Breaking
Dom. Gen 25th, 2026

Intervista a Filippo Scicchitano: “Interpretare un padre in ‘Balene’ mi ha fortificato. Il cinema mi permette di lasciarmi andare” L’attore, in queste settimane in ‘Balene – Amiche per sempre’, si racconta su “La voce dello schermo” parlando della nuova serie di Rai 1 e del suo interessante percorso artistico.

Set 29, 2025

Balene – Amiche per sempre” è già un successo. Il secondo appuntamento della fiction in onda su Rai 1, diretta da Alessandro Casale, prodotta da FastFilm con Raifiction in collaborazione con Marche Film Commission e che ha per protagoniste Veronica Pivetti e Carla Signoris, è stato infatti il programma più seguito della serata di ieri, sfiorando i 3 milioni di telespettatori e ottenendo il 18.5% di share.
Oltre alle due protagoniste femminili, la serie vanta un cast di grande spessore come Filippo Scicchitano, Laura Adriani, Giorgio Tirabassi, Paolo Sassanelli e Cesare Bocci.
Abbiamo intervistato – su “La voce dello schermo” – Filippo Scicchitano che ci ha parlato della sfida che ha rappresentato per lui vestire i panni di Emanuele in “Balene – Amiche per sempre” e ci ha confidato l’interessante analogia che lo accomuna al personaggio interpretato. Oltre a raccontare l’esperienza nella nuova serie di Rai 1, Filippo ha ricordato le prime tappe nel mondo della recitazione, da “Scialla! (Stai Sereno)” di Francesco Bruni a “Un giorno speciale” di Francesca Comencini, progetti che l’hanno catapultato da giovanissimo nel cinema che conta e che l’hanno portato alla Mostra del cinema di Venezia. Infine, Filippo ha ricordato gli altri set importanti della propria carriera come “Il mondo fino in fondo” con Luca Marinelli; “Allacciate le cinture” e “Le fate ignoranti – La serie” entrambi di Ferzan Özpetek e le interessanti esperienze in “Lolita Lobosco” e in “Finché notte non ci separi”. A voi…

Ti stiamo vedendo interpretare Emanuele in “Balene – Amiche per sempre”. Quali corde ti ha permesso di toccare?

È stato importante per me interpretarlo perché, per la prima volta, mi ha dato la possibilità di diventare padre in scena e ha rappresentato una grande novità per me. Non lo sono nella vita ed era un aspetto che non conoscevo affatto. Questa esperienza mi ha regalato l’opportunità di conoscere una bambina straordinaria, di rapportarmi con lei e mi ha dato la forza di mettermi in discussione e di dare il meglio. È stata un’esperienza che mi ha fortificato molto.

Cosa hai amato di questa esperienza?

Mi ha affascinato l’amicizia tra le due protagoniste e lo scontro generazionale che avviene con i figli, dal momento che il mio e il personaggio di Flaminia condividono delle tensioni che si creano con i loro genitori. Raccontava due mondi diversi e due generazioni, parlando anche di amicizia.

Hai dovuto confrontarti con la paternità. Cosa hai scoperto attraverso questa interpretazione?

Ho scoperto che i bambini, fino ai dieci anni, hanno un dono nell’essere incoscienti e nel poter mettere in scena qualcosa di inedito. Mi è capitato durante i miei sedici anni – ai tempi di ‘Scialla’ – nonostante fossi già un ragazzo. Vedere quell’incoscienza che rimane intatta nei bambini e che si manifesta attraverso i loro occhi ti emoziona particolarmente. È stato molto bello.

Che consiglio daresti ai giovani di oggi?

Non mi sento mai di dare consigli, ma quello che direi è di seguire i propri sogni. Può sembrare retorica, ma credo sia la cosa migliore che un giovane possa fare.

Emanuele è un personaggio in cerca di regole, dal momento che è cresciuto senza un padre, che rapporto hai con le regole?

Mi accomuna questo aspetto del personaggio perché anche a me è capitato di crescere senza un padre. Comprendevo le sue fragilità e le rigidità che si vengono a creare all’interno di una personalità che ha vissuto tutto questo. Ho cercato sempre di impormi delle regole, essendo severo con me stesso, malgrado non le abbia rispettate più di tanto a casa.

Tra disciplina e ‘pancia’, che attore ti definiresti?

Credo sia importante sia la disciplina sia istintività. Non avendo fatto un’accademia per forza di cose, sono molto istintivo. Allo stesso tempo, mi sono accorto lungo il percorso che la scuola ti offre una formazione che è sicuramente importante. Per fare questo lavoro, oltre al talento, servono disciplina, sacrificio e pazienza.

Secondo te, qual è il punto di forza di “Balene”?

Sicuramente le protagoniste presentano un’alchimia molto forte, come hanno dichiarato sia Veronica (Pivetti ndr.) sia Carla (Signoris ndr.) e penso che lo spettatore lo percepisca. Questa sintonia credo dia qualcosa in più alla serie.

Com’è stato lavorare su questo legame madre – figlio con Veronica Pivetti?

È stato molto semplice. Non conoscevo Veronica, inizialmente poteva esserci un po’ di timore, perché non puoi mai prevedere come sarà il rapporto con un’attrice nel momento in cui interpreta tua madre. Deve crearsi una grande sintonia e una collaborazione che si è instaurata immediatamente. Inoltre, è molto brava a recitare e tutti questi elementi hanno fatto la differenza.

Un altro ruolo che ti ha regalato l’affetto del pubblico è sicuramente quello di Danilo in “Lolita Lobosco”. Cosa ti ha lasciato questo set?

Era un prodotto molto diverso rispetto a “Balene”. Sicuramente ho creato legami importanti e mi ha restituito molta visibilità. Sono molto legato a questo progetto.

Un regista molto importante per te è Ferzan Özpetek, con cui hai lavorato sia in “Allacciate le cinture” sia ne “Le fate ignoranti – la serie”. Che regista hai trovato?

Ferzan è stato una tappa importante per la mia carriera. L’ho conosciuto quando avevo diciannove anni in “Allacciate le cinture” e mi ha permesso di vivere un’esperienza che mi ha donato tanta disciplina. È un regista che ti mette in riga e ti fa recitare bene, soprattutto perché sai che ti devi spendere al massimo per il suo progetto. È qualcosa che ti entra nel momento in cui gli parli e ti dirige. “Le fate ignoranti”, invece, è arrivato in una fase successiva della carriera e porto tantissimi buoni ricordi anche di quel set.

Cosa pensi l’abbia colpito di te?

Ai tempi di “Allacciate le cinture” stavo lavorando molto, era uscito da poco “Scialla” e mi disse che si innamorò di questo film. Credo che uno dei motivi sia legato a quel ruolo.

Tra le tue prime esperienze, oltre a “Scialla”, ci sono “Un giorno speciale” di Francesca Comencini che ti ha portato alla vittoria del Premio Biraghi e “Il mondo fino in fondo” in cui eri coprotagonista con Luca Marinelli. Che ricordi hai di quei set?

Ero un ragazzino, ricordo che per “Il mondo fino in fondo” girammo dall’altra parte del mondo, in Cile. Avevo sofferto un po’ perché non avevo avuto tantissime esperienze riguardanti viaggi di quel tipo e avvertivo molto la lontananza da casa. La distanza mi faceva soffrire e, nonostante mi abbia aiutato nell’interpretazione del personaggio, è stata forse l’esperienza più complicata che abbia vissuto. “Un giorno speciale” è stata una bella avventura, girata a Roma e mi ha permesso di andare a Venezia. In quel periodo mi stavo abituando ad andarci dal momento che c’ero già stato per “Scialla” e credevo che il cinema funzionasse così. Poi mi sono accorto che non è un’esperienza che capita tutti i giorni.

Cos’è il cinema per te?

La possibilità di sentirmi libero in scena, nonostante le paure che si hanno nella vita e i blocchi che ci imponiamo per la nostra rigidità e che siamo abituati ad avere. Il cinema, attraverso i personaggi che interpreti, ti restituisce l’opportunità di lasciarti andare e di essere libero.

Hai iniziato la tua carriera da giovanissimo, entrando con una forza dirompente all’interno del mondo della recitazione. Come pensi di essere cambiato rispetto ai tuoi inizi di carriera?

Sicuramente sono cambiato molto. Inevitabilmente durante il percorso di vita e di lavoro si prendono delle decisioni. A inizio carriera pensavo non si potesse sbagliare neanche una scelta; adesso, anche scegliendo bene, mi rendo conto che, se un progetto va bene, dipende anche dalla fortuna e da tanti fattori.

Se potessi incontrare il Filippo di ieri che consiglio gli daresti?

Forse chiederei un consiglio a lui perché, durante la crescita, si perde un po’ di spensieratezza e spesso servirebbe anche da adulti.

Un’altra commedia interessante in cui ti abbiamo visto lo scorso anno è stata “Finché notte non ci separi”. Cosa ti ha affascinato di questo progetto?

Ricordo che è stato girato tutto di notte e abbiamo passato un’estate a Roma. È stata un’esperienza molto tosta e allo stesso tempo molto divertente. Mi sono trovato benissimo con Pilar Fogliati e sono contento di aver fatto parte di questo progetto.

C’è qualche altro prodotto in cui ti vedremo prossimamente e che puoi accennare?

C’è una serie per Rai 1 che ho finito di girare due mesi fa. Si intitola “La buona stella”, per la regia di Luca Brignone, con Miriam Dalmazio, Francesco Arca e Laura Cravedi. Non sappiamo ancora quando uscirà, probabilmente nel 2026.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

La voce dello schermo mi dà la possibilità di crescere e di fare scelte importanti. Ogni volta che ho visto un film che mi ha lasciato qualcosa me la sono sempre portata dietro e ha fatto la differenza sulle scelte della mia vita.

Dove vuole arrivare Filippo nel suo percorso di crescita?

Vorrei avere la possibilità di crescere sempre di più facendo bei film e per i quali essere orgoglioso del mio percorso.

 

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

You Missed

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi