Dal 19 dicembre è disponibile su RaiPlay “Tutta Scena”, serie tv diretta da Nicola Conversa e sceneggiata dallo stesso Conversa assieme a Valerio D’Annunzio, Federico Baccomo e Giulia Uda. Nel cast troviamo un inedito Giorgio Panariello, Anna Favella, Euridice Axen, Arianna Mattioli e giovani talenti come Sabrina Martina, Ginevra Francesconi, Tommaso Cassissa e Seydou Sarr.
La serie esplora le ambizioni, sogni e paure di un gruppo di giovani aspiranti attori e performer che devono mettersi alla prova in un’accademia di teatro e contendersi una borsa di studio a New York.
Abbiamo intervistato – su “La voce dello schermo” – il regista Nicola Conversa, che si è raccontato parlandoci di “Tutta scena”, dei motivi che l’hanno portato a realizzare questo prodotto e di come abbia convinto Panariello a farne parte, in vesti inedite e drammatiche. Inoltre, il regista ha ricordato “Un oggi alla volta” – film che l’ha lanciato nel cinema che conta e che ci ha dimostrato la sua grande sensibilità e delicatezza nell’affrontare tematiche importanti – e ci ha confidato altre curiosità sul suo modo di dirigere. A voi…

Su RaiPlay è disponibile “Tutta Scena”, serie da te diretta. Quali aspetti ci tenevi a raccontare?
È la prima volta che giro qualcosa che non è stata scritta esclusivamente da me, ma da un team di sceneggiatori composto da me, Valerio D’Annunzio, Giulia Uda e Federico Baccomo. L’idea originale è nata per esplorare quella zona d’ombra in cui i ragazzi dovrebbero vivere di arte e molto spesso gli si dice: “Sì, ma il lavoro vero qual è?”. Racconta la possibilità che viene data loro di partecipare a un master di arti performative dove un ragazzo e una ragazza hanno l’opportunità di vincere una borsa di studio per andare a Broadway. Sono guidati da un gruppo di insegnanti, capeggiati da Guido Terenzi – interpretato da Giorgio Panariello – un uomo con un carattere complicato. I protagonisti si ritrovano a vivere da soli, in un piccolo borgo in cui c’è anche la scuola, e tra loro nasceranno dinamiche da compagnia di musical.
Un professionista come riesce a confrontarsi con la domanda: “Va bene l’arte, ma il lavoro vero qual è?”?
Mi è stata posta tante volte questa domanda. Credo che il modo migliore sia chiudere gli occhi e andare avanti. C’è un bellissimo film, “Hustle”, in cui si afferma che l’ossessione batte il talento, tuttavia un talento di base ci deve essere. Se si crede in noi stessi, con impegno e dedizione, possiamo riuscire a fare ciò che amiamo. Forse uno degli aspetti fondamentali è non avere il piano B, perché spesso vedo che tutti quelli che ce la fanno hanno soltanto il piano A.
Un regista ha il compito di dare una forma concreta alle idee. Com’è stato cucire questi attori addosso a questi personaggi?
Da un po’ di anni mi avvalgo, riguardo il casting, della collaborazione di Stefano Rabbollini. Abbiamo visto tanti ragazzi nell’arco di un mese perché cercavamo diversi profili. Di solito immaginiamo un personaggio e lo plasmiamo su un attore. In “Tutta scena”, invece, abbiamo agito diversamente. Non avevamo una fisionomia sui ragazzi, ma un’idea caratteriale. Siamo rimasti folgorati dal provino di Giovanni Scotti per il personaggio di Vincenzo. Abbiamo provato una scena in cui cucinava e lui si è portato da mangiare durante il provino e si è messo a cucinare con una gestualità che avevo già immaginato in fase di scrittura. Il bello di questo mestiere è provare a tirare fuori quella parte di personaggi che hanno già dentro. A volte ci riusciamo in maniera più naturale, altre lavorandoci un po’.
Hai anche portato Panariello a toccare corde differenti…
Sì, io e lui scherziamo sempre perché mi dice che sono un passo indietro nella propria carriera e io invece gli dico che è un anziano che ha voluto giocare con me (ride ndr.). Giorgio era già del progetto e, all’inizio, era un po’ titubante. Abbiamo dovuto fare diverse chiamate per convincerlo. Gli abbiamo chiesto di interpretare un personaggio drammatico e inizialmente è arrivato in punta di piedi. Dalle prime letture che ha fatto con Sabrina Martina, che interpreta la figlia Giulia, ha capito che aveva delle corde drammatiche. È stato molto generoso, sempre preparato e in ascolto con i ragazzi. È stato un bel regalo di Natale per me perché è un professionista che non si vede spesso. Ha girato con una generosità sorprendente. L’ho visto togliersi delle battute per darle ai ragazzi, mettendo in primo piano la coralità della serie rispetto alla propria individualità e non accade frequentemente.
Oltre a realizzare ottimi prodotti, una delle tue caratteristiche è essere convincente nei tuoi progetti. Hai coinvolto attori come Giorgio Panariello, Euridice Axen, Anna Favella, Ginevra Francesconi e ti circondi sempre di un’ottima squadra. Come si riesce a essere convincenti?
Non saprei. Tutti mi dicono che sono travolgente nel raccontare le cose, facendo trasparire che questo mestiere lo voglio fare e che sono felice di farlo. Nei tre progetti grandi che ho fatto, mi sono circondato sempre della stessa troupe. È diventata una famiglia, metto tanto entusiasmo perché mi diverte tantissimo e non mi pesa. Chi lavora con me forse vede questa energia. Tanti ragazzi mi dicono che i provini che hanno fatto erano diversi dal solito perché gli ho chiesto di preparare qualcosa di lontano dal loro modo di essere. Forse il clima e l’allegria che si crea sul set sono due degli aspetti che affascinano chi lavora con me. Sul set sono felice, mi sento a casa, riesco a essere me stesso e mi viene difficile staccarmene.

La serie mostra uno sguardo preponderante dedicata ai giovani e un altro più adulto. Come mai hai deciso di mostrare questi due volti?
Seguendo un po’ le richieste di rete, siamo partiti dalla storia dei ragazzi per inserire una sotto-trama con le storie degli adulti. Abbiamo creato uno specchio che riflettesse il mondo dei ragazzi in quello degli adulti.
Perché il teatro rappresentava il luogo ideale per raccontare queste storie?
Perché è il luogo in cui inciampare non viene visto come un errore. A teatro vale tutto: arrabbiarsi, cadere e impersonare altre persone. Volevamo raccontare una generazione che, leggendo i giornali, appare o di supereroi o di disastri annunciati. Gli otto protagonisti sono dei ragazzi all’ultima spiaggia ed è un aspetto terrificante per dei diciottenni. Nel teatro personificano altre persone e anche l’idea di avere il musical finale a ruoli invertiti fa capire che ognuno deve entrare nella pelle dell’altro. Il mondo del teatro mi serviva sia per raccontare quel mondo dei musical, sia perché ne sono un amante sia perché è un mondo sempre molto sottovalutato, nonostante la serie si concentri più sulle relazioni che si creano all’interno di questo ambiente.
Ai nostri giorni, secondo te, cosa significa inciampare?
Significa credere di aver sbagliato. Viviamo costantemente con il telefono in mano e crediamo di inciampare vedendo che la vita degli altri sta andando bene. Mi sta molto a cuore il concetto di fallimento e dell’inciampo. Se non ci laureiamo a ventun anni siamo in ritardo, se non facciamo un figlio entro i trenta anni siamo in ritardo, ma chi l’ha stabilito? Per me, inciampare significa imbattersi nei pensieri di una società che ci ha detto che deve funzionare in questa maniera, ma nessuno l’ha detto a monte. Siamo sempre invidiosi e passiamo la vita a guardare quella degli altri, senza accorgerci che anche gli altri cadono. Inciampare è sì una rincorsa a essere perfetti, ma credo sia bella anche la mediocrità ogni tanto.
Mentre in “Tutta scena” ti concentri sulla paura di non farcela dei giovani, in “Un oggi alla volta” hai esplorato il timore di correre e altri temi riguardanti i giovani. Come mai hai scelto argomenti giovanili così importanti?
Ho voluto un po’ riflettere sul tempo, che viene molto trattato nei film americani e poco in quelli italiani. Il tempo è ciò che ci scandisce ogni cosa e fa parte delle nostre giornate ma è anche il nostro più grande nemico, perché non passiamo momenti con le persone che amiamo e poi ci mancano. Inoltre, il valore del tempo non viene compreso dai giovani e, quando si è ragazzi, si crede di averne a disposizione tantissimo. Tuttavia, passando i trenta anni, ci accorgiamo che molte cose che avremmo potuto fare prima non le abbiamo fatte. Mi piaceva l’idea di parlare un po’ di come evitare di perdere tempo e di capire come non si è perso.
Credi che le paure siano universali o che ci siano paure per ogni età?
Quando la gente commenta i miei post e mi scrive: “stai parlando di me!”, mi rendo conto che ci muoviamo tutti con le tesse paure. In “Tutta Scena” c’è un monologo molto bello di Sofia sull’accettazione e tante persone si sono riviste in quella scena. Alcune paure sono universali e lo sono sull’età: da giovani si ha paura di prendere un brutto voto; da adulti di perdere il lavoro o un figlio. Abbiamo sempre paura di perdere qualcosa e in base all’età aumenta l’importanza.
Ci sono delle scene che colpiscono tanto lo spettatore, come quella in “Un oggi alla volta” con protagonista Francesco Centorame in cui parla del tempo e della fretta di crescere. Ci sono momenti all’interno di un film o di una serie tv in cui un regista ‘usa l’evidenziatore’?
Quella in “Un oggi alla volta” non è nata in quel modo ma è una delle mie preferite. Il set ha un micromondo suo e con delle regole sue. La scena con Francesco, che reputo uno degli attori più bravi della sua età, inizialmente non funzionava. Parlando con lui, insieme, abbiamo costruito quel momento. La frase “non sono mica di gomma” è sua, che mi commosso quando l’ho sentita e mi ha portato a dire: “è vero, si prendono tanti calci in faccia, ma non siamo di gomma”. Ci sono scene in cui si può usare l’evidenziatore, a volte è il regista che lo mette, altre volte è l’attore. In “Tutta scena” c’è un’altra scena significativa con Sabrina Martina in cui parla con Panariello.
Ogni regista ha i propri tratti distintivi, i propri marchi di fabbrica, la propria ‘zeta di Zorro’. Quali pensi siano i tuoi?
Da quattro anni Diego Capitani si occupa del montaggio dei miei film. Lui sostiene che i miei marchi di fabbrica siano il modo di raccontare con dolcezza e di stemperarla quando sembra diventare eccessiva. Un’altra caratteristica che appartiene ai miei prodotti penso sia il modo di giocare con la scenografia. Se c’è un countdown viene integrato all’interno della scenografia, che sia all’interno di post-it o negli smartphone, nelle pareti del muro o all’interno di una tazza.
Sappiamo che stai lavorando su un nuovo film…
Sì, è in fase di montaggio, dovrebbe uscire il prossimo anno e tratterà l’argomento della salute mentale. Durante un periodo complicato della mia vita decisi di andare in terapia, salvandomi, e scoprì che lo avevano fatto anche tante persone attorno a me ma, un po’ per vergogna, quasi nessuno ne parlava. Questo avvenimento mi ha portato a girare una commedia sull’importanza di andare in terapia, impostandola come un grande incidente comico. All’interno del film ci saranno anche alcuni dei personaggi di “Un oggi alla volta” perché mi piaceva l’idea di approfondire quell’universo.
Se fossi un giornalista che domanda faresti a Nicola?
Gli chiederei se è semplice fare questo mestiere e ovviamente risponderei di no. Gli spettatori vedono le serie in poche ore, noi abbiamo iniziato a pensare a “Tutta Scena” nel 2022 e ha avuto una gestazione di anni. Chi non vede cosa succede all’interno di un set non sa quanta fatica e quanta bellezza ci sia dentro. Ci chiedono quando uscirà la nuova stagione, ma per farla bisognerebbe rimettere in moto un macchinario complesso. Quando abbiamo girato, mio padre venne a vedermi sul set e mi disse: “Ma allora lavori!” (ride ndr.).
Avete in mente una seconda stagione di “Tutta scena”?
Inizialmente, pensavo di realizzarne tre. L’idea è incentrata su nove mesi di master, abbiamo raccontato i primi tre, spero ci diano l’opportunità di dare vita agli altri.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Molto spesso, durante i provini, chiudo gli occhi perché credo che le voci siano la cosa più bella che ci possa essere. Quando vado al cinema, la voce dello schermo mi porta in un altro mondo e, per questo motivo, credo che il cinema non morirà mai, perché stare all’interno della sala ci rassicura.
Di Francesco Sciortino

