Il premio alla carriera appena ricevuto a Venezia, dal Nuovo IMAIE, rappresenta l’ennesima prova dello spessore artistico e dello straordinario percorso di Lunetta Savino. La sua grande dedizione e il suo profondo rispetto per la recitazione l’hanno portata, durante la propria carriera, a conquistare contemporaneamente l’amore del pubblico e quello degli addetti ai lavori. Dagli inizi a teatro, un amore viscerale di cui non riesce a fare a meno ancora oggi; passando dal grande successo che le ha dato la televisione; fino alla conquista del cinema sotto la direzione di registi come Francesca Comencini, Ferzan Özpetek, Giulio Manfredonia e Luca Lucini, autori che difficilmente si sono privati delle sue interpretazioni dopo averla conosciuta.
Con grande onore e piacere abbiamo intervistato – su “La voce dello schermo” – Lunetta Savino, una vera e propria icona del nostro cinema, della serialità e del teatro. L’attrice si è raccontata, confidandoci le proprie sensazioni dopo il prestigioso riconoscimento ottenuto a Venezia e mostrando una grande voglia di continuare a stupire. Lunetta, inoltre, ha parlato dello spettacolo teatrale “La madre”, che l’ha vista impegnata di recente e che la vedrà nuovamente protagonista durante la prossima stagione, una rappresentazione che le ha permesso di mettersi alla prova districandosi contemporaneamente tra dramma e commedia. L’attrice ha, infine, analizzato l’attuale situazione teatrale italiana, ha confidato cosa abbia significato per lei essere diretta da grandi registi del nostro cinema e ha regalato un momento nostalgico, ricordando la fiction che le ha cambiato la carriera: “Un medico in famiglia”. A voi…

A Venezia ha ricevuto, dal Nuovo IMAIE, il Premio alla carriera. Un ennesimo riconoscimento di una carriera straordinaria dopo diversi premi Flaiano, due Nastri d’Argento, un Nastro d’argento Grandi Serie e diverse candidature ai David di Donatello. Cosa rappresenta per lei?
Devo dire che mi fa un certo effetto. Nonostante un premio alla carriera possa essere considerato spesso conclusivo di una storia, credo si possa ricevere anche in corso d’opera, per riconoscere il cammino fatto fino a questo momento e sperando di continuare su questa scia.
Ne “La madre”, a teatro, ha dovuto esplorare il senso di abbandono di Anna, una madre per certi versi in preda alla disperazione per la partenza del figlio. Quali opportunità le ha dato questo spettacolo?
È stato importante avere a disposizione un personaggio come quello scritto da un grandissimo autore come Zeller, che conosce sia il tono della commedia sia quello drammatico. È una pièce che mi ha dato la possibilità di giocare su più livelli all’interno dello stesso spettacolo, con passaggi repentini da una situazione a un’altra e con dei dialoghi serratissimi con il marito. In queste situazioni è fondamentale avere dei partner all’altezza, Andrea Renzi è un ottimo attore e sa stare all’interno di questo gioco.
Anna è una donna che dice ciò che pensa, a volte in maniera eccessiva e come se non avesse nulla da perdere. Si racconta il suo malessere ma facendo anche sorridere, senza trascurare l’affondo alla parte più dolorosa che è, in qualche modo, fuori dagli schemi e da una lettura realistica. Non si sa quando effettivamente le cose accadano o se sono soltanto nella propria testa. È stato impegnativo seguire l’andamento ondivago di questa donna.
Dal punto di vista emotivo, come si riesce a entrare nel suo stato d’animo?
Ti ci fai portare. Approfitto di personaggi come quello di Anna per tirar fuori anche la parte dolorosa e folle che ognuno di noi ha e che tiene nascosta. Il teatro, attraverso il personaggio che interpreto, mi dà la possibilità di tirarla fuori. Fare uno spettacolo di questo tipo ti svuota perché concentri lì tutte le tue energie. Tuttavia, un attore non si deve mai far trascinare dalle proprie emozioni, ma deve muoversi all’interno di una dimensione molto equilibrata tra l’essere dentro un personaggio e allo stesso tempo accanto a lui.
In ‘Diamanti’ il personaggio di Alida Borghese, interpretato da Carla Signoris, afferma che il teatro non morirà mai. Fassbinder parlava di un teatro in fin di vita, ma sottolineando una propria capacità di riprendersi. Lei come pensa stia il teatro?
Credo che il teatro viva delle fasi. Ha avuto un periodo molto florido, se pensiamo ai grandi maestri come Strehler, al Piccolo Teatro e a ciò che ha seminato, sia per quanto riguarda la scoperta di una certa drammaturgia, ma anche di un certo modo di fare teatro e di una certa scuola. Poi c’è stato Ronconi, che ha portato un altro tipo di visione del palcoscenico, del lavoro sui testi e degli attori. Inoltre, c’è il teatro capocomicale che non è da meno. Penso anche a dei registi con cui ho lavorato, che sono anche attori, come Toni Servillo, Valerio Binasco e a tanti altri che realizzano prodotti molto interessanti e che mettono al centro della scena l’attore. Preferisco un teatro che lavora sulla messa in scena del testo attraverso il lavoro con l’attore piuttosto che basato su degli esperimenti visivi. Carlo Cecchi – oltre a Strehler che non ho avuto modo di incrociare – è stato per me un faro per il tipo di teatro che volevo fare.
Pensa che il teatro abbia bisogno di una rinascita o che la stia già vivendo?
Vedo teatri sempre pieni e noto che il pubblico ha voglia e desiderio di vedere uno spettacolo dal vivo. Forse il cinema ha qualche problema in più, mentre il teatro – dopo il Covid – si è ripreso molto bene e le persone hanno l’entusiasmo di ritrovarsi insieme nel fruire di un evento. Non percepisco una crisi o una malattia del teatro. Ovviamente è necessario rinnovarlo, non accontentarsi di fare cose scontate che apparentemente vanno incontro ai gusti del pubblico ma magari percorrono strade un po’ scontate o già intraprese. Il teatro deve essere sempre un’occasione di rischio e di sperimentazione. All’estero funziona molto bene, in Italia andrebbe ripensato.
Secondo lei, in che modo andrebbe ripensato?
Esiste il teatro pubblico e quello privato, ma si trovano su binari troppo distanti e non comunicano tra loro. Non va bene quando si realizza uno spettacolo che riempie la sala ma che non riesce ad arrivare a certi teatri perché sono gestiti dagli stabili, che fanno soltanto gli scambi tra di loro e sono costretti a produrre tanti spettacoli che poi non girano. Questa, a mio parere, è la morte del teatro, perché è un mondo che ha bisogno del pubblico. Che senso ha produrre tanti spettacoli che rimangono fermi per due settimane nella città dove sono stati prodotti e che finiscono lì? In questo senso il teatro va ripensato, occorre mettersi attorno a un tavolo con tutti gli addetti ai lavori e, soprattutto, ascoltare di più chi fa questo mestiere, perché spesso a dirigere queste istituzioni teatrali troviamo gente che non fa parte di questo mondo. La rinascita del teatro può avvenire soltanto attraverso il confronto e il dialogo, ascoltando maggiormente gli artisti che ne fanno parte ed evitando il muro contro muro.
Molti lavori che ha fatto con registi come Francesca Comencini, Ferzan Özpetek e Giulio Manfredonia non si sono limitati a un solo progetto. Chi lavora con lei non riesce più a farne a meno. Cosa ama del lavorare con questi registi?
Mi fa sempre piacere ritrovare un regista con cui ho lavorato in precedenza, perché significa che è scattato qualcosa e che si è creato un innamoramento artistico. Sono stati incontri sicuramente preziosi, con persone che sanno fare questo mestiere molto bene, che sanno combinare la commedia con le emozioni e la parte poetica.

Un bravo attore deve essere autentico. Lei riesce a dare grande autenticità e verità ai personaggi che interpreta…
Mi fa piacere sentirmelo dire. Tuttavia, credo faccia parte dello studio della recitazione e che ci sia un grosso equivoco che riguarda l’autenticità e la naturalezza di un’interpretazione. Spesso si crede che per recitare si debba seguire il detto: “parla come mangi”. In realtà, non è proprio così. Esistono più tecniche da utilizzare e l’attore deve riuscire a non farle percepire, ma c’è nello studio sul modo di camminare, di parlare, di muoversi, di sentire o di reagire a certe cose. Occorre essere pronti a farsi attraversare da un determinato personaggio, soprattutto se è un ruolo che permette di staccarsi dal proprio modo di essere.
Come si è confrontata con questo aspetto durante la propria carriera?
Credo di aver fatto sempre personaggi che non abbiano niente a che vedere con me, ma la credibilità non riguarda la naturalezza. Io recito una parte ma non sono la donna che interpreto. Se riesco a renderla umana e credibile a chi la guarda, sembro lei ma non è così, le presto il mio corpo, la mia voce e la mia sensibilità. Cerco di renderla riconoscibile, perché vesto i panni di un essere umano, che è pieno di sfaccettature. Amo avvicinarmi a personaggi completamente diversi l’uno dall’altro. Passare dal teatro al cinema e alla televisione mi ha dato la possibilità di variare moltissimo i ruoli e le storie raccontate.
Spesso un attore, per colpe non sue, può correre il rischio di rimanere ‘imprigionato’ all’interno di un personaggio. Lei è riuscita a mettere da parte Cettina di “Un medico in famiglia”. Come si riesce a uscire da questa condizione?
Bisogna, a un certo punto, dire basta e voltare pagina. Quando un personaggio è così amato, forte e popolare il rischio c’era. A un certo punto della mia carriera, nonostante mi fosse stato proposto di continuare, non me la sono sentita perché volevo dedicarmi ad altri progetti e non significa non riconoscere a quel personaggio e a quella serie l’occasione chiave della mia carriera, perché è stato così e grazie a Cettina e a “Un medico in famiglia” il mio percorso artistico ha preso il via in maniera più ricca e fortunata. Tuttavia, bisogna avere la forza di fermarsi con un ruolo per fare anche altri lavori, anche perché fare l’attore è bello perché ti dà la possibilità di interpretare personaggi diversi.
A proposito di “Un medico in famiglia”, cosa le ricorda quel set?
Sicuramente tenerezza, affetto e divertimento. Ogni volta che rivedo delle scene sorrido perché si vede che ci siamo divertiti tanto a farlo, nonostante sia stato faticosissimo. Eravamo un gruppo di persone che si sono trovate bene, da Banfi a Scarpati e a tutti gli altri. Anche chi era chiamato a interpretare piccoli ruoli veniva accolto nella famiglia. Tantissimi attori che hanno fatto una carriera bellissima hanno debuttato in questa fiction.
Lei ha ricevuto tantissime domande durante la propria carriera. Ma ce n’è una che avrebbe voluto ricevere e non le è mai stata posta?
Non saprei. Devo dire che mi hanno stupito alcune domande che mi hanno fatto i bambini al Giffoni Film Festival, le ho trovate molto originali, insolite ed è bello ricevere domande inaspettate.
Cosa vorrebbe ancora dare Lunetta Savino alla recitazione?
A voglia! (ride ndr.) Voglio continuare a fare il mio lavoro, alzando sempre di più l’asticella provando a realizzare un progetto mio, che mi sta a cuore e che bolle in pentola ma di cui non posso parlare. E ovviamente continuare a fare ciò che faccio, a teatro, al cinema e in televisione e con la possibilità di incrociare attori e registi con cui non ho lavorato. Ce ne sono tantissimi, mi piacerebbe essere diretta da Valeria Golino o da Valeria Bruni Tedeschi. Sono grandi attrici che sono passate dietro alla macchina da presa e che hanno realizzato film che mi piacciono anche da spettatrice. Mi piacerebbe confrontarmi con loro e fare nuovi incontri e scommesse lavorative.
Può darci qualche novità riguardo la seconda stagione di “Libera”?
È in fase di scrittura, ho sentito che la Rai è molto contenta di ciò che è stato proposto; tuttavia, non ho letto niente a riguardo e non saprei cosa dire. Ma sono sicura che sarà avvincente, appassionante e ritorneranno i personaggi principali con nuove avventure e situazioni tra il dramma e la commedia che Libera dovrà affrontare come giudice e come donna. Gireremo ancora a Trieste, che è una città che amo tantissimo.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per lei ascoltare “La voce dello schermo”?
Amo andare al cinema, immergermi nella sala e farmi trasportare dalla storia e da ciò che vedo. Spesso vado da sola per non essere influenzata da giudizi altrui.
Qual è stato l’ultimo film che l’ha conquistata?
Sicuramente un film che ho amato molto è “Tutto l’amore che serve”, diretto da Anne-Sophie Bailly con Laure Calamy.
Di Francesco Sciortino

