positivamente alla Festa del cinema di Roma e che uscirà nelle sale prossimamente – e ha ricordato le esperienze più significative della propria carriera, da “Non ci resta che il crimine – la serie” e “I predatori” a programmi televisivi come “Quelli che il calcio” e “Mai dire talk”, che ci hanno fatto comprendere l’enorme versatilità di Liliana. Una chiacchierata tra integrazione e accettazione, tra idea di successo e di fallimento e tra i concetti di attore esecutore e attore creatore. A voi…

Dal 28 novembre ti vedremo su RaiPlay ne “L’appartamento – sold out” al fianco di Giorgio Pasotti. Cosa ti ha colpito di questa esperienza?
È una serie che avrei voluto vedere anche da spettatrice. Racconta la multiculturalità e il presente, nelle sue contraddizioni e nelle sue peculiarità. Mi ha insegnato tanto a comprendere le varie sfumature della complessità dell’Italia di oggi e cosa vuol dire appartenere a un determinato credo. Inoltre, si affrontano gli argomenti di divisione, di integrazione e le varie difficoltà che riguardano la burocrazia del nostro Paese.
La serie mi ha insegnato tanto, inoltre, a credere nella forza del gruppo. Abbiamo girato all’interno di un diroccato palazzetto di Centocelle e abbiamo dovuto lavorare e convivere, respirando una storia che odora di verità.
Com’è stato interpretare Luisa Fusco?
Luisa è una donna che si è un po’ indurita, a causa degli incontri della sua vita. È una mamma che è pronta a rimettersi in gioco dal punto di vista sentimentale, anche se percepisce di doversi sempre difendere dagli uomini. Cerca di far quadrare i conti, di essere conciliante e possiede una gentilezza genuina. È ruvida, ma molto empatica e in questo mi ricorda delle sfumature del mio carattere. È un ruolo che mi ha regalato tanto.
Cosa ti avvicina a lei?
Mi avvicina a lei la voglia di guardare la parte luminosa delle cose, nonostante le avversità. Cerca di prendere il senso, una lezione o un’opportunità di miglioramento anche dalle situazioni più dolorose. Mi lega a lei anche una certa concretezza e una semplicità, non facile, nel modo di risolvere le cose e di approcciarsi al mondo.
Qual è il segreto per sana convivenza?
Ah, beh! (ride ndr.) A volte non è facile convivere nemmeno con noi stessi e ovviamente la situazione si complica quando ci confrontiamo con tutte le parti, sfumature e contraddizioni degli altri. Sicuramente è fondamentale sapere ascoltare, comprendere e avere l’obiettivo di raggiungere la felicità comune. Dobbiamo provare a pensare, puntando sulla buona fede, che quella persona sta provando a fare il meglio che può.
Hai sottolineato l’importanza del lavoro di squadra all’interno di questo set…
Sì, i registi Francesco Apolloni – che è anche attore nella serie – e Giulio Manfredonia sono due professionisti di grandissima esperienza e abbiamo creato un rapporto molto ricco di insegnamenti. Con tutti gli attori del cast abbiamo arricchito il tempo insieme attraverso le nostre storie che si intrecciavano. Il mio partner di scena e protagonista è Giorgio Pasotti. È stato bellissimo lavorare con lui e dare vita a questo appartamento che diventa protagonista di questo racconto.

Perché il pubblico dovrebbe guardare “L’appartamento – sold out”?
Per guardare delle storie inedite e spesso nascoste. Le tematiche affrontate sono divertentissime, ma si offre anche uno sguardo più variegato, emotivo e sono tantissimi gli argomenti affrontati, anche divisivi. È una serie che ha il coraggio di affrontare, senza alcun moralismo, schegge di presente poco raccontate.
Perché è importante avere uno sguardo ampio su ciò che ci circonda?
Perché bisogna ricordarsi che ci si sta rivolgendo a un pubblico, che non ha bisogno di essere manipolato, moralizzato o polarizzato su determinati argomenti, ma bisogna stimolarlo a una riflessione, a un senso critico e coinvolgerlo attraverso le emozioni. Ne “L’appartamento – sold out” ognuno troverà una parte di sé ed è sicuramente un gran traguardo raggiunto.
Dopo la presentazione alla Festa del cinema di Roma, presto debutterà nelle sale “Il grande Boccia”, film diretto da Karen Di Porto e con protagonista Ricky Memphis. Perché è stata importante per te?
È stata un’esperienza ricca di insegnamenti, complessa e che mi ha regalato uno sguardo su un’Italia, una Roma e un modo di fare cinema che non esisterà più e che racconta le radici delle nostre origini, sia come attori sia come cittadini. Osservare Ricky Memphis a lavoro è davvero prezioso: è un grandissimo attore, dotato di sopraffina sensibilità e gentilezza.
Il film esplora tematiche come il successo e il fallimento. Cos’è per te il successo?
Il successo è sentirsi presente nel proprio lavoro, sentirsi in contatto con un appagamento e una felicità. Non so se c’entri molto il concetto di fama o di sfide o di premi raggiunti. Credo che abbia a che fare con un senso di pienezza e di gusto. Mi ritengo in un momento di successo perché mi sento molto appagata da questo presente.
Il fallimento, invece?
Al di là della tristezza e delle aspettative tradite, è una grande opportunità per pensare di ricalcolare bene i propri obiettivi e i propri traguardi. Ogni volta che mi sono posta di fronte a quello che credevo fosse un fallimento, mi si è aperto un bivio che porta a chiedere se tentare o mollare quella strada. A volte bisogna ascoltare l’intuito che porta o a riprovare, con una maggiore motivazione e con più forza, o a lasciare andare e farlo senza rimpianti. Se ci si ascolta bene, si prenderà sempre la strada giusta.
Cosa vuol dire, per te, fare cinema oggi?
Comporta essere interessati al mondo, all’attualità, non girarsi dall’altra parte, non buttare a terra questo sogno, ma renderlo reale e credere sempre nella buona autorialità. Fare cinema vuol dire scrivere belle storie e lasciare che gli attori possano trovare spazio nelle produzioni e nei progetti ed è importante che ci siano sempre tante voci che riescono a esprimersi, cercando sempre un modo per comunicare con il pubblico.
Il successo, secondo te, è qualcosa di soggettivo o riguarda anche il pubblico?
Credo siano importanti entrambi gli aspetti. Il successo personale e più intimo ci pone in grande dialogo con noi stessi. Bisogna dirsi: “merito quello che sto vivendo, questa felicità e questo traguardo”. Non sempre siamo in grado di sentire di meritare questa felicità ed è importante anche riconoscerselo. D’altro canto, il successo collettivo è importante perché dà un senso più ampio e ci fa capire che facciamo questo mestiere perché ci piace, perché ci appaga ma anche e soprattutto perché ci mette in contatto con il mondo. C’è un aspetto più intimo, ma è importantissimo inserirlo in un contesto all’interno del quale è importante celebrarlo.
Un’altra esperienza che ti ha riguardata in passato è stata “Non ci resta che il crimine – La serie”. Hai interpretato un personaggio che era la dimostrazione di come ciò che affrontiamo nella vita ci cambi in meglio o in peggio. Ti sei mai interrogata su questo aspetto?
Sì, effettivamente in “Non ci resta che il crimine – La serie” interpreto una villain che reagisce in questo modo per ciò che le è accaduto. Mi viene in mente la citazione: “Se la sofferenza vi ha reso cattivi allora l’avete sprecata” e credo molto in queste parole. Personalmente penso che il dolore e il male debba regalarti uno sguardo su di te in delle parti molto scomode, ma autentiche. Se quando tocchi delle parti più vulnerabili di te reagisci ignorandole, non soltanto non sei in ascolto con qualcosa che ti insegna la vita, ma perdi l’occasione di conoscere la persona che ti accompagnerà per sempre: te stessa.
Cosa ti ha lasciato questo set?
Dare voce ad antagonisti e personaggi ombrosi, da attrice è molto divertente. Questo set mi ha lasciato la consapevolezza di aver lavorato con dei colossi della comicità dei nostri giorni, come Marco Giallini, Massimiliano Bruno, Gianmarco Tognazzi, Giampaolo Morelli e sono meravigliosi. Mi sono trovata molto bene anche con Sara Baccarin e Grace Ambrose. Sono molto brave e di grande personalità. Ho cercato di apprendere e ho ‘rubato’ molto con gli occhi, trovandomi all’interno di una dinamica quasi di comitiva.

Hai fatto parte di tantissimi progetti di spessore come “Fortunata”, “Siccità”, “Un altro ferragosto”. Quali sono le esperienze che ti sono rimaste più a cuore e perché?
La serie “Noi” di Luca Ribuoli, ispirata a “This is Us”, mi è rimasta molto dentro. È stata molto intensa. Non avevo mai fatto parte di un remake e questa serie mi ha dato la possibilità di farlo con una scrittura molto sensibile e ben orchestrata nel registro delle emozioni. Inoltre, sono molto legata a “I predatori” di Pietro Castellitto, che è stato un film molto fortunato durante il suo percorso e un’ottima opera prima. Ho avuto l’onore e la fortuna di lavorare con registi come Paolo Virzì, Sergio Castellitto, Massimiliano Bruno, Edoardo Leo e sono felice di tutto il mio percorso che mi ricorda la bellezza di questo lavoro.
Hai saputo muoverti tra commedia, sia in tv sia al cinema, e cinema d’autore. Come ci si riesce?
Credo sia fondamentale ascoltare l’artista che sei. Credo che ci siano, con le dovute eccezioni, l’attore esecutore e l’attore creatore. Il primo ama il suo lavoro ma magari non ha delle velleità autoriali o non preferisce testarsi su più registri. Io credo di appartenere più alla seconda categoria, a degli attori creatori che hanno un sano dinamismo della creatività interna e che mi porta a essere curiosa, a testarmi e a sperimentarmi e a trovare la mia strada. L’importante è farlo sempre con personaggi che possano insegnarmi qualcosa.
In che modo la televisione è stata formativa per te?
Lavorare a “Quelli che il calcio” mi ha insegnato dei fondamentali che neanche la formazione mi aveva dato perché la prontezza, il modo di lavorare in velocità e in condizioni di pressione lavorativa che richiede la diretta mi ha temprata. Inoltre, lavorare con la Gialappa’s è stato un dono della vita. Sono e sarò sempre una fan dei tre ragazzi che hanno dato voce ad alcuni momenti di più grande commedia e sono felicissima di essere cresciuta con loro.
Come riesce a guidarti la curiosità?
Mi porta a tornare bambina sempre. Quando sono curiosa mi rendo conto che c’è qualcosa che non conosco, che voglio approfondire, che mi stimola e mi invita al gioco e alla scoperta.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Significa ricordarmi del mio ritorno a casa dopo la scuola e sentire la voce dallo schermo di Jessica Fletcher e il pianoforte della sigla de “La signora in giallo”. La voce dello schermo mi riporta a godermi quegli anni bellissimi che hanno segnato la mia infanzia.
Di Francesco Sciortino

