Alex Polidori è uno dei doppiatori più rappresentativi del doppiaggio odierno e simbolo di una generazione di professionisti che vuole lasciare il segno seguendo la scia tracciata da geni del passato e che hanno reso inimitabile il doppiaggio italiano. Ma nella sua carriera non c’è soltanto la sala di doppiaggio. Lanciato da maestri della televisione come Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Nino Frassica, Polidori si è sin da piccolo ritagliato l’etichetta di enfant prodige. Da bambino, ha prestato la voce a personaggi iconici come Nemo in “Alla ricerca di Nemo” e Koda in “Koda, Fratello Orso” e, da adulto, è diventato il doppiatore di Tom Holland e di Timothée Chalamet. Inoltre, ha dato prova di una grande versatilità ritagliandosi grande spazio nel mondo della musica come cantautore.
L’abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, per ripercorrere le tappe più importanti del proprio percorso artistico: dagli esordi nel mondo della recitazione con Bongiorno, Baudo e Frassica, alla crescita ed evoluzione artistica in sala di doppiaggio, fino a raccontarci del suo profondo legame nei confronti della musica. A voi…

I tuoi primi passi artistici li hai mossi sotto dei grandi della televisione, come Mike Bongiorno e Pippo Baudo. Che ricordi hai di loro?
Ho conosciuto Mike in “Bravo Bravissimo”, quando avevo cinque anni, e ho dei bellissimi ricordi con lui. È stato molto gentile con me. Doveva trattarmi male per gioco, perché avevo il compito di impersonare il disturbatore della serata. Durante le prove, si rivolgeva a me in una maniera dolcissima e ci teneva a dirmi che scherzava quando voleva cacciarmi dal palco. Durante il mio primo incontro con Pippo, non ho avuto modo di parlargli tanto, ma ho avuto l’occasione di rincontrarlo successivamente. È stata un’istituzione della televisione e ha saputo prendersi la responsabilità di far apparire un bambino di sette anni con Nino Frassica – che è il mio papà televisivo – a Sanremo e in prima serata. Rappresentava una novità per quei tempi. Fu molto lungimirante ed è stata una gag molto divertente, che è rimasta nella storia. Entrambi erano di una grande umanità e molto disponibili.
Da piccolo hai saputo tenere testa a Nino Frassica. Com’è stato affiancarlo?
Nino mi portò a Domenica In nel febbraio del 2000, per fare uno sketch su “Don Matteo”. Aveva lavorato con mio fratello, Gabriele Patriarca, su una fiction e lì conobbe la mia famiglia. Quando gli serviva un bambino più piccolo, chiese a mia madre se fossi spigliato e così approdai in televisione. Da lì ho avuto l’opportunità di andare in tantissimi spettacoli e trasmissioni e sono stati circa dieci anni di collaborazioni in cui ho imparato tanto, come ad esempio l’arte dell’improvvisazione. Nino prepara tutto, fa molte prove ma, quando va in scena, cambia le carte in tavola in base a quello che vede e che sente. Devi essere bravo a stargli dietro perché, se improvvisa qualcosa o se decide di cambiare battuta, devi essere pronto. Mi ha insegnato a interpretare, a gestire i tempi comici e un sacco di aspetti che porto dentro il mio bagaglio attoriale. Ci siamo sentiti per il mio compleanno ed è stato molto carino.
Durante lo stesso periodo è arrivato anche il doppiaggio…
Sì, intorno ai cinque/sei anni ho iniziato a cimentarmi nei vari ambiti. Dopo essermi ritagliato sempre più spazio nel doppiaggio, crescendo, è diventata la strada principale. Questo lavoro ti porta a impegnarti in più progetti rispetto alla recitazione e da piccolino, quando servivano bambini, c’era sempre un ricambio continuo. Ho iniziato con piccoli ruoli fino a più grandi come Nemo in “Alla ricerca di Nemo” e tutti gli altri.
Timothée Chalamet e Tom Holland sono diventati una seconda pelle per te. Cosa rappresentano questi due attori?
Sono due attori incredibili che ammiro molto e che mi ritengo fortunato a doppiare perché stanno avendo una carriera meravigliosa. I personaggi che hanno fatto mi hanno, in qualche modo, segnato. Tom Holland mi fa sentire molto a mio agio quando lo doppio perché lo trovo molto affine a me e “Spider Man” mi ha avvicinato al pubblico, attraverso i social e seguendo la scia del mondo nerd che è legato a questo supereroe. Tantissimi si sono appassionati al doppiaggio grazie a lui. Chalamet, invece, è quello che mi consente maggiormente di mettermi alla prova, perché fa personaggi diversi, che sono già iconici o che rende superlativi. Mi ha dato tantissime soddisfazioni in prodotti come “Chiamami col tuo nome”, “A complete Unknown”, “Dune”, “Wonka” e tanti altri.
Ogni attore ha la propria particolarità, nel doppiaggio quali sono le difficoltà nel rendere questo aspetto delle interpretazioni?
Avendo a disposizione poco tempo, una delle maggiori difficoltà è dover rendere tutto nel modo migliore in giorni o al massimo in due settimane. Dobbiamo avere un’immediatezza che ci porta a conoscere il personaggio mentre lo doppiamo. La bravura di un doppiatore consiste nel riuscire a cogliere sin da subito le sfumature, le sfaccettature, il tipo di vocalità e l’atteggiamento del personaggio e riuscire a riprodurlo senza ancora conoscere a grandi linee la sua storia. Siamo abituati a farlo perché ci viene insegnato sin da subito a essere empatici e ad analizzare l’interpretazione, ma è un lavoro molto complicato che diventa più semplice facendolo da tanto. Tuttavia, non ci si può mai distrarre perché ogni minima espressione sbagliata può rendere un doppiaggio non all’altezza. Inoltre, sicuramente bisogna avere molta musicalità, orecchio, senso del ritmo, occhio e riuscire a stare dietro al sync. È un giostrarsi tra emozioni, aspetti che riguardano il talento ed emotività e una parte tecnica tra sincronismo, vocalità e dizione.
Quali sono gli altri personaggi e attori a cui sei maggiormente legato?
Sicuramente Koda in “Koda – Fratello Orso” perché parlava a raffica, in maniera molto rapida e ha rappresentato un bel banco di prova. Inoltre, non posso non citare Nemo perché è iconico ed è entrato nelle case di tutti. Mi sono affezionato anche a Finn di “Adventure Time”, un cartone animato molto seguito, particolare, apparentemente per bambini ma con riflessioni profonde. “Wonka” mi ha permesso di cantare e di unire la mia passione per la musica al suo personaggio. Bob Dylan in “A complete Unknown” è stato il primo biopic che ho doppiato, con un personaggio realmente esistente sempre in ambito musicale.
Nonostante sei molto attivo nel doppiaggio, sei anche attore. Ti piacerebbe tornare a recitare davanti alla macchina da presa?
Sicuramente sì, perché ha accompagnato tutta la mia vita. Ho lavorato in diversi set fino ai sedici anni. Dopo, la mia passione per la musica mi ha portato a scrivere canzoni e a dedicarmi sia al doppiaggio sia a cantare, andando in diversi festival e concorsi canori. Il doppiaggio rappresentava la mia costante e contemporaneamente proseguivo la mia carriera musicale perché mi permetteva di essere più me stesso e di allontanarmi dai personaggi interpretati. Mi piacerebbe tornare a recitare, mi manca il set ma non lo cerco in maniera smaniosa, perché mi sento appagato e la mia parte attoriale viene assorbita sia sui social sia in sala di doppiaggio.
Tra attore e doppiatore quando finisce l’uno e inizia un altro? Esiste ancora l’attore di doppiaggio?
Sì, il doppiatore è un attore prestato al doppiaggio. Tanti anni fa, quasi tutti i doppiatori venivano dal cinema ed erano attori veri e propri. Con il tempo, molti sono cresciuti dentro la sala di doppiaggio, hanno fatto soltanto questo e non hanno avuto esperienze attoriali vere e proprie. Tuttavia, credo sia importante avere la recitazione nel proprio bagaglio perché serve a non essere molto finto e bisogna trovare il compromesso tra bellezza estetica della voce e una parte emotiva che dia verità all’interpretazione. È un compromesso continuo e senza una base attoriale è difficile da capire. Spesso la qualità del doppiaggio rischia di abbassarsi a causa del poco tempo che si ha a disposizione per lavorare sul prodotto e per insegnare alle nuove leve come si fa questo lavoro. Si tende ad appiattire la performance per privilegiare la pulizia della battuta e non l’emozione. A volte un personaggio doppiato in maniera un po’ più sporca a livello di dizione e di recitazione può arrivare maggiormente alle persone.

Secondo te, da cosa dipendono le problematiche legate al mondo del doppiaggio?
Non c’è un responsabile vero e proprio. È una catena di aspetti che si susseguono. In certi prodotti si vuole seguire la lingua originale in maniera maniacale, anche a livello di intonazione e di durata delle battute. Si dice che l’onda sonora dell’originale debba essere uguale a quella della battuta doppiata. In realtà, il doppiaggio italiano è sempre stato tra i migliori perché si andava a condire e a riempire il sync originale con qualcosa di nostro, che lo rendeva più accattivante, più creativo e che poteva arrivare maggiormente al cuore delle persone del nostro pubblico. Invece, adesso si tende a rendere un doppiaggio uguale in tutte le lingue e, secondo me, è un appiattimento. Stare sull’onda delle battute originali credo sia sbagliato perché, se un personaggio termina le battute con delle consonanti, la consonante porta a riaprire la bocca, a fare un battito in più – soprattutto se è una labiale – e le battute sembrano corte. In Italia siamo sempre stati abituati a dare più un’aderenza al visivo che al suono, a volte aggiungendo, come dimostrano la risata di Eddie Murphy e altre battute iconiche che nell’originale non c’erano. Tonino Accolla era un maestro in questo. La paura per l’intelligenza artificiale c’è perché, se appiattiamo tutto, qualcosa di artificiale potrebbe emularci.
Come sta andando la tua carriera da cantautore?
La mia parte da cantautore è sempre presente. Ci sono periodi in cui mi ci dedico di più e altri in cui meno a causa degli impegni lavorativi nel doppiaggio. Ho sempre canzoni nel cassetto da fare uscire. Mi piace molto esprimermi e comunicare attraverso la musica. Ci sono dei progetti in vista e da gennaio ci saranno altre novità.
Un aggettivo che ti descrive è sicuramente “versatile”. Come si trova un punto di incontro tra versatilità e una direzione artistica?
Se avessi la risposta sarebbe bello! (ride ndr.) Questa caratteristica mi ha sia valorizzato sia penalizzato, perché mi ha portato a far pensare a qualcuno, soprattutto in ambito musicale, che non avessi una personalità ben definita. Adesso un cantautore deve avere un’identità a livello di look, di immagine e una direzione artistica chiara. Un po’ per pregiudizi, una persona che lavora nel mondo del doppiaggio, che deve per certi versi ‘annullare’ la propria identità per prestarla ad altri attori, viene visto come un qualcosa di penalizzante. Questa versatilità può mettere confusione o creare pregiudizi. Il peso dei personaggi che mi sono capitati, come Spiderman, porta a far pensare che c’è soltanto il suo doppiatore. In realtà non è così. Molte volte mi hanno detto: “Bella la canzone, però mi è piaciuto un sacco come hai fatto Spiderman”. Da una parte fa piacere, dall’altro offusca tutto il resto. Credo che la versatilità sia un bene ma debba essere convogliata nel modo giusto. Cerco di essere Alex in varie vesti, a chi piace bene altrimenti non fa niente.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Essendo una delle voci dello schermo, riascoltarla è sempre particolare per me e mi porta sensazioni contrastanti essendo diviso tra essere spettatore e addetto ai lavori.
Di Francesco Sciortino

