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Gio. Dic 11th, 2025

Intervista a Sergio Romano: “Ne ‘Le città di pianura’ riflettiamo su come il presente sia il risultato delle scelte fatte in passato” L’attore si racconta su “La voce dello schermo” parlando del film di Francesco Sossai, de “La valle dei sorrisi” di Strippoli e ci offre un’interessante riflessione sul teatro.

Ott 2, 2025
Foto di Nicola De Rosa

Giovedì 2 ottobre è il giorno de “Le città di pianura”, lungometraggio diretto da Francesco Sossai con protagonisti Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Roberto Citran e Andrea Pennacchi. L’attesissimo film – prodotto da Vivo Film, Rai Cinema, Maze Pictures e distribuito da Lucky Red – approda, infatti, nelle sale dopo essere stato presentato a Cannes nella sezione “Un certain regard”.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, Sergio Romano, che abbiamo visto di recente anche ne “La valle dei sorrisi” di Paolo Strippoli. L’attore ha parlato delle peculiarità che hanno caratterizzato il film di Sossai e di come offra una riflessione sul presente in relazione alle scelte del passato con garbo e intelligenza. Sergio ha, inoltre, proseguito ricordando le altre esperienze in cui l’abbiamo visto di recente, da “La valle dei sorrisi” a “Il Nibbio”, e ci ha regalato delle interessanti considerazioni sul mondo teatrale, all’interno del quale è riuscito a guadagnarsi la stima di grandissimi maestri, anche in ambito internazionale. Presto lo vedremo in due nuove serie: “Estranei” e “Ligas” con Luca Argentero, nel frattempo riviviamo assieme a lui alcune delle esperienze importanti che lo riguardano. A voi…

Foto di: Simone Falso, © 2025 Vivo film, Maze Pictures

Il 2 ottobre esce nelle sale “Le città di pianura”. Che esperienza è stata per te?

È un lavoro a cui sono molto legato e di cui sono profondamente orgoglioso perché Francesco Sossai è un autore di cinema dotato di un pensiero non solamente legato alla necessità di intrattenere. È un intellettuale, che fa una profondissima riflessione sul nostro mondo, attraverso una vicenda locale ma sicuramente estendibile a molto di quello che noi vediamo in Italia e in Europa. È un film di grande qualità, spiritoso, divertente, intelligente e sottile.

Cosa ti ha entusiasmato di questo film?

Offre una riflessione sul presente che stiamo vivendo come conseguenza delle scelte fatte nel passato. È un cinema con una grande conoscenza e tanti riferimenti ai grandi film.

Secondo te, che presente stiamo vivendo?

Credo nella capacità della vita di rinascere. Vivo in campagna da qualche anno e lo vedo in modo evidente nel passaggio delle stagioni e da come, durante la primavera, tutto torni a fiorire, ma anche dalla capacità degli esseri viventi di ricrearsi, di rigenerarsi e di ritornare a vivere. Questa è una grande fonte di speranza. Vedo un mondo che soffoca sempre di più la creatività umana e il desiderio degli uomini di vivere una vita felice e collaborativa. Osservo un presente poco consapevole, con tante necessità di sopravvivenza e sembra che dobbiamo rincorrere mille doveri e necessità dal punto di vista sociale che ci distolgono dall’essenza e ci allontanano dalla connessione profonda con noi stessi.

Perché pensi sia difficile mostrare la nostra essenza?

Credo che la vita sia una battaglia tra il buio e la luce senza necessariamente che il buio rappresenti il male e la luce il bene. È un movimento, se non esistessero giorno e notte non dormiremmo e i nostri ritmi biologici subirebbero grosse alterazioni. Si instaura una dinamica che crea energia e in cui la luce e il buio cercano di prevalere sull’altro. Bisogna così educare la nostra vita a far sì che il buio non prenda il totale sopravvento, ma abbia la propria funzione. Allo stesso modo possiamo far sì che la luce faccia il proprio corso. Per come avvengono le cose all’interno di questa dinamica, è dunque difficile manifestare l’essenza.

Riguardo il tuo personaggio, Carlobianchi, che possibilità ti ha offerto di esplorare?

Mi ha dato la possibilità di approfondire ulteriormente questa direzione che sto dando al mio lavoro negli ultimi anni nel lasciare emergere la mia umanità, metterla al servizio del mio personaggio e offrire anche quello che non sai di essere. Francesco, nonostante la sua giovane età, è un regista che fa sentire l’attore protetto sul set e l’ho visto affrontare situazioni difficili con una maturità che ho invidiato. Questo mi ha aiutato molto a lasciarmi andare al suo sguardo, per consentirgli di vedere quello che io stesso non vedo. Quando vedo negli attori qualcosa di trasparente è ciò che amo del cinema, quei riflessi limpidi in cui possiamo perderci nella loro umanità, autenticità e verità.

Le città di pianura 1 © 2025 Vivo film, Maze Pictures

Ti abbiamo visto anche ne “La Valle dei sorrisi”, di Paolo Strippoli. Quali spunti ti ha offerto questo film?

È stato interessante lavorare con Paolo ed esplorare il racconto di questa valle felice che si anestetizza attraverso il sorriso e non entra in contatto con il dolore. È un tema bello e analogo al momento presente che viviamo. È intrigante e svolto sulla falsariga di un genere, l’horror. Tuttavia, diventa più umano e interessante nel momento in cui deve offrire una visione di come le persone reagiscano al dolore e alla difficoltà nel gestirlo.

Interpreti Pickler, cosa ti ha affascinato di lui?

È il diverso del paese, prende una strada differente da quella che la valle dei sorrisi persegue. È un po’ l’emarginato che cerca di portare avanti le proprie convinzioni e diffonderle nel paese.

Ti abbiamo visto di recente anche ne “Il Nibbio”, al fianco di Claudio Santamaria. Cosa ha rappresentato per te?

È stato interessante vestire i panni di Gabriele Polo, direttore de “Il manifesto”, ed è stato importante raccontare una vicenda che non avevo ben messo a fuoco, dal momento che in quel periodo stavo lavorando all’estero. È un film che ricorda una vicenda tragica: la morte del generale Nicola Calipari. Era un uomo straordinario e servitore dello Stato. Inoltre, la dice lunga sulla nostra storia e sudditanza a logiche di potere internazionali che ci hanno impedito di manifestare come popolo la nostra più profonda volontà.

Quale aspetto ti ha colpito maggiormente di questo film?

È un progetto di cui sono molto orgoglioso ed è stato bello essere stato chiamato a esplorare l’amicizia tra quest’uomo del Manifesto e che invece viene conquistato dall’umanità e della forza di Nicola Calipari, tant’è che adesso Gabriele è un amico di famiglia della vedova di Calipari.

Oltre al grande momento cinematografico, sei molto impegnato a teatro. Ultimamente sei andato in scena con “Vautours”, scritto da Roberto Serpi. Cosa ti ha affascinato del progetto?

Roberto Serpi è un collega attore che conosco da tantissimi anni e le nostre vie si sono rincontrate qualche anno fa, grazie alla compagnia Carrozzeria Orfeo e allo spettacolo “Salveremo il mondo prima dell’alba” e che riprenderemo a dicembre, per un mese, al teatro Elfo Puccini di Milano. Gli attori siamo io, Roberto stesso e Ivan Zerbinati. “Vautours” è un bellissimo testo, interessantissimo, estremamente asciutto, tragico, divertente e assurdo che racconta di tre uomini privati dal lavoro e si ritrovano all’interno di uno scantinato a capire come riaverlo e per farlo arriveranno a compiere cose assurde. Sono felice e orgoglioso dei progetti a cui sto facendo parte in questo periodo.

Perché, secondo te, ci sono degli spettacoli che girano tanto e altri che girano meno?

Nel secolo scorso l’organizzazione produttiva era differente: le tournée duravano mesi, potevi cominciare a lavorare a settembre e finivi a maggio. Esistevano compagnie private, che facevano circuito, ed esistevano teatri Stabili. Si esprimevano, all’interno di essi, artisti straordinari chiamati anche a dirigerli e davano anche un taglio organizzativo che rispecchiasse il pensiero di teatro che avevano.

E adesso?

Non esiste più, perché si è infiltrata ovunque una necessità di utile. Adesso, tentando di assomigliare a organizzazioni teatrali di altri Paesi, come la Germania e l’Inghilterra, si è cercato di razionalizzare l’organizzazione e le spese. La questione organizzativa è diventata più importante rispetto a quella artistica. Si trovano quindi piccole strutture con centinaia di addetti e le risorse finiscono gran parte all’interno degli uffici, che rischiano una forte burocratizzazione.

A cosa pensi abbia portato?

Il bisogno di razionalizzare gli introiti e la macchina ha portato il teatro a essere sempre più organizzato ma con gli spettacoli che non si muovono più. Penso che questa sia una delle ragioni, non l’unica ovviamente. I grandi teatri nazionali hanno portato ad assorbire le realtà locali più piccole, che magari avevano una loro identità giuridica e dei loro circuiti e che adesso si trovano all’interno di una macchina che ha delle regole che sono sempre più proprie e sempre meno al servizio dell’artista. Non dico che l’artista debba essere sempre sopra di tutti ma, se abbiamo avuto esempi come Massimo Castri, Luca Ronconi etc., credo sia importante tenerne conto.

Hai fatto tanto teatro internazionale. Cosa cambia rispetto a quello italiano?

Dalla mia esperienza, cambiano alcune modalità produttive e di relazione tra attore e regista. Quando ho lavorato in Scozia con la “Suspect Culture”, il regista Graham Eatough mi disse: “Non posso dirti come dire la battuta”, facendomi intendere che non facesse parte dei suoi compiti; mentre in Italia spesso i registi suggeriscono come dirla. Inoltre, c’è una maggiore facilità di incontrare le sfere dirigenziali dei teatri e di proporre i progetti. Da noi sembra fantascienza.

Quanto è importante il dialogo a teatro?

È fondamentale. Quando si forma una compagnia teatrale, ci sono dei professionisti che vengono da esperienze completamente diverse e, prima di riuscire a formulare un linguaggio comune, passa del tempo. Questo tempo è quello delle prove e, adesso, è sempre più abbreviato. Mancando questo dialogo non ti intendi. In Inghilterra hanno qualcosa di comune sia nella formazione sia nella storia e si crea anche un linguaggio condiviso e un dialogo che hanno continuato a coltivare. Il Royal Court Theatre, ad esempio, dagli anni ’50 si è occupato prima di coltivare nuovi drammaturghi e poi gli ha dato la possibilità di andare in scena. Ho sempre cercato di avere momenti di confronto nel mio lavoro e trovo che in Italia sarebbe interessante realizzare qualcosa di simile.

Riguardo, invece, l’esperienza con Claudio Tolcachir cosa ha rappresento per te?

È stata un’avventura molto bella e interessante. Professionalmente nasce come attore e si è inventato un teatro. La fame di teatro che a Buenos Aires è molto diffusa, l’ha portato da un appartamento a creare una compagnia e una scuola di teatro. Quando l’ho incontrato ho visto un amore smisurato per gli attori e si percepiva un grande incoraggiamento. Ha dei riferimenti di recitazione che condivido a pieno e non esibitivi. Possiede una grande umanità e non ci ha mai spiegato il testo, se non durante gli ultimi giorni per dei dettagli. Cercava quella verità dell’accadimento che io amo. Siamo diventati molto amici, anche con Pia (Lanciotti ndr.), e si è creata una bellissima sintonia.

Ti lancio una provocazione. Il teatro rispetto ad altre arti gode meno di forza mediatica. Saresti favorevole alla messa in onda o in streaming di qualche spettacolo teatrale?

Credo che il teatro sia il “qui e ora” e rimanga quello. Accade in quel momento e soltanto la partecipazione fisica degli spettatori può far godere a pieno di quella magia che possiede. Aborro l’uso indiscriminato dei microfoni a teatro, il nostro udito ha perso attenzione perché ci siamo abituati a sentire tutto in stereo e in video. Facciamo fatica a sentire la realtà. Durante uno spettacolo che feci anni fa all’estero, ricordo che era stato fatto in modo che sentissimo un odore di valeriana fortissimo, questo aveva un grande potere evocativo. Credo che il teatro debba essere così, non riesco a immaginarlo in maniera differente e non dobbiamo perdere il senso delle cose. Il teatro è lì, in quel momento e bisogna andarci e anche il cinema è così, perché ha bisogno di condivisione.

Ci sono altre esperienze che vorresti ricordare e di cui vai orgoglioso?

Ho partecipato alla creazione di un video promozionale per la campagna di “Senzatomica”, per l’abolizione delle armi nucleari e ne sono molto orgoglioso perché penso sia importante dare il proprio contributo alla creazione di un mondo armonioso e di pace.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Significa stare al buio in un grande cinema, abbandonarsi a quella voce e seguire dove ci porta.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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